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Edge of Tomorrow: vivi, muori e ripeti [la recensione]

L’ho visto e l’ho anche rivisto, due volte. Edge of Tomorrow è quello che – molto tranquillamente – potremmo chiamare action movie: ha il ritmo e i combattimenti roboanti (con tanto di invasione aliena), i numeri (costi di produzione), il cast (Tom Cruise, ormai re dell’action con-lo-sguardo-profondo) e ha anche una storia convincente, basata su un buon romanzo breve giapponese. Al box office internazionale è andato – e sta andando ancora – bene. Non allo stesso modo negli USA, dove lo scorso weekend non è arrivato che terzo, dietro Colpa delle Stelle e Maleficent.

edge_of_tomorrow

La storia, dicevamo, è semplice: siamo nel futuro (appena qualche anno dopo rispetto al presente, niente di eccessivo). E un uomo – un maggiore degli Stati Uniti d’America, ufficio stampa dell’esercito, interpretato da Cruise – viene costretto dal suo comandante sul fronte, in una sorta di sbarco in Normandia rivisitato. I suoi avversari: gli alieni. Il suo problema: non sa combattere. Il caso vuole però che durante uno scontro contro uno di questi alieni, ribattezzati Mimic (omaggio a uno dei primi film di Guillermo Del Toro), ottenga la capacità di ripetere all’infinito, ogni volta che muore, la stessa, identica battaglia. In questo modo ha tempo per imparare, addestrarsi e soprattutto capire come sconfiggere il proprio nemico. A dargli una mano, una soldatessa eccellente, rinominata dallo squadrone Full Metal Bitch (puttana d’acciaio, per chi avesse bisogno di Google Translate) ed interpretata da Emily Blunt.

Soldatessa ed (ex)maggiore si ritrovano così a combattere fianco a fianco, quasi mano nella mano (i risvolti romantici, com’era prevedibile, non mancano). E ciò nonostante il filo del racconto, tenuto da Doug Liman, non si perde mai. Si combatte, si uccide, si muore. E si torna a combattere, ad uccidere e a morire. Tom Cruise è la stella di tutto il film: buona parte del suo successo – e della sua fruibilità – è sua. L’elemento tecnologico, e cioè le armature che i soldati indossano per combattere i Mimic, si sposa bene con quello forse un po’ ridondante di un’umanità fragile, debole, che fatica persino a fidarsi di se stessa e che se vuole sopravvivere deve redimersi – come il protagonista.

Edge of Tomorrow non è ispirato ad un videogioco, come in molti credono, ipnotizzati forse da un linguaggio che – quello sì – deve molto all’estetica video ludica, sempre più presente nel cinema recente (come sottolineato anche dal magazine Edge). È ispirato invece ad una light novel giapponese, intitolata All You Need Is Kill, di Hiroshi Sakurazaka. Che ho letto e che vi posso dire non essere poi molto lontana dal film: è vero, il protagonista in questo caso è giapponese e non americano; è anche vero che non è un alto ufficiale caduto in disgrazia ma una recluta, ed è pure vero che ci vuole un po’ – forse troppo – prima che capisca di rivivere ogni giorno lo stesso giorno. Ma le differenze, altrimenti, sono pochissime. Liman, nell’adattarlo insieme alla sua crew di sceneggiatori per il grande schermo, ha fatto un ottimo lavoro. Ha fatto suoi i punti di forza del racconto di Sakurazaka (che per l’edizione originale, peraltro, era assistito dalle illustrazioni di Yoshitoshi ABe, il noto mangaka/graffitaro/geek, già creatore grafico dell’indimenticabile Serial Experiments Lain) e ne ha rivoluzionato invece altri aspetti per renderlo più appetibile al pubblico americano e, più in generale, occidentale.

edge of tomorrow cruise

Forse Edge of Tomorrow non sarà un action cult, uno di quelli che prima o poi saremo abituati a citare e ricitare ecc.; ma è scorrevole, piacevole, e anche se alla fine tende ad andare troppo di fretta, resta coerente con le sue premesse. Un eccellente prodotto dell’industria hollywoodiana, insomma, il cui merito va diviso equamente tra storia, regia e cast. Dove per cast, ovviamente, intendo Tom Cruise, che qui azzecca un progetto come non gli capitava da tempo: di gran lunga più scoppiettante di Oblivion, per capirci. Per certi versi, il piacere del film va anche oltre gli intricati loop temporali e, con l’inquietante ironia della coazione a ripetere scontri e scazzottate, sembra una versione deformata e hi-tech di Ricomincio da capo, la splendida commedia dark di Harold Ramis con Bill Murray.

P.S. Anche l’orecchio vuole la sua parte. Quindi alla fine del film non alzatevi. Aspettate. Partirà Love Me Again di John Newman, che con il film non c’entra niente, ma che ha l’effetto spiazzante – come dovrebbe essere con ogni canzone scelta per i titoli di coda – di farvi riflettere. O quanto meno, di risvegliarvi dal torpore post-film.

 

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