Pigalle 62.27: il grottesco ribaltamento del noir di Loustal e Götting

La tradizione del noir francese ha visto di recente un originale contributo interessante da parte di due affermati artisti della bédé, Jacques Loustal e Jean-Claude Götting. I due sono autori del breve graphic novel Pigalle 62.27 – edito in Italia da Coconino Press – rispettivamente ai disegni e ai testi (Götting è anche disegnatore, ricordiamo i suoi Happy Living e Il baule Sanderson, sempre per Coconino).

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Pigalle 62.27
è la storia di Antoine Perchaux, un giovane di campagna che raggiunge Parigi con la mente e il cuore afflitti da un solo pensiero, ottenere vendetta per la morte del padre, avvenuta per suicidio, ma causata da una truffa di un ricco malavitoso, un tale Mondcamp. Sono gli anni ’50, e Antoine arriva in una Pigalle cupa, fumosa, ma ricca di bellezze e insidie; ha in tasca un coltello, ed è determinato ad usarlo contro Mondcamp. In questi termini, siamo di fronte a un incipit dai tratti piuttosto comuni, niente di nuovo o di inesplorato. Eppure, Pigalle 62.27 è invece caratterizzato da un ribaltamento di alcuni topoi del racconto di vendetta più classico. C’è un elemento di disturbo, di stacco dal convenzionale racconto noir. È la figura del protagonista, un uomo non soltanto comune, ma anzi mediocre, che umanizza il racconto, portando alle soglie del ridicolo lo scontro dell’uomo perbene contro la malavita, privo di speranza o di possibilità di soddisfazione.

Col suo viaggio crepuscolare, tra le notti losche di Pigalle e le altrettanto losche giornate all’insegna della truffa in giro per Parigi, Perchaux si muove con teatrale espressività, rigido e impacciato, vittima degli eventi, mostrato dai narratori con rassegnato distacco, quasi come gli antieroi della letteratura russa. È un individuo maldestro, inetto, nel quale nessuno vorrebbe identificarsi. Eppure, il lettore è costretto a fare i conti con lui, perché figura caratterizzata da tratti estremamente comuni, la sua debolezza è nella rabbia, nella solitudine e nella miseria.

Per dipingere i toni rarefatti di questa Parigi degli anni ’50 – tra vicoli e locali notturni – Loustal usa una palette di colori particolarmente cupi (gialli e aranci sporchi, molti marroni), che di rado si aprono alla vivacità; del resto, davvero poche sono le scene a cielo aperto, o addirittura poche volte si intravedono finestre nelle stanze in cui è ambientata la storia.

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Per delineare i tratti e i gesti rigidi dei suoi personaggi – alcuni lo sono perché inadatti, come il protagonista; altri perché spietati e stereotipati, come l’antagonista – il segno di Loustal è più che mai freddo ed essenziale (un approccio narrativo spietato nei confronti dei loro personaggi, dicevamo); inquadrature spesso strette, a mantenere ritmo e tensione. L’autore si dimostra qui più influenzato dal cinema (sia di genere, anni ’50, che d’autore, anni ’70) che dalla pittura, come di solito nelle sue altre opere.

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Il racconto, ricco di tensione e amarezza, dopo aver descritto la discesa nella perdizione di Pigalle affrontata da Perchaux e aver fatto sospirare il lettore in attesa della sua vendetta, si chiude in modo solo in apparenza frettoloso. I colpi di scena finali appaiono credibili, perché fatti della stessa imprevedibilità e spietatezza della vita stessa. La sceneggiata imbastita dal protagonista non poteva durare a lungo, e a rendere la chiusura tristemente realistica c’è l’ultimo sguardo di Perchaux, a capo chino, rassegnato di fronte a un mondo a cui si è pentito di essersi avvicinato.

Pigalle 62.27
di Loustal e Götting
Coconino Press, 2015
68pagine, 16,50 €