Il Dylan Dog del Multiverso e le “estreme visioni” del Color Fest

dylan dog color fest 40 bonelli

Se c’è un’idea che si è rivelata particolarmente fruttuosa nella discussa gestione di Roberto Recchioni sulla serie Dylan Dog, è il concetto di Multiverso. Nel numero 337 (settembre 2014), introdotto da una copertina quasi monocroma di Angelo Stano con il corpo nudo di Dylan Dog che vaga nello “spazio profondo”, il personaggio si risveglia, improvvisamente, nell’anno 2427: non c’è più la Londra fumosa e immaginifica che nasconde mostri e incubi, non c’è nemmeno lo stesso abbigliamento, gli stessi cliché del Dylan che conosciamo.

In una rivisitazione bonelliana di Matrix, il Dylan Dog che abbiamo letto nei 336 numeri precedenti, il Dylan di Sclavi, diventa un clone di se stesso, dunque espressione di una delle possibili personalità del personaggio. Da lì in poi, tutto è diventato possibile per Dylan. L’eredità di Sclavi, tanto rispettata fino ad allora, diventò solo una delle possibili soluzioni per il personaggio.

Sulla serie di Dylan Dog si introdusse così una concezione “multidimensionale” degli eventi: nella evoluzione della testata madre, Dylan finisce addirittura per sposarsi con Groucho, poi si fonde con un altro personaggio di Sclavi, Francesco Dellamorte, poi si fa crescere una lunga barba che poi si taglia, poi l’Ispettore Bloch va in pensione, poi diventa suo padre eccetera. Ma tutto questo continuo stravolgimento dei cliché – alla ricerca di nuovi cliché – non accade invece nella testata gemella del personaggio, Dylan Dog OldBoy, dove l’Indagatore che conosciamo rimane sostanzialmente intoccato, a protezione del franchising e per la gioia dei fan più conservatori. 

Ulteriore interpretazione del personaggio è quella poi presentata nello Speciale annuale, interamente dedicati al Pianeta dei Morti, dove un Dylan Dog invecchiato e senza Groucho, sotto la guida sapiente di Alessandro Bilotta, affronta un mondo infettato da una pandemia di zombi, in una delle versioni indubbiamente più coraggiose del personaggio, al contempo capace di riprendere l’originale spirito sclaviano e di colorarlo di nuovi spunti. 

Quarta e ultima anima editoriale di questo multiverso dylandoghiano è la testata trimestrale Dylan Dog Color Fest che, con la cura di Recchioni, si è imposta come uno spazio destinato alla sperimentazione, a visioni diverse e fuori dagli schemi, grazie al contributo di autori distanti dallo stile e dal canone bonelliano. Ne nascono dunque ulteriori libere interpretazioni, nuovi “multiversi della follia” in cui buttare il nostro indagatore dell’incubo, in cerca di incubi più radicali. 

“Estreme visioni” è appunto il titolo di questo numero 40, lungamente atteso, anche perché rimandato di qualche mese per problemi tecnici. Presentato da una affascinante copertina della pittrice e graphic designer Ambra Garlaschelli, l’albo raccoglie tre storie che rappresentano davvero delle realtà alternative e distanti dal canone. Non a caso, nell’introduzione interviene il creatore stesso, Tiziano Sclavi, a rassicurare il pubblico e a benedire la bontà dell’operazione: «Ben venga una visione dissacratoria e, come si sarebbe detto una volta, underground di un classico del fumetto come Dylan Dog. Lui stesso, ci scommetto, si divertirebbe molto a leggere questo albo, con ironia e un sorriso».

Se lo dice Sclavi possiamo anche crederci ma, al di là di questo tentativo di depotenziamento (l’ironia è sempre un’ottima difesa contro le polemiche), possiamo constatare come gli autori coinvolti abbiano davvero fornito visioni molto personali, eversive, quasi parodiche, del personaggio

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Una tavola di Officina Infernale da “La colazione dei campioni”, Dylan Dog Color Fest 40

La prima storia, Made in UK: Forkhill, realizzata da Andrea Mozzato in arte Officina Infernale, sbatte il nostro indagatore (qui ingrassato, invecchiato e dal vocabolario più colorito del solito) in un incubo lovecraftiano che sembra uscito da un albo di Hellblazer degli anni Novanta: coinvolto da Madame Trelkovski in un “Magical Mistery Tour” psichedelico e delirante, Dylan viaggia al di là dei confini della realtà per sconfiggere, con la sua pistola dai proiettili d’argento, una creatura malvagia proveniente da un’altra dimensione. Le notevoli tavole di Mozzato non lesinano in effetti visivi di grande impatto – ritagli, collage, colori acidi, retini – per accompagnare il nostro Dylan, in versione John Constantine, nel suo viaggio verso il Male. 

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Una tavola di Spugna da “La casa dello splatter”, Dylan Dog Color Fest 40

La seconda storia, La casa dello splatter, realizzata da Tommaso Di Spigna in arte Spugna, è invece una tanto efficace quanto elementare avventura dal taglio videoludico: senza uso di parole, ma con abbondanti onomatopee a rappresentare i rumori e simboli a definire i pensieri del protagonista, Spugna immagina un Dylan rinchiuso in una fogna che lotta a mani nude contro una schiera di mostri spaventosi. Anche qui il carattere dell’autore, il suo stile caricaturale e compatto, sancisce il percorso della narrazione. Il corpo di Dylan si altera di forma e dimensioni mentre il sangue verde delle creature abbattute acquista una consistenza quasi materica, fino a chiudersi con il sangue rosso del protagonista sconfitto. 

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Una tavola di Jacopo Starace da “Il teatro dei demoni”, Dylan Dog Color Fest 40

Terza e ultima ambientazione, quella di Jacopo Starace che, con uno stile vicino all’Attilio Micheluzzi de Gli orrori di Altroquando, immagina un Dylan nelle vesti di attore ne Il teatro dei demoni: quando si accorge di trovarsi su un palco, Dylan prova a fuggire dalla scena, mentre un pubblico di spettatori-mostri lo osserva divertito, giudicandone la performance. L’intuizione di Starace è molto efficace e chiude con classe un albo ricco di idee e di spunti

Ed in effetti è proprio diventato questo, l’old boy Dylan: un corpo d’attore che recita molteplici ruoli in molteplici universi. In questo ennesimo Altroquando, le interpretazioni qui presenti risultano sicuramente convincenti. Gli autori sembrano essersi divertiti nell’affrontare un’icona come Dylan Dog senza rinunciare alla propria personalità. D’altro canto il personaggio necessita senza dubbio di energie fresche per rinnovarsi, per parlare a un pubblico nuovo, per dire ancora qualcosa di originale. 

Il rischio nel farlo è che si perda qualcosa in termini di identità: che nella sua ricerca, Dylan Dog finisca per perdersi in territori che, per quanto fruttuosi, non gli appartengono. Insomma, l’esperimento ha funzionato, anche se il meglio, sia di questi autori sia del personaggio, è probabilmente da cercarsi altrove. In ruoli e spazi – a tutti – più congeniali.

Dylan Dog Color Fest 4 – Estreme visioni
di Officina Infernale, Jacopo Starace, Spugna
Sergio Bonelli Editore, febbraio 2021
brossura, 96 pp., colore
5,90 € (acquista online)

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