“Paperino e il ventino fatale”, lo spirito natalizio secondo Carl Barks

Carl Barks era notoriamente pessimista e aveva un rapporto ambiguo con il Natale. Nei suoi fumetti si respirava sempre un’atmosfera un po’ cupa, nonostante il sottotesto ironico o il lieto fine ricorrente, perché quasi tutti i personaggi agivano in vista di un interesse specifico, facendo valere le proprie spinte individualistiche. E se in qualche rara occasione ci si poteva permettere uno slancio di altruismo, non c’era mai spazio per veri momenti di gioia collettiva, come durante le feste di fine anno.

Ma quando la Western Publishing aveva bisogno di una storia del genere con i paperi, Barks non poteva sottrarsi. Dovette fare i conti anche lui con lo spirito natalizio, senza cadere nella trappola di un approccio troppo didattico, infantile o paternalistico. Gli ci vollero alcuni anni e altrettanti “Natali”, ma finalmente, nel 1951, con la pubblicazione di Paperino e il ventino fatale, riuscì a trovare l’equilibrio perfetto tra humor, satira sociale e buoni sentimenti.

ventino fatale
Il toccante incipit di ‘Paperino e il ventino fatale’ (‘A Christmas for Shacktown’)

La storia si apre con una marca di stile molto cara al Maestro dell’Oregon: una tavola priva di azione, quasi contemplativa, che introduce i temi cardine della vicenda e crea un legame tra i personaggi e un oggetto di scena (o l’intero ambiente, come in questo caso) attorno al quale ruoteranno le loro peripezie. Quasi senza accorgersene, Qui, Quo e Qua si sono avventurati nel quartiere povero e distaccato di Shacktown, dove i bambini non sanno neanche cosa sia il Natale, per come lo intendono i paperi, che di colpo si sentono come dei «grassi porcellini».

Lo si capisce anche dalle scelte di regia che sono tre ragazzini privilegiati, lontani dalla loro zona di comfort. Nelle prime vignette ricoprono una superficie esigua e l’attenzione è tutta sul fondale e sulle figure che lo popolano in primo o in secondo piano. Barks restringerà il campo sui protagonisti solo quando avranno abbandonato quelle strade, come nell’ultimo riquadro. Il resto della vicenda è già perfettamente intuibile: i nipotini si daranno da fare per regalare una bella festa ai bimbi di Shacktown e probabilmente vedranno premiati i propri sforzi.

Quasi il solito canovaccio

Il ventino fatale, però, è innanzitutto un’avventura corale, una grande recita natalizia in cui tutti sembrano sposare in pieno il proposito filantropico di Qui, Quo e Qua, ma nella realtà dei fatti si comportano (quasi) come al solito, anteponendo i propri interessi a tutto il resto. È, ad esempio, il caso di Paperino, che si decide a chiedere il sostegno economico dello Zio solo dopo che i nipoti e la fidanzata l’hanno costretto; che inizia a interessarsi sul serio alla causa quando Paperone rifiuta e la questione diventa una faccenda personale; e che si lascia trascinare dagli eventi, determinando, naturalmente senza volerlo, degli sviluppi dannosi per sé e per gli altri.

Ma è anche il caso di Gastone, che in un momento cruciale della storia mette a disposizione la propria fortuna solo per pavoneggiarsi e dimostrare di essere infallibile, non certo perché il suo cuore si sia improvvisamente scaldato. E lo stesso, in fondo, vale per Paperina, che pur rimanendo un personaggio positivo, avendo proprio lei l’idea di fare qualcosa per Shacktown, pensa subito a se stessa e alle socie del suo club, felice di aver trovato un’occupazione e di non dover più stare con le mani in mano. Nella sostanza cambia poco rispetto ad altri racconti di Barks, ma almeno qui per una volta tutte le motivazioni personali convergono.

Quando un papero con dei piccoli problemi incontra una papera con dei grossi problemi, il papero con i piccoli problemi è un papero nei guai (semicit.)

Alla fine anche per Paperone arriva il momento di dare una mano, pur suo malgrado. Il terzo atto, che si potrebbe tranquillamente riciclare come storia autonoma, è l’ennesima variazione sul tema della vertigine del possesso di Scrooge, che in una sequenza memorabile aggiunge ai propri averi un decino (nell’edizione italiana un “ventino”, da cui il titolo) che si rivelerà fatale, provocando il crollo di tutto il denaro nelle viscere della collina su cui sorge il Deposito. 

Anche qui il canovaccio non cambia: da una parte il lettore prova piacere di fronte al castigo divino a cui ha appena assistito, ma dall’altra rimane affranto per un personaggio che ormai ha già conquistato la sua attenzione e si è imposto vigorosamente sugli altri, pur rivestendo finora un ruolo secondario. Nel 1951, del resto, Barks aveva cominciato a esaminare il vecchio papero con un occhio più critico rispetto al passato. Era diventato meno esplicito quando si riferiva alla sua imponenza; preferiva piuttosto limare, sottrarre, nascondere, dando la massima importanza ai dettagli.

Nel Ventino fatale ad esempio, specie nella prima parte, riuscì a creare un forte contrasto tra l’influenza esercitata da Paperone sugli eventi e la sua reale presenza in scena solo tramite i cartelli, le insegne e i manifesti sparsi per la città, che stavano a indicare negozi di sua proprietà, annunci di vendita e a un certo punto persino una via intitolata a lui. Era lo stesso papero che pochi anni dopo, in un’avventura alla ricerca delle Sette Città di Cibola, avrebbe detto di sé: «Io non sono un uomo, sono una piovra che stende i suoi tentacoli ovunque».

Una storia spartiacque

Anche altri personaggi stavano cambiando. Qui, Quo e Qua, che fino al Natale precedente si disperavano se non ricevevano quello che avevano chiesto, ora sono decisamente più acuti e disinteressati, forse gli unici capaci di un sincero altruismo. Una tavola come quella iniziale, così austera e toccante, doveva sembrare ancora più anomala all’epoca, data la reputazione dei tre nipotini. Com’è tipico della narrativa natalizia, in una storia all’insegna della fratellanza solo i più piccoli possono dimostrarsi sensibili alle cause più nobili. Barks fece propria questa convenzione e ne approfittò per dire qualcosa di nuovo sui personaggi, aprendo, di fatto, una nuova fase del loro percorso di crescita (era quasi l’atto di nascita delle Giovani Marmotte).

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«Mi mancano ancora quattro dollari, che sono niente se uno li ha e che sono tutto se uno non li ha», esclamerà poco più avanti Paperino

Ma Il ventino fatale è una storia spartiacque anche per quanto riguarda il periodo dell’anno in cui si svolge. Fino alla fine degli anni Quaranta, Barks aveva sfruttato il Natale come fonte di gag dissacranti, stigmatizzandone gli aspetti più beceri (la riduzione dei preparativi per la festa a mero rito di passaggio) e consumistici (l’estenuante corsa al regalo), restituendo un ritratto impietoso della società del suo tempo. Storie come Paperino e l’albero d’oro, Paperino e la scavatrice, Paperino e i doni inattesi e tanti fumetti brevi da una pagina ruotavano proprio attorno al tema del dono, inteso sia come incombenza necessaria, sia come strumento di affermazione del proprio status, a seconda dei casi.

Per il Natale del 1951 Barks smussò decisamente i toni. Pur mantenendosi pessimista (con il focus sulla cupidigia di Paperone e un paio di battute sull’egemonia della classi più ricche), si permise un approccio più lirico, conferendo alla storia il tipico incedere di un Classico di Natale, con due o tre vignette in cui i paperi ballavano e cantavano senza che la trama lo richiedesse. Questo anche nell’ottica di avvicinare allo spirito natalizio un racconto che si voleva universale.

La licenza poetica più evidente è nell’ultimissimo riquadro, un attimo dopo che Paperone ha pronunciato la sua classica frase a effetto sulla quale in genere si chiudono i fumetti di Barks. Una volta scoperto che il denaro si può recuperare grazie all’utilizzo di un trenino giocattolo – che un attimo prima Scrooge aveva definito «stupido e inutile» – spetta proprio a questo oggetto la parola finale, con un fischio che annuncia l’arrivo della locomotiva.

Il lieto fine della storia, con tanto di chiusura poetica

Un’eredità ingombrante

Negli anni le storie natalizie Disney sono diventate «una tradizione irrinunciabile», per rubare le parole al nostro Andrea Fiamma, e il punto di riferimento per molte di esse è stata (almeno in parte) la produzione di Barks. Fumetti come i suoi troverebbero ben poco spazio nell’indice del Topolino odierno, visti i copiosi riferimenti alla lotta di classe e la coltre di pessimismo che li ammanta. Ma alcuni autori hanno provato ugualmente a riproporre quelle dinamiche e ad adottare un punto di vista simile al suo (con le dovute differenze), centrando a volte ottimi risultati.

La poetica di Barks resta però incompatibile con l’attuale agenda di Topolino, come dimostra anche il recente remake di Paperino e il ventino fatale. Commissionato a Riccardo Secchi e Francesco Guerrini nel 2017 – e pubblicato su Topolino 3200 – fa a meno dell’ambientazione natalizia attualizzando storia e personaggi, ma senza contestualizzare i problemi del quartiere povero, evitando di parlare a viso aperto alla società contemporanea e rinunciando ai vari sottotesti (morale, pessimistico, formativo, poetico). Tutto ciò che resta è una struttura narrativa invecchiata male, se spoglia dei suoi riferimenti peculiari, oltre a una buona dose di fanservice.

L’unico merito di questo remake, comune a tutti i rifacimenti scadenti, è di aver ribadito le doti dell’originale. Paperino e il ventino fatale, pubblicata per la prima volta in Italia 70 anni fa, era già un classico, che non avrebbe mai smesso di parlare al suo pubblico. Un’opera che, come da tradizione barksiana, metteva il dito nella piaga, mostrando ciò che in molti si rifiutavano di vedere e al tempo stesso sottraendo ai lettori comode posizioni morali da assumere.

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