Katsuhiro Ōtomo ha 60 anni. Ne parlano Lrnz, Accardi, Dall’Oglio, Villani

Andrea Accardi

Eutreka, speciale giappone

L’influenza di Otomo sulla mia crescita è stata fondamentale, anche se non si basa affatto sulla lettura delle oltre 2000 pagine di Akira uscite nel corso di questi anni, né tantomeno sulla visione dell’anime, ma solo ed unicamente su una tavola, una sequenza indimenticabile del sopracitato manga su cui molti anni fa ho tentato di fondare il mio “new way” (e rido da solo, ok) stile; certo, solo una delle tante tappe nel mio percorso da fumettista.

Nel 1983, quindicenne, mi trovavo nel pieno del ciclone mediatico giapponese; causa invasione, mi ero del tutto affrancato dalle letture familiari, Flash Gordon, Tex, Corto Maltese, Topolino, Akim, e Mister No erano improvvisamente diventati “vetusti”. Ahimè, ho fatto il doppio della fatica a recuperarli successivamente, ma all’epoca per me esisteva solo lo “stile giapponese” con le “facce piatte”, come dicevano i detrattori. Per me era il paradiso, una passione che andava in linea di continuità da Goldrake a Lupin III, dalla Principessa Zaffiro a l’ape Magà. Ma, se già i fumetti erano letture per ragazzi (a essere buoni), i cartoni erano proprio considerati per bambini e nel tentativo di colmare questo gap e soddisfare qualche mio pruriginoso interesse adolescenziale avevo cominciato a comprare, quasi contemporaneamente a La Banda Tv Ragazzi, Il Grande Mazinga e Candy Candy, una serie di riviste di fumetti “adulti” tra cui Totem e Metal Hurlant.

Viaggiavo comodamente su questi due binari, ma non riuscivo ancora a trovare una conferma che questi potessero in qualche modo incontrarsi, fino a quando non vidi una tavola di Akira del “giovane Katsuhiro Ootomo (sic!) che aveva “sviluppato uno stile alla Heavy Metal”, così diceva la didascalia dell’immagine pubblicata sul numero 11/12 della rivista Eureka, speciale Giappone. Perfetto, il cerchio si chiudeva.

In quella tavola 5x8cm si concentravano tutti i miei interessi: c’era quello che consideravo “uno stile giapponese adulto”, più moderno (e lo capivo già allora) del pur fantastico Golgo 13 di Takao Saito, pubblicato qualche anno prima dalla medesima rivista; c’era un disegno classico, che rispettava le anatomie senza mai rinunciare ai “grandi occhi” o alle bocche, corredate di “paradenti”, spalancate tanto da mostrare l’infinito all’interno. Un segno classico, dicevo, declinato al dinamico attraverso la composizione e gli artifici tecnici che riproponevano il movimento della telecamera. Uno stile più che classico, ribadisco, in quanto convergenza di stilemi orientali ed occidentali, di scuola americana ed europea. Per dirla tutta, trovavo addirittura delle somiglianze tra il disegno di Roberto Diso, che avevo amato su Mister No, e quello di Otomo, anche le vignette ortogonali aiutavano la mia impressione. Tutte queste considerazioni erano affidate all’intuito, e non mi chiesi abbastanza qual’era il motivo per cui quell’unica tavola di Akira mi entusiasmasse di più di quel migliaio di pagine del pilota del piper che avevo letto. Sarà stata l’età. Oggi posso affermare che a parità di segno, è lo storytelling a far la differenza, e in quel periodo questa distanza oggi ridimensionata doveva apparirmi abissale. Otomo per me ha rappresentato la “confluenza” e da questa sono ripartito mille volte, così come su quell’unica tavola ho immaginato e messo su carta diversi possibili sviluppi, usandola come base per cercare il mio stile italo/giapponese.

(la tavola è questa – NdR)