Roberto Recchioni e Emiliano Mammucari: tra l’incubo e l’apocalisse

In occasione della prima edizione dell’ARF! Festival, nuova manifestazione romana dedicata al fumetto tenutasi dal 22 al 24 maggio scorso, Roberto Recchioni, Emiliano Mammucari e Mauro Marcheselli, direttore editoriale di Sergio Bonelli Editore, hanno incontrato stampa e lettori per parlare del futuro editoriale di Orfani e Dylan Dog. Di seguito trovate la trascrizione dell’incontro.

Marcheselli, Recchioni e Mammucari
Marcheselli, Recchioni e Mammucari

Roberto Recchioni: Oggi parleremo di Dylan Dog e di Orfani. Il titolo della conferenza è “Dall’incubo all’apocalisse”, perché sono un autore che tende a lavorare su temi solari e carini, soprattutto che ha una visione ottimistica del mondo, come si evince facilmente dalla lettura di Orfani [sorride].

Partiamo con Orfani. Siamo al numero 8 in edicola, i lavori della terza stagione sono ormai quasi completati e stiamo iniziando a lavorare sulla quarta. Emiliano, come ti sei trovato su questa seconda stagione?

Emiliano Mammucari: La seconda stagione è stata una corsa. Così come Ringo si è fatto tutta l’Italia da sud a nord, noi ci siamo fatti quest’anno in maniera velocissima E abbiamo cercato di fare di più e meglio con un terzo del tempo che avevamo a disposizione rispetto alla prima. Però al di là di questo è stato tutto piacevolissimo.

RR: La cosa positiva, secondo me, è stata l’esperienza sul colore. Quando con Orfani ci siamo approcciati al colore per la casa editrice era un modo del tutto nuovo di affrontare lo sviluppo lavorativo. La Bonelli è tradizionalmente legata al bianco e nero e il bianco e nero è la nostra bandiera. Il colore ha sempre rappresentato degli elementi speciali: l’abbiamo sempre trattato in una maniera molto tipografica, molto semplice. Invece Orfani era estremamente elaborato. Quando abbiamo detto “c’è solo un anno e mezzo per realizzare la seconda stagione” pensavamo che il colore sarebbe stato un inferno, proprio perché il lavoro sul colore della prima stagione era stato davvero lungo e difficile. Invece l’esperienza fatta ci ha permesso di fare molto di più – perché secondo me il livello è cresciuto – in molto meno. E questa è una cosa che poi ci ha dato forza e coraggio, anche perché – come poi, se vuole, potrà raccontare Mauro – il colore sta diventando una strada da percorrere per Sergio Bonelli Editore.

Mauro Mmarcheselli: Sì, sicuramente. Diciamo che Orfani era un esperimento che è andato molto, molto bene – insieme a Dragonero – nel cercare di allargare un po’ il nostro pubblico. Sembra che ci stiamo riuscendo, anche se…

RR: Ridillo! [ride]

MM: [ride] No, è che ogni volta che mi arriva un albo di Orfani loro cercano di alzare l’asticella e quindi non so mai cosa mi aspetta. Vedrete che con il numero 9 sono andati un po’ oltre quelli che sono i confini bonelliani. Spero che non esagerino… [sorride]

RR: La realtà è che credo sia responsabilità degli autori continuare a provare, continuare ad osare all’interno della casa editrice stessa. Ogni tanto qualcuno scrive su internet o commenta con la retorica dei “paletti Bonelli”, cioè quelle regole inderogabili che esistono in Bonelli e che non possono essere violate. In realtà, se uno guarda il lavoro che ha fatto Tiziano Sclavi su Dylan Dog o che hanno fatto Medda, Serra e Vigna su Nathan Never o Ambrosini e Bacilieri su Napoleone e Jan Dix, ti rendi conto che spesso i paletti Bonelli sono stati violati e superati. Il principio è che quelle sono linee guida che possono essere violate a fronte di un senso, un perché, e il problema è trovare autori che abbiano il coraggio di farlo, perché certe volte ci riesci e altre ti possono dire “no, devi rifare da capo”. Quindi il punto è avere coraggio e mettere in conto che ti possono dire di no.

Per esempio, quando scrivo una sceneggiatura di Orfani, di solito è piena di parolacce; perché per me il linguaggio dei personaggi che stanno vivendo quel tipo di situazioni dovrebbe essere così. Mauro invece me ne lascia passare quattro. Però quattro rimangono, quindi è una sorta di tensione produttiva, creativa e narrativa che poi porta a un risultato equilibrato. Immagino che se avessimo pienamente campo libero non riusciremmo a fare quello che facciamo. Invece l’idea di lavorare con forze contrapposte fa trovare agli albi un equilibrio. Non so se avete visto il numero 8 di Orfani in edicola ancora in questi giorni. Il numero 8 scombina tantissime cose a livello bonelliano, le scombina a livello di disegno, a livello di struttura della pagina, a livello di narrazione. È uno dei miei albi preferiti ed è realizzato camminando sul filo delle regole Bonelli. E quella è la parte interessante. Non so se è lo stesso per te [riferito a Mammucari].

'Orfani' n.8
‘Orfani: Ringo’ n.8

EM: Sì, in realtà io questo discorso dei paletti l’ho visto sempre in maniera piuttosto trasversale, perché secondo me il linguaggio Bonelli è un codice fenomenale e non sono mai riuscito a trovare la motivazione per svecchiare un linguaggio che funziona benissimo. L’unica cosa era estirpare i cliché. Quelli che abbiamo chiamato paletti io li ho sempre visti come dei cliché, che nel tempo si sono stratificati. Però è un linguaggio fantastico con cui raccontare delle storie.

RR: Concordo. Sono forme, come se si creassero dei calli all’interno di qualcosa che già funziona bene, ma che per certi aspetti diventa sclerotizzato. L’importante è eliminare la sclerotizzazione. Io penso sempre ad un autore come Paolo Bacilieri, che non perde mai la splendida e cristallina leggibilità, che è uno dei vanti degli albi Bonelli, pur essendo totalmente autoriale in quello che fa.

EM: La particolarità è che ogni tanto qualche disegnatore con una splendida carriera in Bonelli, una volta che lavora a una storia di Orfani si trova davanti al problema che quello che fa non funziona per niente dal punto di vista grafico. E noi gli diciamo “guarda, la tavola è bella, ma è troppo bonelliana” e lui rimane un po’ interdetto. Faccio un esempio di un disegnatore che trovo meraviglioso, Roberto Zaghi, che sta disegnando il numero dodici di Ringo. Ha cominciato dopo aver lavorato a diversi albi di Julia e su Ringo il suo disegno non andava bene nulla. Poi, piano piano il suo tratto è uscito fuori, estirpando tutti i cliché e la metodologia che si erano creati in precedenza e il risultato è uno splendido, meraviglioso, albo bonelliano.

RR: Andando avanti: nel prossimo albo Ringo e i suoi arrivano nella Tabula Rasa Elettrificata cantata dai CSI, quindi in Emilia Romagna. La storia è di Mauro Uzzeo, i disegni di Matteo Cremona, che porta il suo segno spettacolare a dei livelli estremi (credo che sia l’albo Bonelli con il maggior numero di vignette grandi e scomposizioni della pagina…), colorato da Giovanna Niro in maniera incredibile. Mese successivo ancora, la storia si sposterà a Milano.

EM: Stavolta abbiamo due new entry, che sono Pittaluga, anche lui che viene da Julia, e un colorista nuovo, straordinario. Ci ho messo un anno per trovare i coloristi nuovi per Orfani perché avevamo bisogno di altre persone. Abbiamo trovato due coloristi meravigliosi: una è Stefania Aquaro, che ha colorato i numeri di Bacilieri; l’altro è appunto questa new entry.

RR: Numero successivo ancora: ci spostiamo sempre più verso nord. Ai disegni Olivares, ai colori Alessia Pastorello. Siamo a nord, siamo decisamente a nord, ma non facciamo spoiler.

Ultimo numero, il dodici, disegni di Roberto Zaghi. Siamo ancora più a nord, storia conclusiva che rilancia verso la terza stagione. E la terza stagione, come è già successo tra la prima e la seconda, ha un setting completamente differente ed esplora un altro tema della fantascienza. Nella mia idea originale di Orfani dovevano esserci quattro stagioni che prendevano in esame quattro grandi filoni fantascientifici: abbiamo già visto la fantascienza bellica con la prima stagione, abbiamo visto la fantascienza distopica e post-apocalittica di Ringo; quindi andremo ad un altro tipo di fantascienza nella terza e ancora ad un altro tipo nella quarta stagione. Di questa, il numero d’esordio sarà disegnato da Carmine di Giandomenico, ma non vi possiamo davvero dire nulla.

EM: Non possiamo spoilerare che stiamo per arrivare alle Alpi, non so se possiamo spoilerare qualcosa della terza stagione…

RR: No, è praticamente impossibile, rovineremmo qualsiasi tipo di colpo di scena. Peraltro, la terza stagione si apre con il ritorno di uno dei beniamini di Orfani, che è Gigi Cavenago, che realizza il primo albo e che sta realizzando anche le nuove copertine variant dell’edizione BAO di Ringo. Le regular invece sono realizzate sempre da Emiliano. A proposito delle edizioni BAO, come avrete intuito si va avanti. Questo è un altro degli aspetti innovativi di Orfani, ovvero questa edizione in volumi di pregio quasi contemporanea all’edizione fumettistica (passano pochi mesi e vi ritrovate questi bei volumi pieni di contenuti speciali e in grande formato). A breve esordiamo in Francia per Glénat, con l’edizione francese che si va ad accostare a quella serba, a quella tedesca, a quella spagnola e a quella turca.

EM: C’è un aneddoto fantastico. In Turchia hanno la caratteristica di avere un concetto di diritto d’autore un po’ elastico, quindi io non vedevo l’ora che piratassero la nostra edizione di Orfani, come hanno fatto con Zagor, da cui – Mauro me lo confermerà – hanno tratto anche un film meraviglioso…

MM: Due!

EM: Due film. E invece la nostra edizione è legale purtroppo [ride] e quindi non abbiamo questo fiore all’occhiello. Spero che almeno facciano il film a questo punto [ride].

RR: [ride] Ultimo ma non ultimo, il motion comics è andato bene. La Rai è molto contenta e ha espresso la volontà di continuare. Non so se effettivamente continueremo, per quanto la volontà della Rai – espressa durante lo scorso Cartoon Bay a Venezia – fosse piuttosto netta.

dylan dog 345
‘Dylan Dog’ n. 345

Direi che possiamo passare a Dylan Dog. Siamo quasi alla conclusione del primo anno della fase due. Entriamo nelle ultime storie del ciclo che abbiamo chiamato “rinascita” e che metteva in discussione molti aspetti della vita di Dylan: dalla sua posizione nella società, al suo rapporto con le donne e a quello con i comprimari. Il prossimo mese in edicola c’è una storia molto canonica, una black comedy divertente a base di fantasmi realizzata da Mignacco e Gerasi. Mese successivo, una bomba termonucleare, un albo di quelli di cui su internet ne parleranno per mesi e per il quale manderanno lettere minatorie a me e a Paola. Scritto da Paola Barbato e disegnato splendidamente dai fratelli Cestaro. Una storia di quelle che quando l’ho letta ho tremato di fronte all’ultima pagina. Mi è già capitato di parlarne in giro e sono veramente molto, molto contento. È una storia che chiude e tira un po’ le fila di quanto fatto all’inizio della fase due e che porta anche un po’ avanti una serie di sottotrame in maniera più o meno evidente. Stanno iniziando ad emergere storie dopo storie che andranno a costruire una continuity presente in ogni albo, che non inficerà la fruibilità dell’albo letto singolarmente, ma che comunque comporrà un quadro generale. Tutto porterà verso un albo importante, che è il 350, realizzato da Carlo Ambrosini e interamente a colori. Un albo molto bello, una storia molto sentita di Carlo, in cui ci si concentrerà sull’ex ispettore Bloch, che avrà una storia sentimentale con una donna molto più giovane. Dylan si dovrà confrontare con questa situazione e avrà tutta una serie di problemi.

Poi, si va dritti come dei missili verso il trentennale. Quando penso alla storia del trentennale divento subito nervoso, perché mi sono preso carico di scriverla e so esattamente, da lettore, quanto tutte le volte io sia arrivato emozionato a leggere le storie celebrative di Dylan e quanto poi – non perché fossero brutte – mi abbiano sempre deluso. Storie così caricano sempre i lettori di una serie di aspettative altissime, e so già che inevitabilmente quelle aspettative verranno deluse, perché sono quasi impossibili da raggiungere. Però è una storia a cui tengo molto; è il seguito di Mater Morbi e il ritorno di un personaggio noto come Morgana, una storia disegnata con tavole del tutto pittoriche da Cavenago.

Dopo quella storia si andrà verso al fase tre. Saranno dodici storie collegate una all’altra, una di fila all’altra. Rappresenterà un’unica macro storia di Dylan Dog, che sarà composta sempre da elementi fruibili in maniera autonoma, ma tutti collegati dallo stesso elemento scatenante. Con la fase tre si chiude per molti versi il piano originale di Dylan, cioè quello che avevo in testa quando ho iniziato questa avventura come curatore. La fase tre è per ora quello che viene definito event orizon, un luogo in cui gli eventi finiscono.

Con l’uscita del prossimo speciale estivo-settembrino si chiude anche il cerchio del rinnovamento grafico e del nuovo posizionamento delle testate di Dylan Dog. Uscirà a settembre e sarà scritto da Bilotta e disegnato da Casertano. Sarà la prima storia all’interno dell’universo – creato da Bilotta – sul pianeta dei morti, che è questo universo in cui l’apocalisse zombie si è realizzata e Dylan deve accettare le conseguenze del fatto di non aver ucciso il paziente zero, che era Groucho. A quel punto vi ritroverete con tutte le testate di Dylan Dog ognuna con un proprio senso, una propria grafica ed una propria ragione specifica. Ci sarà la serie mensile che porta avanti tutte le innovazioni e gli esperimenti che facciamo; ci sarà l’Old Boy, che con nove storie l’anno e una serie parallela, che porta avanti l’universo cristallizzato del Dylan classico; poi ci sarà il magazine dell’orrore, Dylan Dog Magazine, e il Color Fest, che continuerà a sperimentare fortissimamente – gli autori che stiamo chiamando sono davvero interessanti. Poi c’è lo speciale che porta avanti l’universo del pianeta dei morti. Se Mauro vuol fare il punto sulla situazione di Dylan, su come vanno le cose…

MM: L’esperimento sta andando bene, diciamo che abbiamo raggiunto l’obiettivo, che era quello di fermare l’emorragia di lettori. Anzi, con gli ultimi albi ne abbiamo guadagnato qualcuno. Speriamo di proseguire. Io non dico niente perché tu sai che non so niente [ride]. Buona parte di quello che hai detto l’ho scoperto adesso… [ride] Anzi, son preoccupato per l’ultima pagina della storia della Barbato…

RR: No, no, è terribile, farà esplodere le teste. Ma in realtà una cosa l’ho dimenticata. Il remake. Nell’ambito di una nuova iniziativa, di cui parleremo nel prossimo futuro, abbiamo sentito la necessità di riraccontare il personaggio, di reintrodurlo ai lettori che magari non lo conoscono. Per questo abbiamo messo in cantiere una storia/remake sul primo numero: L’Alba dei morti viventi. Il disegnatore è Emiliano Mammucari e io l’ho sceneggiata. La storia non vuole essere un remake che dica “cancelliamo l’albo originale”, perché per me quell’albo è un capolavoro assoluto. È stato un gioco, un divertimento, uno spostare un po’ la macchina da presa e giustificare un po’ alcune cose. Un elemento che mi ha sempre fatto ridere di quella storia, ad esempio, è la presenza della custodia bomba. Non ho mai capito perché Dylan dovesse andare in giro con una custodia con dentro una bomba, così mi sono divertito ad immaginare per quale motivo Dylan avesse quell’oggetto. Questa prima storia di trentadue pagine ci ha fatto venire in mente un’idea, ossia sviluppare altre tre storie e quindi realizzare un intero Color Fest dedicato ai remake. Per questo abbiamo chiamato Paola Barbato, che realizzerà un punto di vista diverso su Il Lungo Addio; Accatino, che sta realizzando Diabolo il Grande (ho lasciato libertà agli sceneggiatori di scegliere le storie e Accatino si è presentato con una storia che non mi sarei mai aspettato); infine Fabio Celoni, che ancora deve farmi sapere la storia che vuole interpretare. L’idea ci sembra molto divertente e non vuole essere in alcun modo sostitutiva delle storie di Sclavi.

Conclusosi l’incontro, Marcheselli, Recchioni e Mammucari hanno risposto ad alcune domande del pubblico. In particolare, si è parlato del personaggio di John Ghost e dell’esperienza di Mammucari nel confronto con il lavoro di Stano in L’alba dei Morti Viventi.

Qualche notizia di John Ghost?

RR: Le nemesi di Dylan tendono ad apparire e poi sparire per anni (vedi Xabaras). Sto scrivendo una storia sul suo ritorno, ma non riapparirà in tempi brevissimi, perché almeno per un anno non mi vedrete sulle pagine di Dylan come sceneggiatore.

Volevo sapere da Emiliano come si trova a lavorare su Dylan Dog. Com’è stata la sua esperienza diretta.

EM: Guarda, è un’esperienza un po’ particolare. Questo è il mio quarto numero 1 insieme a Roberto. Abbiamo fatto Jon Doe, Orfani, Ringo e questo remake di Dylan Dog. La particolarità è che stiamo mettendo le mani su qualcosa che è un capolavoro, anche dal punto di vista grafico. Io sono partito con la voglia di smantellare tutto e fare una cosa modernissima, però il problema è che è già modernissimo. Il disegno è qualcosa di strutturatissimo, quindi all’inizio mi sono trovato in estrema difficoltà. Con Roberto abbiamo pensato di non essere troppo aggressivi su qualcosa che già funziona perfettamente, e di ritoccare – ma con la matita un po’ meno pesante – i punti che magari soffrono un po’ di più gli anni. Però ci ha fatto veramente penare il fatto che dopo trent’anni questo numero sia ancora così moderno.

RR: Angelo era veramente un eversivo.

EM: Qui il discorso dei paletti è perfetto, perché il nostro lavoro sul linguaggio Bonelli consisteva proprio nel togliere paletti e cliché. Qui di paletti e cliché non ce n’erano moltissimi. Quasi nessuno.

RR: Mauro, quando è uscito il numero 1 tu eri già in Bonelli?

MM: Da un mese.

RR: Come l’hai vissuto?

MM: Io avevo già collaborato con Tiziano nella scelta dei disegnatori e lo conoscevo già da un paio d’anni. Sapevo del progetto e un paio di disegnatori li avevo suggeriti io.

RR: Vi rendevate conto di quanto potesse risultare strano Angelo Stano?

MM: No, perché io me lo ricordavo su CorrierBoy, quindi era abbastanza normale. Io non lo trovo così eversivo.

RR: Io trovo ancora oggi Angelo un disegnatore completamente sperimentale nelle scelte delle inquadrature, nel segno… Angelo, ancora oggi, mi stupisce ogni mese.

EM: Morale della favola, il remake sarà un po’ più “rispettoso” di quello che avremmo voluto, spero per il piacere dei lettori classici.