“Metropolis” di Rintaro è un anime visionario e impossibile

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Metropolis di Rintaro è un anime dalle ambizioni e dalle proporzioni gargantuesche, per lo più dimenticato, ma che ha segnato un momento importante nella storia dell’animazione giapponese.

La storia è ambientata a Metropolis, città futurista dove un magnate assetato di potere ha fatto costruire un androide con le fattezze della figlia morta, per far sì che possa dominare l’intero pianeta. A scoprire i suoi loschi piani saranno il detective Shunsaku Ban e suo nipote Kenichi, con cui l’androide inconsapevole, di nome Tima, legherà un rapporto di affetto che cambierà il corso della storia.

Come il titolo dell’anime suggerisce, Metropolis di Rintaro si ispira a un grande classico della Settima Arte, l’omonima opera fantascientifica di Fritz Lang, tra le più importanti del cinema espressionista, divenuta famosa non solo per la capacità di rappresentare una metropoli futurista che avrebbe influenzato visivamente il cinema anche più recente (vedi Blade Runner), ma anche per le sue riflessioni sul superamento delle differenze di classe come elemento cruciale di emancipazione sociale.

L’altro elemento da cui il film di Rintaro trae ispirazione è un manga di Osamu Tezuka che, innamorato del film di Lang, decise di realizzare la sua versione della storia in un unico tankobon pubblicato nel 1949. I temi (la presa di coscienza robotica, l’elemento sociale, il rapporto padre-figlio) sono quelli che Tezuka avrebbe sviluppato, di lì a poco, in un altro manga ben più celebre: Astroboy

Nel 2001, dunque, fu realizzato un film animato con la chiara intenzione di renderlo una pietra miliare del genere e della storia degli anime. Il risultato è riuscito solo in parte ed è giusto parlare di un mezzo fallimento, ma è altrettanto vero che le personalità coinvolte e il grado di potenza immaginifica lo rendono tra i titoli più cruciali nel passaggio a una nuova era dell’animazione nipponica. 

Basta scorrere i credits per rendersi conto che, all’epoca, si volle fare le cose in grande. Tra i produttori principali figura Toshio Suzuki, la stessa mente dietro ai successi dello Studio Ghibli. La casa di produzione è Madhouse, che nel 2001 era tra le più importanti in Giappone e che aveva già intrapreso, per fare un esempio, un rapporto creativo fertile con Satoshi Kon, producendogli Perfect Blue e, sempre nel 2001, Millennium Actress. La regia fu affidata a Rintaro, pseudonimo di Shigeyuki Hayashi, figura importante nella storia degli anime e forse troppo spesso dimenticata. 

Rintaro aveva iniziato la carriera alla Toei Doga, sotto la guida di quel Yasuji Mori che tanto ha influenzato Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Cresciuto sotto l’ala protettiva dello stesso Tezuka alla Mushi Production – supervisionando, peraltro, la versione animata di Astroboy – trovò il successo nel corso degli anni Settanta quando, dopo l’incontro con Leiji Matsumoto, lavorò a Capitan Harlock e al film animato Galaxy Express 999 – The Movie, da lui diretto. 

La sceneggiatura di Metropolis fu affidata a un certo Katsuhiro Otomo, che mancava dalle scene da un po’. La sua ultima opera risaliva infatti al 1995, quando aveva scritto e diretto Cannon Fodder, episodio contenuto nell’antologia Memories, supervisionata da lui stesso. 

Suzuki, Otomo e Rintaro: su Metropolis c’era un’attesa mediatica di un certo livello. E il risultato finale non convince del tutto forse proprio in virtù del peso di quella grandeur a cui il film aspirava. Rivederlo oggi apre gli occhi su una cosa: Metropolis è un film intimamente otomiano

Lo è nei temi e nella scrittura: la riflessione sul ruolo delicato della scienza nelle dinamiche dell’evoluzione, le discrepanze sociali alla base di una felicità globale negata, la lunga ombra delle macchinazioni politiche (tra colpi di Stato e violenti desideri di potere), la presenza o meno di una coscienza robotica. Tutti questi temi hanno da sempre attraversato l’opera di Otomo ed erano ben presenti sia in Akira che nell’altro suo lungometraggio animato, Steamboy

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Ma Metropolis è un’anime più di Otomo che di Rintaro anche nell’aspetto visuale: la città, il modo in cui è strutturata e messa in scena, le sequenze di massa e quelle più evocative, sottolineate dalla neve che, dolce, scende a coprire tutti i dolori di una società ben lontana dall’aver raggiunto la piena felicità, le gradazioni cromatiche e persino i fondali sembrano usciti direttamente da Akira.

E, forse, Metropolis pecca proprio per questo desiderio di Otomo di volerlo trasformare in un’opera intrinsecamente sua: soccombe sotto il peso di troppe sottotrame, alcuni personaggi che perdono profondità, un certo didascalismo nei (troppi) dialoghi. D’altra parte, non era la prima volta che Rintaro e Otomo si ritrovavano a lavorare a un progetto comune. Nel 1983, ai suoi esordi nell’industria dell’animazione, Otomo aveva curato il character design di Harmageddon – La guerra contro Taisen, lungometraggio diretto proprio da Rintaro. E nel 1987 entrambi si erano ritrovati all’interno dell’antologia Manie Manie – I racconti del Labirinto. Rintaro aveva diretto una delle sue cose migliori, l’episodio Labyrinth, Otomo, alla sua prima regia, aveva curato l’episodio finale, Interrompete i lavori!.

Metropolis andrebbe goduto innanzitutto per il suo potere visionario, la sua capacità di creare un’istanza immaginifica che avrebbe influenzato molta animazione a seguire (un esempio è Innocence, il sequel di Ghost in the Shell di Mamoru Oshii), ma anche per il suo porsi come cinema impossibile, utopico (in virtù delle personalità diverse coinvolte) eppure estremamente coraggioso.

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