Battaglia n. 2, tra Storia d’Italia e guilty pleasure

Quando si scrive, capita – e anche a me – di sentirsi dire “hai sbracato”, o “evita di lasciarti andare a battutacce o considerazioni strane”. Fa parte del gioco. E intendiamoci: sia sbracare, sia farlo notare. Ecco, la seconda uscita di Battaglia, miniserie dedicata a Pietro Battaglia, il personaggio creato da Roberto Recchioni e Leomacs negli anni Novanta, è un po’ così: svacca, sborda, esagera. Ma in questo caso c’è sempre qualcuno o qualcosa che ne limita gli eccessi. Purtroppo.

Leggi la recensione del primo numero di Battaglia

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Dopo il primo episodio ambientato negli anni del fascismo, il secondo, La lunga notte della repubblica – sceneggiato da Giulio A. Gualtieri – porta Battaglia a interagire con le Brigate Rosse e con i fatti legati al rapimento di Aldo Moro. L’albo fa dunque un salto temporale poderoso, rispetto al precedente. Avevamo lasciato il vampiro siciliano a gestire i saliscendi ormonali di Edda Ciano, la figlia di Mussolini, in quello che era un incipit della serie; e ora lo ritroviamo, immutato, con l’incarico di salvare il presidente della Democrazia Cristiana.

Sarà il fattore anni Settanta, sarà il fatto di vedere personalità più vicine a noi, ma il secondo numero di Battaglia annichilisce qualsiasi pretesa di serietà e tenta – paradossalmente, con fin troppa pudicizia – di offrire un prodotto che intrattenga quasi più per i suoi difetti che per i suoi pregi.

Il paradosso appare più chiaro proprio perché avviene dopo il precedente numero, in cui una bradicardia diffusa (ambienti patinati, disegni in tiro) aveva celato il potenziale da guilty pleasure. Qui invece si gioca in casa – le inquadrature su Colosseo e Quirinale sono tante – e si aumenta il ritmo: ancora meno dialoghi, ancora più azioni gagliarde. Le tavole di Ryan Lovelock hanno il piglio veloce di uno storyboardista: servono a capire il chi, il cosa e il come. Ma le figure sono spesso ingessate e i volti poco espressivi; eccetto Pietro, naturalmente, che del suo mento caricaturale ha fatto un peculiare strumento recitativo. Il problema, piuttosto, è degli altri personaggi, raffigurati un po’ troppo spesso in bizzarre espressioni di stupore o sconcerto.

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In un altro contesto, questi aspetti sembrerebbero pecche. Ma qui le cose girano diversamente, e rientrano nel ‘sistema’ dell’albo. Tutto è sbilenco. Sopra le righe. Sembra quasi di sentire la recitazione trombonesca di uno Stanis La Rochelle: gli scambi sono enfatici, le situazioni anche. Basti dire che Pietro va a fuoco, ma poi resuscita. Quello, tra l’altro, è il picco dell’albo, soprattutto se vi immaginate a leggere la scena con una lattina di birra in mano. E allora tutto ciò può essere anche un peccato: che situazioni del genere non si ripetano più spesso; che il pedale non sia sempre premuto al massimo.

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La Storia, quella con la ‘s’ maiuscola, continua a essere un pretesto, una scusa per far scorrazzare il protagonista avanti e indietro per l’immaginario italiano. Non ha nessun impatto sulle dinamiche del fumetto, a parte conferire un gusto non-contemporaneo al setting. E in effetti l’Italia come “grande fumetto” su cui intervenire – senza fare danni – è l’idea di base delle storie (perché l’inserimento di Pietro nel flusso aggiunge sangue e arena, ma non smuove mai gli equilibri politici: Pietro è un turista guascone, più che un soggetto attivo della Storia). Ma tirare in ballo l’elemento ‘meta’ sarebbe un affronto che La lunga notte della repubblica non si merita. Perché il pubblico perfetto per questa serie non cerca il gioco con la Storia, le analisi, la complicità con chi della materia se ne intende; vuole invece due o tre nomi famosi, cose semplici e note. Forse è questo il senso dell’operazione che andrebbe cavalcato: Battaglia non è una birra antoniana – né vuole esserlo – non va degustato o scomposto per dare un punteggio alla sua persistenza retrolfattiva. Va trangugiato d’un sorso.

Battaglia n. 2
di Giulio A. Gualtieri e Ryan Lovelock
Editoriale Cosmo, 2015
128 pagine, 2,90 €