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FocusOpinioniIn the Room of Wonder: palazzi enciclopedici, mirabilia e soldatini

In the Room of Wonder: palazzi enciclopedici, mirabilia e soldatini

La Biennale di Venezia che Massimiliano Gioni ha costruito per l’edizione del 2013 è un dispositivo cognitivo spettacolare, che forse sfugge ai convenzionali confini della disciplina artistica tout court per interrogarsi – in un mondo in cui l’immaginario e le sue rappresentazioni sono sempre più fluide – sulla necessità e il senso di riunire il mondo e ordinarlo attraverso la creazione di forme e categorie interpretative. Il palazzo enciclopedico è il titolo emblematico di tutta la rassegna e dell’opera che Marino Auriti progetta a partire dal 1955: un imponente e visionario edificio, di cui era esposto il “modellino” in scala, cha nasceva con l’obiettivo di diventare un museo “per contenere tutte le opere e le scoperte dell’uomo”, passate e future. Costruzione razionale e folle assieme, che da il là ad alcune delle domande di questa mostra. Molti dei lavori messi in vetrina da Gioni si confrontano con il senso di meraviglia che produce l’accumulare e accostare cose. Non sono gli oggetti stessi, nella loro pur seducente forma fisica, a produrre incanto, ma le loro vite e il loro intrecciarsi con le vite di chi li trova e li cataloga. Da questo punto partono diversi albi illustrati in forma di palazzi enciclopedici.

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Sul catalogare da anni insiste il lavoro di Joëlle Jolivet, autrice francese che ha fatto dell’arte di classificare e ripensare le categorie interpretative del mondo una delle materie prime più vive del suo lavoro. In libri “enciclopedici” come Zoologico (Rizzoli 2012), Costumes (Grandes Personnes, 2013) e Presque tout (Seuil 2004), Jolivet usa le doppie pagine degli albi come insiemi di descrizione dell’esistente. Possono essere gli animali, divisi fra “con le piume”, “al freddo”, “bianchi e neri”, o i costumi del mondo “tutti nudi”, “re e regine”, “mestieri”, il mondo stesso in “fiori e alberi”, “attrezzi”, “frutta e verdura”, “strumenti musicali”. Le collezioni di Joëlle Jolivet seguono solo apparentemente una logica scientifica: l’interesse di mettere in evidenza i “mezzi da cantiere” in un opera che vuole raccontare l’esistente, o gli animali “a strisce e macchie”, ci rivela che il classificare è sempre pungolato da un senso fortissimo della meraviglia. Quelle che appaiono come rigorose tavole enciclopediche assomigliano molto di più a mono-cabinet de curiosité, di cui l’autrice compone formalmente i cassetti e gli stipi, creando mosaici perfetti di forme, che si dischiudono agli occhi del curioso.

stefanelli Ruzier

Il confine fra catalogare scientificamente e affettivamente sembra essere un crinale su cui molte collezioni (anche alcune delle tante esposte in biennale) si fondano. Questa liminarità è ben raccontata in The Room of Wonders di Sergio Ruzzier (Frances Forster Book, 2006). Qui si narra della passione per la raccolta di un ratto, Pius Pelosi, che in una città appena uscita da un quadro di Lorenzetti, vaga ad occhi spalancati per “raccogliere cose”: lettere mai spedite, conchiglie, radici attorcigliate, chiavi. Pius organizza poi tutto in una wunderkammer dove la sua magnifica ossessione si rende visibile. La possibilità di essere ammessi all’eterogeneo insieme è dato dalla “storia di come  si fece questa o quella scoperta”. Non è forse sempre stato così per corna di unicorni, coralli e bezoari? Il legame fra il fascino per l’eziologia e la materia reale che alimenta il fantastico è bene messa in evidenza nelle immagini di Ruzzier dove, oltre a vagheggiare stilisticamente e architettonicamente un’epoca di grandi collezionisti come il Rinascimento, la stranezza e l’alterità sono il marchio distintivo delle creature che vengono a ammirare la collezione. Ma Ruzzier va oltre. Agli occhi di tutti il sasso grigio, che è al centro del museo di Pius, è di nessuna importanza; questi giudizi lo spingeranno a sbarazzarsi della pietruzza, causando la rovina della collezione. Il sasso era la sorgente del collezionare: il primo oggetto mai raccolto, il cui senso risiede solo nel fatto stesso di essersi messo in bella vista e di essersi fatto trovare. Di nuovo la domanda: perché si colleziona? Quali sono i motivi che ci portano a inventare categorie per visualizzare più o meno ordinatamente ciò che abbiamo intorno? Pius può risponde solo dopo essersi sbarazzato di tutto, ritrovando un piccolo e commovente sasso grigio. Si colleziona per raccontare storie di sé, per non perdere il senso di commozione che gli oggetti, emotivamente e intrinsecamente ci sanno dire.

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E su questo possiamo interpellare un ultimo palazzo. “Questo è un catalogo-gioco, una parentesi del linguaggio, una scusa per ritrovare un nostro più o meno melenso periodo di lattemiele e caffelatte.” Il mondo di Giovanni Gandini (Rizzoli, 1974), è un catalogo flash di oggetti anni ’30-’40, come recita il sottotitolo. Una raccolta di oggetti – libri soldatini, figurine, calamai, burattini – per ricordare l’infanzia; corrisponde perfettamente, in un altro universo narrativo e tono stilistico, alla collezione di Pius Pelosi. Questa volta la raccolta è reale, un vero e proprio catalogo di vendita, con foto, descrizioni e valori commerciali (del tutto personale anche questo). Gandini gioca magicamente sul contrasto fra la forma spersonalizzante dell’opuscolo commerciale e la potenza emotiva delle liti per le figurine, dei regali desiderati o degli aeroplanini contesi. Viene voglia di perdersi fra l’ordine rigoroso di Gandini, di ritrovare quel senso di famigliare che sta sugli oggetti spelacchiati e un po’ consunti. L’ambizione è quella di contenere un mondo; enumerarlo e metterlo in ordine può essere un’utopia irraggiungibile o un modo molto empatico per provare ad appropriarsene.

p.s: a proposito di enciclopedie, vi segnaliamo un esperimento da non perdere. Lumières l’encyclopedie revisité.

Ilaria Tontardini // Hamelin Associazione Culturale

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