La danza della realtà: il nuovo film ‘autoimmaginario’ di Jodorowsky

Cinema, teatro, narrativa, fumetto. E poi lettura dei tarocchi, seminari di psicoterapia, studi orientali. Non sono molti (o forse non esistono proprio) autori che possano vantare un curriculum simile a quello di Alejandro Jodorowsky. Ricordato dai più come regista d’avanguardia – soprattutto grazie ai due cult movie El Topo e La Montagna Sacra, realizzati nei primi ’70 – le sue opere sono accomunate da un’energia visionaria unica nel suo genere. Un percorso che si nutre di filosofia, surrealismo, misticismo psichedelico, abbinati a un’inventiva fuori dal comune.

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Di recente, alla veneranda età di 83 anni e a più di 20 anni di distanza dal penultimo lavoro per il cinema, Jodorowsky ha prodotto un nuovo film. Un progetto a basso budget, alla cui realizzazione hanno partecipato quasi tutti i suoi numerosi figli e che descrive – seppur in termini metaforici – il singolare profilo dei suoi genitori, abitanti del minuscolo paese di Tocopilla, in Cile, durante gli anni ’30.

La decisione del regista è in questo caso evitare i canoni del linguaggio cinematografico, rinunciare all’estetica in virtù di un approccio puramente ‘etico’ alla storia. E viene da chiedersi se La danza della realtà (questo il titolo del film, già assegnato al suo celebre romanzo autobiografico), presentato per la prima volta in Francia nel settembre 2013 e proiettato in Italia nel maggio 2014, non sia stato realizzato con il solo intento di soddisfare le esigenze ‘psicogenealogiche’ del suo autore, piuttosto che piacere al pubblico.

«Volevo che la bellezza scaturisse dal contenuto, non dalla forma – ha spiegato Jodorowsky – Abbiamo dunque deciso di eliminare la forma, di non porre niente tra la cinepresa e ciò che veniva filmato, di non fare dei movimenti di macchina inutili. Ho anche soppresso tutta la macchineria e la tecnica che circondano normalmente le riprese per mantenere soltanto un cameraman con la sua steadicam. Una volta finito il film, ho rielaborato tutti i colori grazie al digitale. Ho ucciso l’estetismo per creare un’altra estetica (…) Mi sono limitato all’essenziale, il montaggio e i piani sequenza devono molto al fumetto, il film avanza come un fiume».

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Ecco, il fumetto. Facciamo un passo indietro, prima di affrontare il film. È infatti attraverso il medium disegnato che Jodorowsky rinasce come autore, alla fine degli anni ’70, dopo la grande delusione di Dune (la cui storia è stata recentemente raccontata in un documentario – e qui trovate gli storyboard firmati Moebius). Ed è grazie al fumetto che Jodorowsky scopre il modo di sfogare la propria incontenibile fantasia senza dover tener conto di produttori ostili, set ultracostosi e attori indisponenti.

Tutto ha inizio quando, insieme all’amico Jean Giraud, realizza Gli occhi del gatto (Les Yeux du Chat), pubblicato nel 1978 all’interno del primo numero di “Métal Hurlant”. Racconto breve e sperimentale, che serve solo da rodaggio. Il capolavoro arriva poco dopo e si intitola Les Aventures de John Difool (poi L’Incal). La saga, che viene anch’essa pubblicata sulla rivista francese tra il 1981 e il 1988, racchiude in un perfetto equilibrio visioni fantapolitiche, nozioni alchimistiche e atmosfere da thriller fantascientifico, il tutto magistralmente messo in scena dalla matita di Moebius.

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Particolare da ‘Gli occhi e il gatto’. Disegno di Moebius

Il fumetto apre a Jodo una nuova porta, offrendogli la possibilità di ambientare le sue storie su pianeti brulicanti di esseri multiformi, moltiplicare a dismisura il numero dei personaggi, inscenare apocalittiche battaglie interstellari. Nel giro di una decina anni, il nostro scrive diverse opere che fanno da cornice all’Incal, spiegandone i presupposti e gli sviluppi: da Avant l’Incal (disegnata da Zoran Janjetov, il prequel), a Final Incal, (disegnata da José Omar Ladrönn, il seguito), a La Caste des Méta-Barons (disegnata da Juan Gimenez), fino a Les Technopères (disegnata da Zoran Janjetov), e Megalex (disegnata da Fred Beltran).

Inarrestabile, oltre alla descrizione del suo universo narrativo fantascientifico, l’artista si getta sul western metafisico di Bouncer, per i disegni di François Boucq. Racconta le sordide trame della famiglia Borgia, consegnando a Milo Manara il testo per tre albi pubblicati in Italia da Mondadori. Scrive storie per Georges Bess, Das Pastoras, Silvio Cadelo e torna a lavorare con Moebius in diverse occasioni. Una per tutte, la storia (in parte autobiografica) intitolata La folle du Sacré-Coeur.

E arriviamo al film. Conoscendo la sua storia creativa, è lecito domandarsi per quale motivo Jodorowsky non abbia deciso di consegnare la sceneggiatura a un disegnatore, invece che a un gruppo di attori. Azzardando un’ipotesi, si potrebbe sostenere che la stessa trama – opportunamente riveduta e corretta – avrebbe dato lo spunto per un ottimo racconto illustrato. I personaggi stralunati, le ambientazione kitsch, le allucinazioni visive sublimate dall’atto grafico, e non meccanicamente riprese su un set, sarebbero state percepite – più probabilmente – con il loro carico di simbolismo e di ‘magia’ così come nelle intenzioni dell’autore. Al contrario, sotto la cruda luce del set, gli stessi espedienti narrativi appaiono freddi, impostati, finti.

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La scelta di far parlare il personaggio della madre attraverso il canto, di vestire il proprio primogenito con i panni del padre, di recitare in prima persona alle spalle del giovane protagonista alter-ego, raccontano maggiormente un’esigenza ‘privata’, piuttosto che la volontà di arrivare al pubblico attraverso immagini archetipiche.

“Qualcuno afferma che questo film sia felliniano. Tra 30 anni diranno che era ‘jodorowskyano’. O almeno lo spero”, afferma con un po’ di autoironia Jodorowsky, congedandosi dal palco del cinema Apollo. Chissà, potrebbe anche essere così. E allora non possiamo fare altro che aspettare la versione illustrata de La danza della realtà.