Fantastic 4, il mio grosso grasso flop americano

Il 10 settembre, al cinema, arriverà Fantastic 4, ennesimo reboot ed ennesima occasione mancata per la 20th Century Fox di girare un film su uno dei gruppi di supereroi più famosi della storia di Marvel Comics. Lo dico così, subito, brutalmente: andate in sala, guardatelo, ma non aspettatevi niente di più né niente di meno di una storia debole, prima velocissima poi lenta, montata male e piena zeppa di buchi di sceneggiatura.

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Diretto da Josh Trank, lo stesso regista di Chronicle, questo cinecomic avrebbe potuto essere un nuovo inizio; un inizio originale (al di là dei pregiudizi, la Torcia Umana nera poteva essere, a modo suo, uno spunto interessante). E invece è una citazione della citazione, la solita scorciatoia imboccata dalle major per (provare a) fare soldi. Il problema? Fantastic 4 è stato anche un flop. Negli USA non ha superato i 55 milioni di dollari di incasso, e ne è costati almeno 120.

Tutte le premesse, alla vigilia dell’uscita in sala, sono state disilluse: lo stesso regista, su Twitter, ha confessato che «quello che vedrete non è il mio film»; nelle ore successive Simon Kinberg, produttore esecutivo, ha fatto a gara con gli altri vertici Fox per sbugiardare Trank e proteggere Fantastic 4. Ma andiamo con ordine e parliamo, un po’ più nel merito, del film.

Cos’è che funziona: l’inizio, sicuramente. L’attacco che Trank, e che sia stato lui a girare queste scene è piuttosto evidente, ha scelto è piuttosto interessante: la prima parte di Fantastic 4 passa senza troppi intoppi. Ma – ed ecco il primo problema – dura troppo. Ci abituiamo a un ritmo che va oltre i 20 minuti e poi di colpo finisce. La Fox avrà deciso a monte, senza ascoltare il regista, quello che sarebbe dovuto essere il minutaggio del film e così alla fine hanno tagliato: se ne è occupato lo stesso Kinberg che, a quanto pare, ha girato anche l’ultima scena.

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Quindi passiamo da un inizio discreto a un secondo atto bucherellato: dopo l’infanzia, conosciamo i nostri eroi adolescenti, giovanissimi, Victor Von Doom è un ragazzo come gli altri, Susan e Johnny Storm sono fratelli adottivi (loro padre è a capo di un progetto di ricerca privato, per viaggiare tra i mondi) e Reed Richards è un genio. Il cast, nonostante le tantissime riserve del pubblico (e nonostante i chiacchierati screzi sul set fra Trank, Teller e Kate Mara), funziona.

Dopo la parte di presentazione, c’è l’incidente: e qui le cose cominciano a complicarsi. Richards chiama il suo amico di infanzia Ben Grimm (un monoespressivo Jamie Bell) e lo convince a partire insieme a lui, Von Doom e Johnny Storm per un nuovo pianeta («ce l’abbiamo fatta Ben!»). Il pericolo è dietro l’angolo; i quattro devono rientrare di corsa, Von Doom resta indietro e anche Susan viene contaminata – come, francamente, non è chiaro.

I Fantastic 4 sono “nati”, hanno i loro poteri, ma non li sanno controllare. L’esercito li addestra, dando loro tute speciali, e Reed Richards scappa alla ricerca di una soluzione. Un anno dopo, che dura praticamente qualche minuto, i quattro si rincontrano per fermare Von Doom. E qui veniamo a quello che non ha funzionato. Circa due terzi del film passano senza colpo ferire, senza nemmeno che lo spettatore se ne renda conto; semplicemente: non lasciano traccia.

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Il finale è un taglia-e-cuci tremendo: volevano farne un action e invece ne hanno fatto un pastrocchio di CGI e sfondi verdi. La regia si fa latitante, la sceneggiatura si riempie (ancora di più) di buchi e di incongruenze, di cliché e di elementi totalmente lontani dalla trama originale del fumetto. Il montaggio, soprattutto, rende questo film dimenticabile: troppe scene tagliate, un minutaggio risicato (ma perché?), una narrazione svilita e ammorbata. Fantastic 4 fallisce in tutto: avrebbe potuto essere un film alla Christopher Nolan (così è sembrato, guardando i trailer) oppure alla Chronicle. E invece è finito in un cortocircuito senza scampo, in cui i (pre)giudizi del pubblico hanno avuto ragione e in cui la produzione si è dimostrata completamente incapace di gestire una situazione più o meno critica (leggi: Josh Trank).

La scena più bella? L’ultima. C’è una chiarissima citazione (chissà, poi, se voluta) a Age of Ultron e alla sua conclusione.