Nel bosco degli Spiriti. A proposito di Sinfonia a Bombay

Pubblicato per la prima volta sulle pagine della rivista ‘Alter’, all’interno dell’inserto gestito dal (super)gruppo Valvoline Motorcomics, Sinfonia a Bombay di Igor Tuveri torna dopo ben trent’anni in una nuova e definitiva veste editoriale. Più che una ristampa, il volume edito da Coconino Press è un risarcimento, una rivincita contro l’offesa della stampa in rotativa «che bruciava e mangiava i segni senza pietà», come ricorda l’autore in una lunga e romantica prefazione.

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Un periodo – quello dei primi anni Ottanta – non certo privo di esperienze sperimentali che, per l’appunto, proprio nelle riviste del cosiddetto “fumetto d’autore” avevano il loro habitat naturale. Le idee di quell’insieme di giovanissimi fumettisti scorrevano feroci e impudenti, confrontandosi con modelli che venivano “cannibalizzati” con scarso riguardo, e riutilizzati come materiale per storie e stile nuovi, ma dal sapore classico e già – anticipatamente sui tempi -“retro” (prima che la retrologia diventasse pratica comune).

Un momento storico, quello di Valvoline, che rappresenta per certi versi, l’ultima, intensa fiammata creativa prima della definitiva obsolescenza della formula delle riviste. Testate consolidate come Linus, Alter o le altre che strizzavano l’occhio ai blasonati esempi delle riviste d’oltralpe – su tutte Metal Hurlant e (A Suivre) – conosceranno presto una fase di declino progettuale, diventando meri contenitori di nuovi ‘standard’ e perdendo progressivamente interesse verso le forme fumettistiche, che trituravano e mischiavano arte, grafica, moda e musica senza soluzione di continuità.

L’esperienza di Valvoline è in corso di celebrazione proprio in queste settimane, grazie a una mostra a Bologna (e un volume) che offre un’ampia retrospettiva del suo itinerario artistico e intellettuale. Ma per immergersi in una simile, meritata rilettura, ci pare utile tornare a riguardare le opere prodotte da quella esperienza. Tanto più se si tratta di una riscoperta che, in realtà, è al contempo una rilettura e una integrazione.

Infatti, l’opera di restauro compiuta da Igort – con l’aggiunta di materiali mai pubblicati in precedenza – non è un semplice accomodamento. Per la prima volta, possiamo seguire il percorso di iniziazione di Helios Dutta, giovane praticante del Sakata Yoga, così come originariamente pensato e disegnato da Igort. È, senza dubbio, questo il merito della nuova edizione di Sinfonia a Bombay: donare nuova vita ad un’opera che rischiava di essere mangiata dal tempo e che ora, invece, si mostra totalmente. Mettendo a nudo, anche troppo chiaramente, i suoi ingranaggi nascosti.

L’atto di amore di Tuveri verso questa sua opera “prima” – qua e là ingenua in alcuni passaggi – è evidente, e pervaso da una doppia nostalgia. Innanzitutto, pare in linea con l’ attenzione verso il gusto per il passato presente già nella scena post-punk: penso alle fascinazioni destrorse dei primissimi Joy Division, o al rigore filo-sovietico dell’algido synth-pop degli The Human League di The Dignity of Labour. Ma la lista si potrebbe allungare a dismisura, setacciando la galassia franco-belga o quella teutonica più oltranzista e rumorosa – e con le esplorazioni quartomondiste lugno la nitida linea tracciata da Jon Hassell, messe in atto profughi Brian Eno e David Byrne.

Sinfonia a Bombay lavora in questa direzione: ingurgita tutto l’immaginabile, comprimendolo nella forma classica del racconto di avventura a fumetti di tradizione italiana. Se in questi la nostalgia era tutta umana, quella di Igort è di natura intellettuale: una nostalgia retrologica, quasi gnostica, insieme ad una sete di esotismo letterario à la Salgari, nutrivano i sogni del giovane Igort, che a distanza di anni ricorda con un furore quasi romantico quegli anni e quella logorante creatività, non ancora affermata, non ancora riconosciuta.

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Scrive Igort, nella prefazione:

«Notti insonni a chiacchierare davanti a tazze di té nero cinese, sventolando visioni e dichiarazioni di amore perduto nei confronti dell’avanguardia fumettistica che sentivamo di incarnare. Case da studente, con i manifestini di Wenders appesi a testa in giù, disegni, copertine di dischi  e foto dappertutto. Era una tappezzeria esistenziale, una mappa per orientarci […] Tutto era a portata di mano. E se fosse…incoscienza o semplice ossessione, fatto sta che ci concedeva di dare del tu a giganti…che ci parevano accessibili […] Sentivo che era inutile portare un sacro rispetto ai grandi. Mi pareva imbecille e tapino, togliersi il cappello […] Majakowskij era al mio fianco.»

Igort espone e mette a nudo le sue influenze, in uno sfrenato accumulo – qui estirpato – di autori ed opere, note o meno note: un’erudizione forse ridondante. Sappiamo tutti quanto stratificato sia il background dell’autore cagliaritano, eppure Igort – riconosciuto e premiato artista della nona arte – sembra voler sottolineare con forza, in questo breve memoriale, i natali nobili e la materia alta di cui sono impastati i suoi fumetti.

Le pagine di Sinfonia a Bombay, nella loro furia narrativa, fatta di racconti che nascondono altri racconti, realtà che tracimano nella fantasia, voci che si soprappongono e sfumano l’una nell’altra, sono anche – e forse soprattutto – un rompicapo iconico, che si snoda nell’affastellarsi quasi nevrotico di un citazionismo nostalgico. Una sola lettura, frettolosa, non basta. O forse sì, se si vuole correre il rischio di perdersi l’entusiasmante rete di rimandi enciclopedici di cui sono intessute le tavole. 

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Il viaggio mistico di Helios è una quest favolistica vissuta per interposta persona: attraverso la raminga fuga di Aparna Tagore, sia fisica che spirituale, Helios viene ingurgitato nella viscere di una biblioteca e di una donna. Nell’idea di un’amore vissuto come possesso e schiavitù. È  lo stesso rischio che corre il lettore: smarrirsi nel labirinto degli spettri che popolano la selva iconica del romanzo, sospeso tra fonti orientali, che vanno dal suprematismo russo alla mistica indiana, al romanzo pulp, fatto di stereotipi selvaggi (si veda la figura nera di Salaah al-Din).

Sinfonia a Bombay è perciò un confronto doloroso, inserito in un percorso di auto-riflessione e auto-storicizzazione che parte, oltre che da un’esigenza di tipo storico, da una più esistenziale e profonda. Ed è in questo intreccio di diverse tonalità emotive che sfiorano, affondano e si immergono nella nostalgia, che dovrebbe concentrarsi lo sguardo del lettore più attento. Comprendere, al di là di tutto, che questa sinfonia d’immagini è un confronto e un omaggio di Igort al sé stesso che è stato: il sé stesso che ebbe il coraggio di rischiare questo strano viaggio in cui, fra una tappa e l’altra, c’è stato il rischio di perdersi.

Sinfonia a Bombay
di Igort
Coconino Press, 2013
cartonato, 86 pagine, colore
24.00 €

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