Enki Bilal: la fine di un mondo [Intervista]

Enki Bilal, oggi poco oltre i sessant’anni, si sente un ragazzo e si gode la libertà di divulgare la sua fluida visione speculativa e meditabonda attraverso fumetti, film, dipinti e progetti di vario genere. Nato nella ex Jugoslavia e naturalizzato francese nel 1967, Bilal è un acclamato autore di bande dessinée dal 1972, benché sia ancora considerato un outsider. Da sempre escluso dalle élite culturali di Parigi, ciò non gli impedisce di ricevere grandi onori: gli ultimi quest’anno, grazie a due mostre personali allestite a Parigi, una al Louvre, l’altra intitolata Mécanhumanimal. Tutte le immagini a corredo della presente intervista provengono da questa mostra, conclusasi lo scorso 5 gennaio al Museo delle Arti e Mestieri di Parigi.

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Nato nella Belgrado comunista di Tito da madre cecoslovacca di religione cattolica e padre bosniaco maomettano (non praticante), Bilal crebbe in mezzo a quelle linee di faglia che avrebbero portato la sua patria al crollo. Diventando un attento e imparziale osservatore delle tensioni globali, nei suoi coloratissimi graphic novel egli preconizzò la caduta dell’impero sovietico e visualizzò l’attacco al World Trade Center ben prima dell’11 settembre 2001. La sua ultima trilogia introduce una tecnica di colorazione dove i pastelli sono più morbidi e ridotti all’essenziale, con l’aggiunta di colpi di luce su carta colorata. La sua storia immagina un pianeta che i nostri abusi hanno trasformato in un ambiente irriconoscibile, selvatico, traumatizzato e senziente, in cui umani e animali si alleano e si ibridano per sopravvivere. Questa conversazione è avvenuta nello studio parigino di Bilal, e lui ha voluto piazzare la sua sedia sotto una testa di zebra impagliata che ci guardava dall’alto, esordendo poi così:

Penso che stiamo attraversando un periodo di mutazione interiore. In Francia la gente parla di generazione perduta, che ha difficoltà a trovare lavoro, difficoltà che i loro genitori non hanno mai avuto. È vero, ma questa generazione si sta armando di tecnologie con le quali poter costruire un mondo nuovo. È un periodo difficile per loro, ma al tempo stesso essi sono pionieri di qualcosa di nuovo. La stessa cosa sta succedendo alla politica, diventata impotente. Perché? Perché sono la finanza e l’economia a controllare ogni cosa. Stiamo arrivando alla fine di un mondo. È interessante mettere a confronto l’oggi con le tendenze radicali degli anni ’60, culminate con la rivoluzione del maggio ’68 in Francia. Credo che oggi siamo di fronte a una rivoluzione più pacifica e tecnologica. Nei mesi che verranno, la politica europea si renderà definitivamente conto di essere incapace di governare l’economia. Questo permetterà alle giovani generazioni di prendere in mano la situazione e chiedere cambiamenti, perché avranno la forza per chiederli, la forza che serve a sopravvivere. Quindi forse pian piano ci muoveremo verso una zona non conosciuta, ma dove le cose possano succedere. Lo spero. Non considero questa giovane generazione come persa, semmai il contrario: essi devono continuare. Tocca a loro. Il vecchio sistema politico non funziona più.

Sei cresciuto in Jugoslavia: il comunismo ti ha deluso?

Tito mai. Quando sei giovane, sei inconsapevole. Tito imprigionava o eliminava i suoi avversari politici, ma ha tenuto unito lo stato. Il collasso della Jugoslavia e quello che ne seguì fu di gran lunga peggiore. Fuori da ogni ondata patriottica contro i tedeschi, Tito aveva forgiato una sorta di influenza e solidarietà attorno a sé: ciò significava che nessuna religione poteva esistere; i croati cattolici sostenevano Tito – egli stesso croato – mentre i serbi-ortodossi, i bosniaci musulmani e tutti gli altri combattevano fianco a fianco. Il fatto di essere nato in mezzo a tutto questo mi diede qualcosa. Dopo essere venuto qui in Francia, verso i sedici, diciassette anni, capii che il comunismo, in particolare il modello sovietico, era un fallimento.

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Credo che tu non ti veda come futurologo, ma come ti senti quando ciò che immagini si realizza?

È successo con il crollo del Muro di Berlino, che Pierre Christin e io mostrammo in Battuta di caccia (1983). Avevamo anche avuto l’idea di raccontare la storia della Terza Guerra Mondiale, ma poi abbiamo detto no, dobbiamo fermarci qui! È la libertà di immaginare quello che potrebbe accadere che mi dà questo “talento”. Dove i giornalisti devono fermarsi a riportare e verificare i fatti, lo scrittore e l’artista possono continuare e immaginare quello che può succedere oltre. Così è come funziono io. Per esempio posso spiegare la mia “grande previsione” del 1997, la caduta delle due torri del WTC, quando stavo lavorando sul graphic novel Il sonno del mostro (1998). Nella guerra civile che in quel periodo affliggeva la Jugoslavia c’era un aspetto che aveva molte affinità con quanto poi accadde: la questione religiosa. Abbiamo sentito molte cose riguardo ai diversi nazionalismi, ma era come se politically correct in Francia significasse che nessuno osava dire che quella fosse una guerra di religione. Ho letto un rapporto nel 1995 sui talebani in Afghanistan e ho imparato qualcosa in più su quello che succedeva.

La mia mente fu sconvolta dagli orrori della guerra in Jugoslavia, in cui i mujaheddin arrivarono in difesa dei bosniaci, mentre i serbi stavano all’estrema destra nazionalista. Ma io non volevo che Il sonno del mostro parlasse della Jugoslavia contemporanea, io volevo una storia universalmente valida, quindi proiettai i miei personaggi 30 anni nel futuro, anche se essi erano comunque nati nel momento stesso in cui stavo scrivendo la storia, durante la guerra in Jugoslavia. Mi dispiacque davvero che il mondo stesse cadendo nelle mani dei talebani, come successe con i comunisti. Quindi immaginai cosa sarebbe potuto succedere se gli estremisti delle tre principali religioni monoteistiche avessero creato questo “Ordine Oscurantista”. Quale sarebbe potuto essere il primo simbolo dell’Occidente a essere colpito. E mi venne in mente New York.

In che modo fantascienza e scienza influiscono sul tuo lavoro?

Io provengo da una cultura di fantascienza. Ho letto molti autori: Roger Zelazny, Philip K. Dick e altri, l’Australiano Greg Egan; ancora oggi leggo un po’ di fantascienza. Ci sono dei buoni autori francesi di fantascienza, ma sono marginali, non c’è la stessa apertura mentale verso il genere che troviamo in America o in Inghilterra. La scienza invece si muove velocissimamente, più veloce del progresso politico o della cura delle malattie. Mentre leggo di queste incredibili scoperte, posso anche baloccarmi un po’ a concepire cose assurde, tutto è possibile.

Sei in contatto con qualche scienziato o altri pensatori?

Sì, durante le conferenze o quando li invito per contribuire ai progetti come la mia ultima mostra su invenzioni, planetologia e ibridazione, Mécanhumanimal. Ho parlato di questo con Paul Virilio, un grande architetto e pensatore. I suoi stessi scritti sulla catastrofe lo hanno molto depresso, in quanto è diventato consapevole della disperata situazione in cui siamo. Alla fine lui dice qualcosa di molto semplice: per ogni nuova straordinaria invenzione, l’uomo inventa anche la catastrofe che si porta dietro. È un’analisi profondamente realista e lucida, definitivamente pessimista. Il macello della Prima Guerra Mondiale fu orribile, ma portò a importanti passi avanti nella medicina. L’umanità è come l’Apprendista Stregone.

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Hai già diretto tre film tratti da tuoi fumetti e stai già preparando il quarto, un adattamento del tuo graphic novel Animal’z del 2009. Film e fumetti hanno qualche tratto in comune?

No, non voglio che i miei fumetti assomiglino ai miei film. Nei miei fumetti più recenti ho aggiunto più testi narrativi e voci interiori, ho cambiato il layout di pagina e li ho voluti rendere più letterari rispetto ad altri fumetti o al cinema. In Julia & Roem (2011) ho citato Shakespeare, e i miei stessi personaggi si ritrovano a recitarne delle strofe. Ho saputo che questo libro è piaciuto a parecchia gente, ma al contempo alcuni ne sono stati destabilizzati perché non hanno capito quello che volevo dire. È normale, c’è un sacco di altra roba da leggere!

Il cinema per definizione mostra tutto quello che accade della storia, mentre la letteratura richiede al lettore di immaginare tutto. I fumetti mixano questi due aspetti, ma quando si mette maggior enfasi nelle parti scritte, si dà maggiore importanza al ruolo del lettore che, immaginando, aggiunge immagini mentali ai disegni.

Come nascono il libro I Fantasmi del Louvre (2012) e relativa mostra?

Tutti gli anni, dal 2005, il museo del Louvre e la casa editrice Futuropolis danno l’opportunità ad alcuni autori di fumetti di esplorare le gallerie e le collezioni del museo. Dopodiché chiedono loro di realizzare, a briglia sciolta, un graphic novel in cui il protagonista è lo stesso Louvre. Anche a me l’hanno chiesto, ma io non volevo realizzare una storia a fumetti. Volevo fare un libro. Henri Loyrette, il direttore del museo, mi ha lasciato carta bianca. Allora gli ho chiesto di poter fotografare le opere e inventare delle storie di fantasmi che apparivano nei quadri. Personaggi sconosciuti e inventati ma che, a un certo punto della loro vita, sono venuti in qualche modo in contatto con gli artisti o con le opere stesse. Ho fatto oltre 400 fotografie. Ne ho poi scelte 23, ognuna fotografata da angolature impossibili, o distorte, per creare lo spazio adatto all’apparizione di un fantasma. Ho scelto i miei personaggi inventandoli completamente.

Ho disegnato un uomo, una donna, vecchi, giovani, a caso e poi ho fatto ricerche sulle opere e i periodi storici, per dare una certa verosimiglianza ai fantasmi, trovare delle connessioni con opere e artisti. Ogni storia comincia con la loro data di nascita precisa – a volte al secondo – il luogo, addirittura il meteo. Questo per dimostrare che voleva essere un gioco, per giunta apocrifo. Stranamente qualcuno ci ha creduto davvero. Un eminente critico su France Culture mi ha chiesto su quali documenti mi fossi basato per ricavare quegli strani personaggi storici! E invece li ho disegnati partendo dalle mie fotografie, che poi ho stampato, de-saturato e elaborato per dare ai miei fantasmi più “presenza”. Quando Loyrette vide i disegni, nel mio studio, disse che avrebbe voluto esporli al Louvre. Scelse un posto magnifico, la Salle des Sept Cheminées e li posizionò vicino alla Nike di Samotracia, che fra l’altro era una delle opere che avevo fotografato.

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Il tuo successo nel mercato dell’arte è relativamente recente.

Sì. Alla mia prima mostra, nel 1994, riuscii a vendere tre grandi dipinti per 618 mila Franchi, un buon prezzo per quell’epoca. Poi, nel 2007, uno di quei quadri tornò sul mercato e fu messo all’asta alla mia prima vendita all’Artcurial (casa d’aste francese). Gli esperti lo valutarono 35 mila Euro. Pensai che fossero tutti impazziti. Fu venduto per 170 mila. Altri miei lavori furono venduti ad altissime cifre. Un modesto ritratto di donna, stimato 6 mila Euro, venne battuto a 93 mila. Fu un grande successo per la Artcurial, per il mercato dell’arte e per il mondo del fumetto. Tutto partì da lì. Cambiò il modo in cui la gente guardava i miei lavori, ma io non cambiai. Ci furono altre vendite di mie opere negli anni successivi, come per esempio alcune tavole emblematiche di miei graphic novel, che si attestarono sui 100-120 mila Euro. Nel 2009 ho venduto anche tutti gli originali di Animal’z: un unico lotto da 900 mila Euro. Mi sembra che in Francia, fra gli autori viventi io sia il secondo best seller: solo Pierre Soulages riesce a vendere a prezzi più alti.

Animal’z è ambientato per la maggior parte in mare, Julia & Roem invece si svolge su terreni brulli e secchi. Sono due parti di una trilogia. Cosa ci dobbiamo aspettare?

Ho cominciato il terzo capitolo, il cui titolo è La couleur de l’air. I personaggi sono intrappolati su un dirigibile. Li seguiamo e incontriamo i personaggi delle storie precedenti. Alla fine si incontreranno tutti. Sono tutti diretti verso un luogo, invitati dal pianeta. A un preciso momento della narrazione, il trattamento grafico cambia e da colori tenui si passa a tinte più brillanti.

Intervista originariamente pubblicata sul sito dell’autore (a questo indirizzo). Traduzione di Graziano Pedrocchi.