Amelia, la fattucchiera che ammalia da 60 anni

Era il 1961 e Zio Paperone stava già diventando un’icona. Carl Barks, che l’aveva creato 14 anni prima come comprimario in una storia breve, l’aveva reso protagonista di avventure in solitaria, variandone di continuo temi e ambientazioni. Gli schierava contro nemici temibili e ne approfondiva il lato più fragile e umano. Ma mancava ancora qualcosa. Qualcuno che mettesse in crisi le certezze del Papero, una figura femminile astuta, perfida, seducente, che lo facesse davvero stare in pena e che si servisse di armi fuori dal comune per rubargli ciò che lui amava. Fu così che nacque Magica de Spell, meglio nota in Italia come Amelia, la fattucchiera che ammalia.

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La prima apparizione di Amelia, da ‘Zio Paperone e la fattucchiera’ (dicembre 1961)

Una strega anomala

Fino ad allora Barks aveva introdotto i nuovi personaggi con naturalezza, senza rimarcarlo in modo esplicito, e facendo finta che il resto del cast li conoscesse già da tempo. Era accaduto con i Bassotti, con Archimede, con Gastone, con Rockerduck, che a seconda del loro impatto sui lettori potevano sperare in una “promozione” da semplici comparse a comprimari di lusso (ai primi tre era andata bene, il quarto fu utilizzato dall’autore in un’unica circostanza). Come dicevo, anche allo Zione era toccata questa sorte: pur godendo di una presentazione epica in Il Natale di Paperino sul Monte Orso, la storia lo dipingeva come una macchietta, molto buffa ma ancora troppo poco verosimile rispetto al vero protagonista del titolo.

L’entrata in scena di Amelia segnò un’inversione di tendenza. Nel suo fumetto d’esordio, Zio Paperone e la fattucchiera, Barks la mostrò nell’esatto istante in cui conobbe Scrooge, in un incipit programmatico in cui si presentava al Deposito, si annunciava esibendo un biglietto da visita e spiegava per filo e per segno come mai si trovasse lì. Già dal suo outfit si sarebbe dovuto capire che non si trattava di un personaggio canonico. Si muoveva con grazia, aveva un certo fascino, era estremamente cerimoniosa, e tutto sembrava fuorché una strega.

Originaria di Napoli, Amelia era un incrocio tra Sophia Loren e Morticia Addams, come ammise Barks in un’intervista a Leonardo Gori. Voleva farne «un personaggio accattivante, bello, al contrario delle streghe tradizionali che erano tutte vecchie e brutte». E anche il suo scopo era diverso dal solito: sabba e pozioni magiche non le interessavano di per sé, ma era pronta a ricorrere ai propri poteri per realizzare il tocco di Mida, un incantesimo che le avrebbe permesso di diventare ricchissima con l’aiuto di alcune monete appartenute ai miliardari del pianeta.

Lo scetticismo di Paperone per la magia e la luce di avidità negli occhi di Amelia

Amelia era una vera sfida per Paperone. Un tipo razionale come lui non poteva credere alle forze occulte o alla superstizione, come dimostra il dialogo tra lui e il nipote poco prima di conoscere la futura nemesi. La Numero Uno – la moneta che ha dato il via alla sua prosperità economica – è solo un simbolo del risparmio, non un amuleto come credono in molti. La sola cosa che la rende speciale è l’avergli “fatto compagnia” per tanti anni, come in un rapporto affettivo (è una delle tante follie che danno maggior spessore all’animo del vecchio papero).

Barks la pensava proprio come Paperone, infatti nei suoi fumetti precedenti si era divertito a fare “chiarezza” sulle leggende più disparate, facendo scoprire ai paperi (e ai lettori) che si trattava sempre di racconti gonfiati, preceduti dal peso della loro fama. Come per l’Olandese Volante, che non è un vascello maledetto ma è rimasto intrappolato nel ghiaccio polare, o la corte di Odino, persone in carne e ossa che ricalcano vizi e virtù umane e hanno ben poco di regale.

Nei primi racconti anche Amelia sembrò muoversi in questa direzione. La sua magia era molto limitata e non le dava chissà quale vantaggio sugli avversari. Poteva ipnotizzarli, abbagliarli con delle bombe al fosforo, travestirsi alla velocità della luce per non destare sospetti, ma per spostarsi da un paese all’altro doveva viaggiare in aereo, non a cavallo di una scopa. E l’ipnosi non dipendeva da una formula magica ma da un aggeggio tecnologico che funzionava a batterie, stando a quanto ci mostra Zio Paperone e la cassaforte di cristallo.

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Paperone e Paperino “stregati” da Amelia, in ‘Zio Paperone novello Ulisse’

Nel 1962, però, le cose cambiarono. Barks realizzò una rivisitazione grottesca dell’Odissea in cui Amelia scopriva l’antro segreto della maga Circe con i suoi ferri del mestiere, compresa la bacchetta magica che trasforma gli uomini in bestie. Avrebbe fatto tesoro di quella mercanzia anche nelle storie successive, che facevano riferimento all’episodio come se facesse parte di una qualche continuity, un fatto più unico che raro nella produzione del Maestro dell’Oregon.

Unico come la scelta di ricorrere alla magia, dopo anni in cui ne aveva negato ripetutamente l’esistenza. Forse si era accorto che senza questo upgrade lo scontro tra i due personaggi non sarebbe potuto decollare, complice la superiorità dei mezzi a disposizione di Paperone. Ciò che conta è che fu proprio in quel momento che Amelia divenne una fattucchiera a tutti gli effetti.

Perfidia e inesperienza

L’antagonista di quelle storie era molto diversa da come la conosciamo oggi, ma aveva alcuni tratti caratteriali che la rendevano un individuo complesso e che sarebbero rimasti immutati nel tempo. Prima ancora che una strega o una criminale, Amelia era una papera testarda: il suo obiettivo (fondere la Numero Uno nel Vesuvio per ottenere l’amuleto della ricchezza) non era il capriccio di una ragazzina, era il sogno di una donna matura, una missione esistenziale dalla quale dipendeva il senso stesso della sua vita. Ma naturalmente era anche un’autentica pazzia che a lungo andare si sarebbe trasformata in ossessione per una cosa irraggiungibile.

In questo senso Amelia non aveva molto in comune con i Bassotti: certo, anche loro avevano un chiodo fisso con il quale fare i conti tutti i giorni, ma se fallivano davano la colpa al loro modo di fare goffo e superficiale, che li tradiva anche quando intravedevano il traguardo. Lei invece dava prova di grande intelligenza, architettava piani più complessi e in un’occasione riuscì persino a servirsi della banda di criminali per prendere in contropiede Paperone. I suoi veri punti deboli erano la vanità – tipica delle figure femminili di Barks, che risentivano sempre di una visione un po’ misogina e stereotipata – e la mancanza di esperienza rispetto al nemico, che in molti casi doveva comunque chiedere aiuto ai nipoti per cavarsela. In confronto, gli attacchi dei Bassotti erano una passeggiata di salute e cominciavano a diventare prevedibili.

Un po’ di magia nera, da ‘Zio Paperone e l’inespugnabile deposito’ (aprile 1963)

Barks presto si rese conto che Amelia sarebbe potuta diventare un personaggio monodimensionale, se avesse perseverato ancora a lungo nella sua caccia al decino, perciò decise di inserirla in avventure di vario genere, limitandosi a fare leva sui suoi poteri magici, mettendola alla prova come antagonista a tutto tondo. Amelia non sfigurava neanche allora, perché era davvero perfida e non si faceva scrupoli a mettere in pericolo la vita di nessuno – purché non fosse la propria. E questo, che nelle intenzioni del suo creatore era di sicuro uno degli aspetti più importanti, col passare degli anni sarebbe diventato secondario, se non addirittura superfluo o fuori luogo nelle riscritture di tanti autori.

Tra l’Europa e l’America

In Italia i primi a scommettere su di lei furono i fratelli Abramo e Giampaolo Barosso con Zio Paperone e la strega antistrega (1962), una storia demenziale in cui Amelia se la vedeva con Nocciola, altra fattucchiera ricorrente nei fumetti dell’epoca, nata in animazione e portata nei comic book da Barks nei primi anni Cinquanta. Era molto più vecchia e brutta di Amelia e gli autori se ne servirono per inscenare un insipido conflitto generazionale tra streghe, in una storia che sviliva parecchio la complessità del modello, ma che in alcuni punti lo citava quasi alla lettera, come quando la maga vesuviana era in procinto di fondere la Numero Uno per diventare «ricca, ricca, ricca», in linea con quanto esclamava nel suo esordio.

Al di là delle citazioni colte, era davvero difficile che quella versione del personaggio facesse colpo su chi leggeva (o scriveva) Topolino. Lo sceneggiatore più prolifico del periodo, Guido Martina, si disinteressò completamente di Amelia e con lui anche gli autori più talentuosi, da Romano Scarpa a Luciano Bottaro – che in compenso aveva giurato amore eterno proprio a Nocciola e l’aveva resa co-protagonista di alcuni capolavori. Fino quasi agli anni Settanta, a eccezione dei Barosso, l’unico a farsi carico di Amelia sarebbe stato Osvaldo Pavese, un “onesto artigiano” che aveva lavorato anche con Tiramolla e con il Corriere dei Piccoli.

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Diatribe generazionali, da ‘Paperina e i gemelli veneziani’ (Pavese/Scarpa, 1964)

La cosa più curiosa che caratterizzava le prime storie italiane con Amelia era la differenza di età che dimostrava da un autore all’altro. Quella dei Barosso era una strega molto giovane e senza troppa esperienza, mentre quella di Pavese aveva superato i 50 già da tempo e l’abito della vecchia megera le calzava a pennello, nel carattere come nel fisico. Anche il disegno di Barks era rimasto consapevolmente ambiguo: il suo personaggio era sempre in bilico tra la sensualità e la smorfia di rabbia che la trasformava in un mostro. Aveva un’età indefinibile, e al pubblico piaceva a tal punto che George Sherman, responsabile dei fumetti dello Studio Disney negli anni Sessanta, commissionò ad altri autori nuove storie per il mercato estero.

Dick Kinney e George Davie (ai testi) e Jim Fletcher e Al Hubbard (ai disegni) furono i primi a raccogliere il testimone di Barks negli Stati Uniti, ma ben presto ne tradirono lo spirito. Fecero abitare Amelia in un castello sperduto, ignorando le sue origini italiane; calcarono la mano su incantesimi e sortilegi vari, accentuando la sua condizione di strega; ma soprattutto crearono un ricco parterre di comprimari. C’erano i giovani apprendisti Civetto, Nocina e Nespolo, che combinavano sempre qualche guaio; la nonna un po’ senile, Granny de Spell; i due grossi corvi che rimpiazzavano il barksiano Ratface (da noi noto come Gennarino); e c’era persino Maga Magò, molto meno perfida rispetto alla sua omonima de La spada nella roccia.

Non era cambiata soltanto l’esteriorità del personaggio, ma anche il suo ruolo. Era più raro che cercasse di rubare la Numero Uno, perché trascorreva le giornate in casa, a preparare pozioni e a insegnare la stregoneria ai suoi piccoli discepoli. Doveva strappare una risata quando un filtro magico le scoppiava in faccia o quando si dava da fare per convincere Paperoga di essere una fattucchiera. Era diventata una macchietta, e in futuro, a dispetto dell’originale, avrebbe influenzato tanti altri fumetti in tutto il mondo, dall’Italia al Brasile.

Da ‘Paperoga l’immunizzato’ (1966), testi di Dick Kinney, disegni di Al Hubbard

Grandi storie italiane

Nei primi anni Settanta toccò a Rodolfo Cimino rimettere le cose al loro posto. Un autore anomalo per i tempi, che scriveva solo storie di paperi e che riusciva a fare breccia nel cuore dei lettori grazie alla sua lieve ironia, al suo lessico arcaicizzante vagamente fuori moda e ai mezzi di locomozione bislacchi che popolavano le sue avventure. Amava moltissimo il lavoro di Barks e, come lui, pensava che Amelia dovesse rimanere determinata, furba e crudele.

Per renderla ancora più pericolosa, creò il personaggio di Roberta, una fattucchiera matura che la aiutava a progettare gli assalti al Deposito ricorrendo a qualsiasi tipo di scienza, anche a quelle più remote come l’alchimia o l’astrologia. Una controparte malvagia di Archimede, ottima per rendere credibile Amelia ed evitare che se ne stesse sempre da sola nel suo antro a parlare con un corvo che non poteva risponderle.

Cimino avrebbe scritto solo una ventina di storie con loro due, quasi tutte negli anni Novanta, ma la prima di questo ciclo uscì nel 1971 e segnò una vera svolta nella produzione italiana di Amelia. All’inizio Zio Paperone e le streghe in azione poteva sembrare la solita cronaca di un fallimento annunciato, ma si serviva della magia per parlare d’altro, come nella migliore tradizione barksiana. Mischiava il fantasy alla psicoanalisi, utilizzando ambienti esotici per dare corpo a un discorso semiserio sulla personalità e sugli istinti repressi. Prima di allora in Italia la fattucchiera e i suoi poteri non erano mai stati trattati con tanta intelligenza.

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Il look di Roberta, elaborato da Giorgio Cavazzano, era lontanissimo dalla rappresentazione canonica delle streghe Disney

Barks, del resto, si era misurato col personaggio soltanto in nove occasioni, e non era affatto scontato che uno sceneggiatore nostrano decidesse di seguire le sue orme. Un po’ perché la strega era legata a doppio filo a un soggetto che cominciava a puzzare di già visto (viveva un problema analogo a quello dei Bassotti, pur essendo più giovane) e un po’ perché il Maestro dell’Oregon l’aveva lanciata in una fase calante della propria carriera, quando mostrava i primi segnali di stanchezza artistica, tanto che si sarebbe ritirato pochi anni dopo, nel 1967.

Per alcuni autori scrivere una storia con Amelia era più che altro un modo carino per rendere omaggio a Barks, dato che il personaggio in sé non godeva (ancora) di gran fama. Insieme a Cimino va segnalato anche Marco Rota che, oltre ad averle dedicato svariate copertine negli anni Settanta e Ottanta, ha inserito la fattucchiera in quello che è forse il suo fumetto più riuscito, Zio Paperone e il deposito oceanico (1974). Amelia era più in forma che mai, malgrado si facesse vedere in sole sei tavole e pronunciasse pochissime battute, perché la narrazione dava spazio alla portata della magia, ai suoi effetti concreti sul denaro del Deposito e sulla vita di Paperone.

La fattucchiera che scompagina la tavola

Dalla seconda metà degli anni Ottanta anche all’estero furono pubblicate storie come questa, che esaltavano la perfidia di Amelia mostrando soltanto le conseguenze dei suoi incantesimi. Ma, nonostante portassero tutte la firma di Don Rosa, non erano avventure di ampio respiro, come quelle che lui amava realizzare, ma brevi storie a gag, molto più complesse per i suoi standard. «Era difficile trovare l’idea per una trama che fosse semplice e che tuttavia avesse sufficienti potenzialità umoristiche da reggere dieci pagine di buffonate», riconosce Don in un volume della sua Library. «Tuttavia quella che state per leggere [Zio Paperone: Un problema di memoria, Ndr] potrebbe smentirmi. Penso che sia il mio racconto breve più divertente».

Ribaltamento di fronte, da ‘Una questione di estrema gravità’ (agosto 1996)

Rosa era un altro grande fan dei paperi di Barks. Li adorava ai limiti del feticismo, e non si sarebbe mai sognato di caratterizzarli diversamente. Pensò di dare loro una sistemazione più stabile, attenendosi scrupolosamente alle storie degli anni Cinquanta e realizzando una $aga che avrebbe fatto scuola. Amelia non poteva trovare molto spazio nei suoi fumetti perché era poco più di un personaggio secondario nella sterminata produzione del Maestro. Aveva delle potenzialità limitate, ma la sua magia poteva innescare vere e proprie commedie demenziali.

Poco importava che il motore dell’azione fosse un piatto che teletrasportava le persone, una bacchetta che invertiva il senso della loro gravità o una che faceva dimenticare le ultime cose a cui pensavano. Amelia faceva irruzione nel Deposito, pronunciava le formule di rito, rubava il decino e si preparava a tornare sul Vesuvio (naturalmente in aereo), dopo di che Paperone trovava il modo di usare il suo stesso potere per rientrare in possesso del soldo. Sempre.

Questo schema infallibile avrebbe potuto permettere infinite variazioni sul tema. Don si limitò a mettere su carta quelle che a suo parere erano le più divertenti, secondo quello a cui era più abituato: giocare con il linguaggio dei fumetti. Una storia in particolare, A Matter of Some Gravity (1996), risentiva della magia di Amelia anche “per sua natura”. Una volta che la forza di gravità dei paperi era stata ruotata di 90° impedendogli di muoversi correttamente, la metà inferiore di ogni tavola veniva ripresa dal loro punto di vista distorto, creando un effetto straniante. La storia piacque molto, tanto da essere candidata ai Premi Eisner.

Sempre più protagonista

Nel frattempo, nelle storie pubblicate in Italia su Topolino, Amelia stava cambiando ancora. Per la nuova generazione di autori era un personaggio consolidato, che rientrava tra i nemici di Paperone più famosi e ricorrenti (quasi un centinaio di fumetti negli anni Novanta, tre volte tanto rispetto al decennio passato e più dei tre precedenti messi insieme). C’era abbastanza spazio per provare a (farle) dire qualcosa di nuovo, senza snaturarne l’essenza. Ci provò, ad esempio, Claudia Salvatori, con una manciata di storie in cui Amelia avvertiva come un peso la sua professione di strega e avrebbe voluto fuggire per farsi una vita normale nelle grandi città. Ma soprattutto ci provarono Francesco Artibani e Lello Arena.

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Stando a ‘Zio Paperone e il martello delle streghe’ (Salvatori/Cortes) l’odio che Amelia prova per Paperone ha radici lontane e la colpa è di un antenato di Scrooge

Quando decisero di rilanciare la strega, i due avevano già sceneggiato un breve ciclo legato al mondo teatrale, che mischiava umorismo classico con gag demenziali, quasi nonsense, e che faceva leva su un cast corale per movimentare le vicende. Con Amelia fecero quasi lo stesso: si resero conto che la papera inventata da Barks (oltre che perfida, acuta, tenace, nevrotica, seducente) era buffa quando si arrabbiava, e sarebbe stato interessante creare uno stuolo di personaggi invadenti che mettessero a dura prova i suoi nervi. Meglio ancora se avessero fatto parte della sua famiglia. Un po’ come nei fumetti di Kinney, Davie e compagnia, con la differenza che adesso c’erano due professionisti di tutt’altro calibro alla guida di un progetto tanto rischioso.

I parenti creati da Arena e Artibani avevano tanti punti di forza, ma ciò che li rendeva migliori dei precedenti era il fatto che fossero credibili. Caraldina era una nonna stramba e pedante, che non vedeva l’ora di accasare la nipote con Rosolio, un giovane rammollito ma da tenere in considerazione perché «è un buon partito», ottimo per assicurare la stabilità economica in casa propria. E poi c’era Minima, una piccola Amelia “in potenza” che studiava alla scuola di magia e che nei ritagli di tempo faceva i dispetti a Gennarino. Un quadretto molto italiano, come notava Artibani in un’intervista: «L’idea di creare per Amelia una famiglia napoletana è nata dalle chiacchierate con Lello». Doveva essere «una famiglia calorosa, con la nonna sempre presente e lo spasimante appiccicoso, per ottenere un meccanismo da commedia».

Amelia si ritrovava a fare i conti con tre persone che, in fondo, le somigliavano tantissimo. Un po’ perché anche loro dimostravano una grande cocciutaggine in ciò che facevano, e un po’ perché appartenevano tutti al mondo della stregoneria ed erano disposti a firmare una tregua quando c’era un obiettivo comune da perseguire (anche fosse stato un obiettivo “criminale”).

Rosolio, Caraldina e Minima alla destra di Amelia (da ‘Amelia e la furia degli elementi’, 1999, disegni di Giorgio Cavazzano)

Soprattutto, per la prima volta, Amelia viveva di vita propria, non aveva bisogno di un nemico da combattere o di una situazione paradigmatica che la definisse. Ovviamente voleva ancora impossessarsi della Numero Uno, ma non era certo su questo che facevano leva i due autori. Tanto è vero che nella prima storia del ciclo, Amelia e la pietra pantarba (1995), in due tempi, Paperone compariva solo nella prima e nelle ultime tavole, cedendo il centro della scena alla titolare. L’esatto opposto di quanto accadeva nei fumetti di Don Rosa, ma con conseguenze simili, come l’importanza sempre maggiore degli elementi comici a scapito di quelli fantastici.

Magia nel Ventunesimo secolo?

Le storie di Amelia più recenti possono essere ricondotte sostanzialmente a due filoni. Da un lato c’è la fattucchiera perfida e testarda che sogna ancora di soffiare il decino di Paperone e che parte alla volta del Deposito a cavallo della sua scopa magica. Dall’altro lato c’è la strega in quanto tale, colta nella sua sfera privata mentre prepara qualche pozione, sfida le colleghe a suon di incantesimi o si dedica ad altre missioni che la facciano diventare ricca, ricca, ricca. È il tipo di personaggio con cui hanno più a che fare i lettori brasiliani o nord-europei, ma che anche qui in Italia ha esercitato una certa influenza, soprattutto su testate come Pocket Love o Paperino (e su Topolino, con miniserie come L’apprendista streghetta o Antenna Magica TV).

La conseguenza di tutto questo è che oggi per scrivere una storia con Amelia la prima cosa a cui si pensa è la magia, che nei casi peggiori diventa la sua unica caratteristica peculiare. Magari il personaggio resta risoluto, malvagio, affascinante (dopo sessant’anni sa ancora far perdere la testa alla gente, nonostante certi disegnatori ignorino il suo fascino mediterraneo) però è molto raro che (ci) dica qualcosa di nuovo. Col passare degli anni è diventata una figura piatta, che si comporta in un certo modo perché così sta scritto; proprio come aveva temuto il suo creatore. 

Inoltre Amelia sta affrontando un problema di identità criminale simile a quello di Macchia Nera o Gambadilegno, due villain che si sono rammolliti per colpa di una scrittura svogliata o a causa di qualche grande storia che ha aperto nuove chiavi di lettura sui rapporti tra loro e gli eroi positivi. Nel caso di Amelia, questa tendenza risale probabilmente a Zio Paperone e l’ultima avventura (2013), una storia dal tono adulto in cui i peggiori nemici del vecchio papero facevano fronte comune per sconfiggerlo, ma nel corso della quale la strega, da avversaria che era, si alleava con lui dopo aver recuperato i poteri grazie al suo aiuto.

In quella circostanza c’era ben poco da obiettare, perché lo sceneggiatore (di nuovo Artibani) aveva orchestrato un plot impeccabile, giustificando l’atteggiamento di entrambi i personaggi. Un po’ come aveva fatto Tito Faraci in Dalla parte sbagliata, dove Topolino e Gambadilegno agivano in coppia solo perché gli conveniva di più, non perché fossero amiconi. Che poi tra i due nascesse un’intesa contava molto relativamente a livello di trama.

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Frasi che fanno male al cuore (da ‘Zio Paperone, Amelia e il patto della luna’)

Nel 2014, Zio Paperone, Amelia e il patto della luna di Vito Stabile e Francesco Guerrini si è fatta notare quasi per lo stesso motivo. Anche qui i nemici dovevano collaborare, anche qui si ritrovavano in una landa desertica dalle chiare implicazioni simboliche (andare al di là delle apparenze per mettere a nudo la loro vera natura) e anche qui si rinfacciavano di essersi sempre schierati “dalla parte sbagliata” e di non sapere niente l’uno dell’altra.

Faraci, però, non aveva scritto un fumetto “a tesi”. Era partito dall’idea per una storia, non dal legame tra buono e cattivo, che si era sviluppato in maniera spontanea. Stabile ha fatto quasi l’opposto, rendendo Amelia il motore della vicenda. Era lei che decideva di trascorrere un po’ di tempo da sola col suo nemico, facendogli credere di aver fallito una potente magia, ed era su di lei che si focalizzava la narrazione, attraverso flashback e monologhi interiori. Per il resto la storia funzionava anche piuttosto bene e, se proprio non aggiungeva qualcosa al personaggio, perlomeno fotografava lo strano stato di forma che stava vivendo all’epoca: un’antagonista ancora potente sulla carta ma sempre meno pericolosa nei fatti.

Naturalmente oggi i veri problemi di Amelia non sono la mancanza di perfidia o l’occasionale slancio di bontà. Storie come Zio Paperone, Amelia e la coppa del Mondor di Bruno Enna e Alessandro Perina hanno scelto la via della “megera buona” vincendo la sfida, mentre altre come Amelia e la numero Uno del numero Due (pubblicata nei mesi scorsi per festeggiare i suoi 60 anni) hanno riproposto la strega cattiva e inarrestabile senza concludere nulla, anzi, rasentando l’autoparodia.

Un insegnamento che potremmo trarre dal passato è che il terreno in cui Amelia si è sempre trovata più a suo agio è quello della commedia pura. Erano commedie le storie di Barks, lo erano quelle di Don Rosa, così come quelle di Arena e Artibani. Nell’immaginario collettivo è sempre stata e sempre sarà “quella che tenta di rubare la Numero Uno senza riuscirci”, una persona tutto sommato problematica con la quale dovrebbe essere facile entrare in empatia.

Di sicuro puntare troppo sulla magia si sta dimostrando un’arma a doppio taglio, ma anche la mancanza di soggetti alternativi incide sull’attuale stato di salute di Amelia. Da anni non fa che attaccare il Deposito (oltre 20 volte nell’ultimo decennio), assumere identità fasulle (circa 15 volte), allearsi con i Bassotti (30 volte) o perdere i propri poteri (5 volte). È sempre più raro che si scontri con Paperinik o che competa con altre streghe in qualche torneo. Sta perdendo colpi, ma per un personaggio di 60 anni è fisiologico. Toccherà alla nuova generazione di autori capire fino a che punto si stia avvicinando all’età della pensione.

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