Il Protocollo cyberpunk di Carlo Lucarelli e Marco Bolognesi [Recensione]

Carlo Lucarelli è un nome che nel panorama della narrativa e nella cultura italiana contemporanea non ha bisogno di presentazioni. Attivo dai primi anni novanta, ha pubblicato romanzi, racconti, saggi, ed è stato regista, sceneggiatore e conduttore di trasmissioni televisive: il trait d’union che lega la sua vasta esperienza letteraria è il noir, il giallo e la crime fiction in tutte le declinazioni.

Marco Bolognesi, classe 1974, è un artista italiano, nato a Bologna e dal 2002 emigrato all’estero, più precisamente nel Regno Unito. Nel corso della sua carriera ha sperimentato le intersezioni tra le diverse tecniche di pittura, disegno, videoarte e fotografia; iniziò il suo percorso artistico nel 1994 con il cortometraggio sul terrorismo Giustizia e Verità, che venne esposto alla Biennale di Venezia. Dal 2003 è Artist in Residence all’Istituto Italiano di Cultura a Londra.

protocollo

Protocollo, pubblicato da Einaudi nel 2009, rappresenta la prima collaborazione tra queste due personalità artistiche tanto differenti. Un prodotto ibrido, difficilmente collocabile: una commistione tra elaborazione grafica, collage, fotografia, fumetto e altro ancora. Il testo in quarta di copertina usa il termine graphic novel, termine quanto mai scivoloso, ma che nonostante tutto sembra essere calzante nel descrivere la natura prettamente visiva e (foto)grafica della narrazione. Protocollo non è la prima escursione nel mondo del fumetto per Bolognesi, che in gioventù collaborò persino con Guido Crepax per un progetto – ahimé – mai pubblicato. Ed estraneo all’arte sequenziale non è nemmeno Lucarelli, che in passato sceneggiò le avventure del commissario Coliandro, creato con Onofrio Catacchio nel 1993 per Granata Press, e che, tra il 2008 e il 2010, ha realizzato la mini Cornelio – Delitti d’autore (Star Comics).

Il soggetto di Lucarelli non brilla certo per originalità, e dipinge un futuro distopico, di orwelliana ispirazione, in cui gli impianti corporei e cibernetici sono ormai una normalità. Il protagonista, il tedesco (ma nato a Parigi) di origini Giapponesi e residente a Londra Aki Baumann, dopo aver ricevuto un impianto ottico difettoso che ne altera il senso della vista, si trova coinvolto in una guerra segreta tra la Sendai Corporation, misteriosa Zaibatsu che, tra le altre cose, è l’azienda produttrice degli impianti, e un gruppo di ribelli mutanti collegati alla famiglia Yakuza chiamata Saki, cui il protagonista è in qualche modo legato. Aki viene così catapultato tra Londra, gli Stati Uniti e il Messico, fino a giungere in un Giappone fortemente iconico ed estetizzato. Come si può capire l’immaginario cyberpunk la fa da padrone, e popola sia la trama sia l’estetica del libro in questione. Risuonano forti gli echi di Matrix, Blade Runner e, soprattutto, il giapponese Ghost in the Shell, nonché un certo immaginario jappo-(post)pop simile a quello usato da Tarantino in Kill Bill.

Al di là dell’immaginario di partenza, la narrazione procede sui due piani, visuale e testuale, secondo spinte curiose, qua e là innovative. Il comparto grafico – sarebbe riduttivo chiamarle immagini o fotoritocco – fa coincidere l’occhio del lettore con quello del protagonista, in una sorta  di soggettiva. Queste immagini appaiono sempre distorte e alterate, grazie all’espediente (meta)narrativo degli impianti ottici non funzionanti concessi a Aki. I testi sono collocati soprattutto entro (numerose) didascalie, qui usate anche per i dialoghi, nonché in ‘contenitori’ grafici più eterodossi come ritagli di giornale, appunti su carta, biglietti aerei, memorandum e altro ancora.

protocollo lucarelli bolognesi einauidi

L’uso di fotoritocco, collage e tecniche miste richiama bene la lezione appresa da artisti come il britannico Dave McKean (Cages, Arkham Asylum), anche se Bolognesi rinuncia completamente alla pittura e al disegno in favore della fotografia, trasferendo semmai queste due tecniche sui corpi delle modelle da lui fotografate. In Protocollo vi è anche un uso molto libero, se non innovativo, di metodi “tradizionali” del fumetto come la griglia o suddivisione in vignette, che qui diventa mezzo di progressione spaziale più che temporale, riportando – scomposta a pezzi – un’unica immagine. Questo della decostruzione – nel senso più  fisico del termine – è uno dei leitmotiv grafici di Protocollo, dove nessun elemento visivo e nessun personaggio, nessun corpo umano, viene risparmiato dal processo che scompone e ricompone creando ibridi imprevedibili e carichi di nuovi significati: persino la forma stessa del medium fumetto viene investita da questo processo destabilizzante, con tutte le conseguenze del caso. Il senso di ibridazione ci viene richiamato, tra le altre cose, dall’identità e provenienza “meticciata” del protagonista stesso.

Questa riflessione sull’incessante processo di decostruzione e ricostruzione ci porta direttamente a uno dei motivi principali del racconto: la ridefinizione del concetto stesso di realtà in seguito allo sviluppo tecnologico e al sovraffollamento mediatico. In uno slancio che ha del baudrillardiano, Lucarelli e Bolognesi ritraggono un mondo in cui la prospettiva distorta e alterata degli occhi (difettosi) del protagonista va a (con)fondersi con la grande mole di materiale visivo e testuale riprodotto. Questi media, invece di favorire la definizione del rapporto io/reale, ne sfumano i contorni fino al parossismo. E Aki, che nella prima parte del romanzo si interroga sul senso e sulla veridicità delle esperienze che pensa di ricordare, in una più tradizionale dialettica tra sogno e realtà, nella seconda parte smette di porsi domande e diventa anch’egli parte di quella sovrastruttura – dominata da prospettive quasi escheriane – e dai poliziotti-robot blu elettrico.

Tali androidi blu sono solo uno dei tanti personaggi di sesso femminile che trovano spazio nella vicenda, mentre gli uomini, oltre al protagonista, sono praticamente assenti. Nella dimensione intradiegetica queste donne sono il vero motore della narrazione, data la natura passiva e piuttosto inerme di Aki. E per lui sono salvatrici, carnefici, fredde macchine da guerra, in un crescendo fino all’assurda carrellata finale, in cui sono elevate a simulacro di una femminilità ricostruita, parzialmente artificiale e inafferrabile. Tra tutte queste donne, che mantengono sempre e comunque un alone di mistero, appaiono anche personaggi poco originali, come la “donna-oracolo” metropolitana che permette al protagonista di ritrovare la strada (si pensi a Matrix), e altrettanto poco originale e abusata appare la citazione-rimando alle tre streghe del MacBeth, segno di un processo di détournement che zoppica nel citazionismo fine a se stesso.

protocollo lucarelli bolognesi einauidi

In conclusione, Protocollo è un prodotto interessante, che testimonia lo stato di buona salute del fumetto italiano più sperimentale, e che riavvia un po’ l’interesse nei confronti del semi-dimenticato cyberpunk. Tuttavia, è anche un lavoro con diversi limiti: un immaginario un po’ fuori tempo massimo, uno sguardo femminista solo abbozzato e uno stile visivo generoso ma talvolta poco fluido, attento alla riuscita della singola immagine più che alla loro articolazione in un flusso sequenziale.

Una considerazione, infine, sulla collocazione editoriale: Einaudi. Ovvero l’editore di (molto) Lucarelli, senza dubbio. Eppure, la casa torinese pare non avere creduto in Protocollo più di tanto, lasciandolo languire senza garantirgli una autentica visibilità, come forse era lecito attendersi dalla collaborazione tra due firme – pur nella loro diversità – consolidate. Distrazione o indecisione, sottovalutazione o pentimento? Forse, in realtà, il suo inevitabile destino: quello di un’opera eccentrica, nel bene e nel male, tanto per Lucarelli e Bolognesi quanto per gli stessi lettori fumettòfili.

Protocollo
Carlo Lucarelli e Marco Bolognesi
Einaudi, 2009
284 pagine, 25.00 €