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RecensioniNovitàFrederik Peeters e la sci-fi esistenzialista di Aâma

Frederik Peeters e la sci-fi esistenzialista di Aâma

Frederik Peeters, l’autore di Pillole blu, è tornato da poco nelle librerie italiane grazie a Bao Publishing con il primo tomo della sua nuova fatica: Aâma. Peeters aveva già frequentato un genere “difficile” come quello fantascientifico con Lupus. Ma Aâma è un’immersione assoluta in un mondo lontano in cui ogni conflitto di genere sembra ormai superato, a favore di una società liquida (eppure) così simile alla nostra.

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Sul carattere problematico della sci-fi, Peeters ha idee molto precise:

«Non si può definire la sci-fi come un termine, e ciascuno ne può dare una diversa interpretazione. Secondo me Star Wars o Dune non lo sono. Sono più simili a mitologie trasposte in uno scenario cosmico. La vera sci-fi nasce con H.G.Wells o Jules Verne. Il tema della scienza e dell’umanità offre ottimi spunti di riflessione sul nostro destino, come in 2001: Odissea nello Spazio

«Esiste anche una sci-fi “critica”, come quella di Philip K. Dick, o quella del John Carpenter di Fuga da New York. E comunque, ce n’è anche un altro tipo che si basa su fantasticherie allegoriche, con l’intento di provocare sentimenti dalla natura ambigua e esotica, come ad esempio nella letteratura mitteleuropea, o ne Le Cronache Marziane di Bradbury. Il mio desiderio è di lavorare con un po’ di questi diversi approcci. Aâma pone domande sul mondo in cui viviamo, ma è anche immaginato per offrirne un’immagine inedita. Adoro mettere insieme influenze disparate – dalla psicanalisi alla poesia, passando per l’arte classica e la filosofia – per viaggiare all’interno dei nostri più reconditi pensieri. Nel contempo, mi piace utilizzarla anche come pura fuga, un modo di fondere i diversi livelli di percezione della realtà.»

Nella medesima intervista rilasciata a Cbr, Peeters spiega come accanto ad una nutrita serie di spunti – che vanno dai ricordi dei suoi viaggi in Oriente all’interesse per la biologia e l’entomologia – ci siano tutta una serie di clichés di genere, utilizzati come un canovaccio su cui innestare la modifica genetica di Aama. Perché sin dalle prime battute, per quanto ci troviamo immersi in scenari consoni e riconoscibilissimi dagli amanti del genere, Aama si presenta come un rompicapo.

Il protagonista Verloc Nim – al contempo voce narrante e spettatore – si sveglia in preda ad una lacerante amnesia, che diventa il motore delle vicende. Grazie alla presenza di Churcill, una scimmia robotica fumatrice di sigari, Verloc compone i pezzi della sua recente vita: dalla dipendenza alle droghe, al matrimonio andato in frantumi, passando per la miseria in cui è stato gettato da una serie di sfortunati eventi, ma soprattutto l’incontro – anni dopo – con il fratello.

Per aggiunte, digressioni e vuoti, Peeters mette insieme una storia dalla vocazione intimista e onirica. Le prime tavole sono già un saggio fondamentale: la solitudine di Verloc si rifrange negli spazi alieni di Ona (Ji) mentre la sua mente associa insieme vari cocci mnestici: frammenti della sua memoria che ricordano le atmosfere perturbanti di Pachiderma, ma che nel contempo – complice il colore – sembrano strizzare l’occhio ad alcune soluzione del Charles Burns più maturo (X’ed Out, The Hive)

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La cronaca di Verloc – a metà strada tra confessione e memoriale – conduce il lettore in una megalopoli che si muove tra tensioni moderniste (o sarebbe più idoneo definire “retrofuturiste”) di un Sant’Elia e ambienti da suq arabi. La lezione della fantascienza à la Metal Hurlant si riverbera placida nelle tavole di Peeters, sempre leggere e attente e fondere citazionismo e realtà. Come se attraverso le tavole fosse lecito riconoscere quartieri parigini a maggioranza islamica, dove decine di piccole attività scompaiono non appena un passaggio permette di staccarsi dal brulicare nervoso della gente. E la risalita narrata da Verloc nella prima parte è una promessa di redenzione. Non ci sono religioni, o divisioni che alludono a differenze di razza e nazionalità, ma c’è una strenua gerarchia sociale, quasi come un sistema di caste. Non a caso, Verloc è un pariah, a cui viene data una nuova possibilità.

Ma non vi aspettate solo una sci-fi sui generis dai toni esistenzialisti: lo scopo di Peeters è quello programmatico di sorprendere il lettore. Allora, nell’alchimia non poteva mancare un viaggio interstellare a bordo di un’astronave mutaforma ai confini dell’universo, dove la commistione tra organico e artificiale è ormai saltata, seguendo le derive ultime di una biotecnologia che ha ormai modificato in maniera irrimediabile la natura umana: ammiccando alle intuizioni cyberpunk di Ghost in the Shell, a loro volta provenienti da William Gibson, ormai il cervello umano è connesso con un’interfaccia biorobotica dove gravitano dati e informazioni in una condivisione continua e inarrestabile. Verloc è volutamente fuori da questo sistema, privo di innesti tecnologici e legato ad un supporto desueto e esotico come la carta, in antitesi a Conrad, suo fratello, che invece lavora appunto per un’azienda del settore biorobotico, la Muy-Tang Corporation.

Peeters non svela nulla: dissemina pochi indizi e non si perde in spiegazioni inutili. Il lettore è disorientato, eppure già a suo agio in un mondo che non bisogno ad ogni pié sospinto di noiose digressioni che lo agevolino nelle lettura. La stessa costruzione della tavola subisce sterzate improvvise, assecondando la progressione del ritmo. Lo scontro tra Churchill e un misterioso nemico ha la velocità tipica dei fumetti nipponici. Le linee di forza piegano le vignette, donando alle tavole un’inedita forza cinetica. Alla fine del volume, si ritorna verso un tono intimo e irrisolto che potrebbe lasciare l’amaro in bocca, ma è più che lecito in un’opera dall’ampio respiro come questa.

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Per l’edizione in lingua francese Peeters è ormai arrivato al terzo volume – Le désert des miroirs – e altri due sono in cantiere, svelando la vera natura dell’opera: una riflessione metafisica sulle conseguenze della tecnologia – la misteriosa sostanza Aâma, progettata dalla dottoressa Woland – sulla natura incontaminata del pianeta Ona (Ji).

Pur partendo da presupposti che potrebbero alienare la simpatia di quanti sono più propensi alla fantascienza classica, dove l’azione e un vocabolario semplice fanno da padroni, ricalcando in maniera pedissequa un immaginario d’effetto, Aâma è altrettanto distante da tentativi come Souvenir dall’Impero dell’Atomo di Smolderen e Clérisse, che nonostante l’estrema perizia, può essere facilmente rubricato sotto la categoria dell’omaggio nostalgico e retrologico alla sci-fi classica. Aâma recupera la lezione più importante della fantascienza: quell’immaginazione per il futuro, che un decennio di rigurgito retrologico hanno reso sterile o quanto meno cieca.

La velocizzazione della realtà ha fatto sì che la scrittura fantastica non possa essere più di tipo “speculativo” su un tempo futuro. A differenza di quanto accadeva in passato, le speculazioni invecchiano più velocemente della contemporaneità. Non riuscendo a tenere il passo con i continui rivolgimenti del mondo, la funzione del fantastico diviene quella di analisi di un presente in costante mutazione (Vanni De Simone, Il sottomarino transrealista)

La tensione immaginativa è stata messa tra parentesi da un presente iper-tecnologizzato che ha sopraffatto ogni fantasticheria sul futuro. La conseguenza diretta, in maniera molto approssimativa, è stata quella di appiattire la sci-fi sia sul recupero di un immaginario datato che sull’approfondimento di generi regionali. Aama cerca in maniera interstiziale di liberarsi tanto del fardello della retrologia tanto di pensare la sci-fi non come meno genere, ma come spazio simbolico per immaginare le derive ultime del presente. La portata del lavoro di Peeters è valutabile solo sulla lunga distanza, cioè solo a partire dal terzo tomo (che speriamo di vedere presto in italiano), quando la componente lisergico-metafisica diventa preponderante. Questo non significa che la narrazione scema sino a perdersi in una dimensione simbolica, ma senza dubbio il cliché è trasfigurato e superato in funzione critica. Non solo eventi e azione, non solo picchiaduro pensati per assecondare un pubblico cresciuto a pane e videogiochi in soggettiva, ma una trama mutante e infetta.

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