Il ritorno di Blacksad

blacksad e poi non resta niente recensione

Non c’è da stupirsi se Blacksad sia uno dei blockbuster del fumetto francese. Le storie con protagonista il gatto detective John Blacksad, scritte da Juan Díaz Canales e disegnate da Juanjo Guarnido, sono dotate di uno stile accattivante capace di risucchiare il lettore dentro il mondo che racconta. È una formula scontata ma che per funzionare ha bisogno di talenti veri.

Come tutte le serie di successo, una volta trovata l’alchimia, si gioca di sponda, di variazioni, di sfumature sul tema. Tanto per fare un esempio, Asterix e Obelix – quand’era scritto da Goscinny – era organizzato in tre filoni: storie ambientate all’interno del villaggio, storie ambientate nel contesto metropolitano di Roma o Lutezia e storie ambientate all’estero, solitamente le più disimpegnate. Ognuna di queste ambientazioni forniva la cornice per avventure di taglio diverso.

E poi non resta niente, il nuovo capitolo della serie, riporta John Blacksad nelle atmosfere urbane che avevano caratterizzato i primi volumi. La città è controllata dal “mastro costruttore”, Lewis Salomon, un architetto la cui visione per la Grande Mela è quella di una metropoli invasa dalle auto, a spese dei mezzi pubblici. Kenneth Quill, presidente del sindacato dei lavoratori della metropolitana, inizia a ricevere le minacce della mafia locale che ha ingaggiato un sicario per farlo fuori, e chiama John Blacksad per aiutarlo a sbrogliare la situazione. Il detective si troverà invischiato in qualcosa di molto losco e non potrà evitare di incrociare vecchie conoscenze.

L’albo conferma la grande abilità di Guarnido come regista rigoroso della tavola che sa sempre quando piazzare un totale strabordante di elementi per fermare l’occhio o quando sintetizzare lo sfondo con due linee e una macchia di colore. Ha un senso dell’urbanistica rubato a Will Eisner e non perde occasione per raccontare i personaggi attraverso la messa in scena. Gli ambienti parlano più di quanto potrebbero mai fare pagine intere di narrazione.

L’ufficio di Blacksad è pieno di tracce, la sua scrivania trabocca di casi passati o ninnoli di una vita messa in soffitta. Il caos che regna sull’ambiente suggerisce mancanza di cura, confusione, solitudine. C’è l’alto (metaforico), il teatro sheakespeariano che coinvolge un gruppo di teatranti in una sottotrama dell’albo, il basso (letterale), la metropolitana, fucina infernale che rende bene l’idea delle vessazioni subite dai lavoratori.

Canales e Guarnido offrono un’esperienza che non si discosta da ciò a cui hanno abituato i lettori, nel bene e nel male, se non per una rappresentazione della violenza un pelo più insistita del solito. Anche se alcuni dettagli espliciti evitano di mostrarli, l’efferatezza di certi personaggi è tutta sulla pagina. Arrivato al sesto volume, Blacksad si limita a declinare ciò che ha reso famose le precedenti storie: il protagonista resta il classico detective hard-boiled con impermeabile e cravatta, sigaretta penzolante in bocca, parlantina stanca, un portamento signorile e una certa esperienza in fatto di donne. C’è l’industriale avido, le spifferate, i luoghi malfamati.

Protagonisti, insieme a John, sono gli Stati Uniti nel secondo Dopoguerra, dilaniati dal darwinismo sociale, dove il più forte (o il più ricco) è legittimato per natura a imporsi sugli altri. La prima parte di E poi non resta niente conferma questa lettura, adattandosi solo nella forma alla contemporaneità (la bipartizione della storia) ma rimanendo un prodotto estremamente classico, estremamente ben realizzato.

Blacksad 6 – E poi non resta niente Parte 1
di Juan Díaz Canales e Juanjo Guarnido
traduzione di Enrico Zigoni
Rizzoli Lizard, ottobre 2021
cartonato, 64 pp., colore
17,00 € (acquista online)

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