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Siamo tutti eccezionali, parola di “Free Guy”

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Quand’è che un film furbo diventa sdolcinato ed eccessivamente caramellato? Qualsiasi sia quel momento, è più in là di dove è arrivato Free Guy – Eroe per gioco, il film di Shawn Levy (il regista canadese dei film di Notte al museo e della serie Stranger Things) che è furbetto e carino ma mai troppo. Grazie soprattutto a una storia ben congegnata, a un protagonista di cui parliamo tra un attimo e a un colpo di fortuna fuori scala. O forse a quella capacità da stregoni di Hollywood di mescolare ben bene gli ingredienti e portare a casa un prodotto all’apparenza di livello non eccellente ma che in realtà spacca di brutto.

Free Guy è una action-comedy di fantascienza ambientata attorno e dentro un videogioco, Free World, parodia (neanche tanto) di Fortnite della Epic Games (droga pesante per i più piccoli nonché macchina per l’avidità delle major proprietarie di personaggi di cui rivendere le skin) e del genere open world. Ok, se siete confusi, la trama in realtà è questa: Free Guy è un personaggio non giocabile (NPC in inglese) di Free City, dove vive una routine degna del miglior The Truman Show, solo che lui non è neanche il protagonista, è proprio un personaggio sullo sfondo, che fa tappezzeria. Quando succede l’improbabile e diventa consapevole del mondo (virtuale) in cui abita e che crede essere l’unica realtà possibile.

Poi ci sono la ragazza (Jodie Comer, decisamente brava), l’amico del cuore (Lil Rel Howery), il cattivo (Taika Waititi) e il tipo bravo con il computer (Joe Keery) e il suo amico-nemico (Utkarsh Ambudkar). Ma il personaggio vero è lui, Guy, il tizio con la camicia blu. È il miglior personaggio interpretato da molto tempo a questa parte da Ryan Reynolds (attore amato da Levy, che l’ha diretto anche nel film in uscita Adam basato sui paradossi temporali) e c’è un motivo.

Guy è finto. Non è una persona, è un personaggio digitale per di più gestito dal computer. È finto. Talmente finto che anche quando diventa “vivo” rimane finto, in qualche modo. E la sua versione sullo schermo del computer non è poi così differente da quella nel mondo tradizionale, che è quella del suo punto di vista. Per interpretare questa falsità all’ennesima potenza, questo essere pupazzo di gomma, sorridente e intenso, fisicamente scolpito nella roccia ma senza esagerare, Reynolds è l’attore perfetto e lui lo sa.

Il non più giovane attore canadese, classe 1976, è infatti molte cose (produttore, autore, uomo d’affari, doppiatore) ma soprattutto è un dotatissimo attore che ha deciso di esser qualcosa d’altro. Si è trasformato da un attore che ha tentato commedia, ruoli drammatici, film brillanti e fantascienza in un attore che interpreta supereroi e personaggi di gomma oppure dà loro la voce (I film dei Croods, ad esempio, o quello dei Pokemon). È un attore che si è inventato consapevolmente “Star” con la esse maiuscola e che sfrutta la sua “scia da fusto”. Reynolds ha 44 anni: per quanto tempo ancora potrà esibire un fisico palestrato capace di saltare ostacoli e adattarsi alle scene d’azione mentre al tempo stesso interpreta il leading man della scena?

Non per sempre, ma dopo i vari Green Lantern e Deadpool, che gli hanno dato la fama e un posto nell’Olimpo degli attori che interpretano supereroi, è diventato qualcosa di simile a una icona, una maschera per essere più precisi. Il bravo e bel ragazzo dotato di due espressioni (sorridente o corrucciato), con il fisico prestante e la capacità di interpretare il buon senso comune e la semplicità fatta persona, è andato molto, molto avanti.

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Niente potrebbe essere tuttavia più differente dalla personalità ansiosa e bruciante del vero Reynolds, che ha sia la capacità di improvvisare battute piuttosto buone in situazioni pubbliche sia quella di portare a giro la sua monumentale ansia (ha fatto un sacco di interviste “travestito” come il personaggio che via via interpretava per difendersi), diventata leggendaria nel settore.

L’ansioso Reynolds è però l’uomo giusto al posto giusto di un film che doveva uscire prima ma che è rimasto “bloccato” dal Covid e non è potuto uscire in sala. Finalmente arrivato nei cinema (e ora disponibile su Disney+), pompato se possibile ancora di più dalla fama nel frattempo raggiunta da Fornite, il piccolo, onesto, divertente, simpatico e intelligente Free Guy è diventato uno di quei film che non passano alla storia ma che si ricordano e che poi, a posteriori, in qualche modo contribuiscono a definire un’epoca.

A fare da base a questo “successo di seconda fila” (che poi gli piacerebbe al restante 95% dei film avere così tanto successo) c’è la formula magica che l’ansioso e un po’ nevrotico Reynolds ha costruito attorno al suo attore/personaggio: essere autoironico. È l’arma segreta di Deadpool, almeno dal punto di vista del gradimento del pubblico, ed è l’arma segreta di Reynolds. È l’arma segreta di chi cambia rapidamente e continuamente tono e livello, esibendo quella che mia nonna avrebbe chiamato senza ombra di dubbio “una impertinente faccia da schiaffi”.

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A far vivere di vita virtuale ma molto tangibile Free Guy è solo questa capacità mimetica di Reynolds, che forse è la cosa più onesta che è capace di esibire come attore. Tutto il resto è finto, paradossale, divertente, una continua strizzata d’occhio al mondo dei videogiochi con i suoi tic e le sue falsità. E tutto torna perché tutto ruota attorno a quel personaggio che diventa credibilmente incredibile.

Gli effetti speciali di Free Guy sono notevoli e ben mixati con la storia. La trama è ben congegnata e buona come un gelato che fa sembrare il gusto del caffè “sofferenza liquida”. Reynolds ha una chimica pazzesca con la co-protagonista Casey, che è una attrice che porta sullo schermo due personalità non convenzionali rendendole entrambi naturali e credibili. Il cast è notevole anche per la presenza di Taika Waititi – tanto per non cambiare dal parodistico e sopra le righe – e per una serie di trovate davvero notevoli nello sviluppo degli aspetti secondari della storia e nelle ambientazioni, come il favoloso e paradossale personaggio di Dude.

Il film è basato su Guy, che vuole poi dire “un tizio”, e che è il vero supereroe della storia. Un supereroe che crede che chiunque abbia il potenziale per esserlo. È vero. E lo dimostra il fatto che sia un film corale, ma con dentro “un tizio” che fa decisamente la differenza.

Leggi anche: “Dune” è un film che va visto

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