La trilogia nipponica di Elisa Menini: «Il mio contatto con il sovrannaturale»

Elisa Menini è una giovane autrice che negli ultimi anni si è affermata realizzando tre libri incentrati su leggende tradizionali giapponesi, liberi adattamenti a fumetti di racconti di un folklore lontano ma talvolta familiare grazie a quanto spesso manga e anime vi attingano.

Menini ha esordito autoproducendo questi racconti in raffinati albi di grande formato ed è poi passata a pubblicare lo stesso tipo di storie per Oblomov Edizioni. La casa editrice di Igort, artista da sempre sensibile all’estetica e all’immaginario giapponese, a fine 2021 ha pubblicato Nippon Monogatari (qui ci sono alcune pagine in anteprima), il volume che ha concluso la trilogia nipponica di Menini, seguendo Nippon Folklore e Nippon Yokai.

Con questo volume l’autrice ha confermato la fedeltà estetica all’immaginario classico giapponese, quello delle stampe ukiyo-e più che del manga moderno, in un gioco di rimandi culturali elegante e intenso.

Abbiamo parlato con Menini dell’esperienza che si è appena conclusa e di come ha affrontato questo interessante lavoro di adattamento che ha avuto ottimi riscontri (per noi Nippon Monogatari è stato uno dei migliori fumetti italiani usciti nel 2021), portando l’autrice a essere tradotta anche in Francia e Spagna.

Com’è nato il tuo interesse per le leggende e i miti giapponesi?

Ero alla ricerca di qualcosa di inesplorato, e avendo sempre avuto un forte interesse per il Giappone è stato naturale per me indagare sui miti che ispirano molti dei manga che avevo letto nel corso degli anni. È stato sorprendente scoprire, qualche anno fa, che tanti Pokémon sono raffigurazioni di spiriti e creature soprannaturali del folklore!

Il tuo disegno non mostra diretti rimandi al manga ma piuttosto allo ukiyo-e. Ci sono però fumetti giapponesi a cui guardi come riferimento e ispirazione?

Inizialmente ho utilizzato come reference soltanto l’opera omnia di Hokusai Manga, dove ho trovato ampia documentazione per oggetti e vestiario, per poi spostarmi su alcune monografie di Hiroshige e Utamaro, ma mancava qualcosa. Per le scene di azione o le angolazioni più stravaganti e pose del quotidiano, ho fatto riferimento ad un paio di manga che ho acquistato in Giappone: Azumi e Isobe Isobee Monogatari. Ma se c’è un fumetto che mi ha insegnato l’arte del racconto è sicuramente La Fenice di Osamu Tezuka: per me affascinante in tutto, perché tratta temi universali ed epici con un ritmo narrativo incredibile e una dinamica nelle tavole modernissima.

nippon yokai elisa menini oblomov

E al di fuori del Giappone, invece?

Non ho un vero e proprio fumetto di riferimento, ma posso considerare molto preziose le letture delle opere di Breccia, Gipi, Toffolo e Magnus, che mi hanno educata al linguaggio del fumetto.

Hai fatto ricerca o studiato molto per realizzare queste storie?

Parte tutto da una vasta ricerca di libri e saggi sull’argomento del folklore giapponese: quando ho iniziato a muovermi in questa direzione, ormai sette anni fa, si trovava molto poco e molti dei libri che ho acquistato erano ristampe di vecchissime edizioni inglesi.

All’interno di queste raccolte si trovavano varie trascrizioni di racconti orali, con poco editing e quindi con termini piuttosto complessi da capire, ma una volta trovata la chiave di lettura ho tradotto e trascritto i passaggi più importanti delle storie su cui volevo lavorare.

Dopo questa prima fase di raccolta delle storie, passavo alla ricerca iconografica: ho trascorso molto tempo muovendomi sulla documentazione di abiti e oggetti per dare un vero sapore autentico giapponese all’estetica dei miei personaggi e delle ambientazioni in cui li facevo muovere.

Come riesci a riprodurre graficamente nelle tue tavole quell’impressione di avere davanti una vecchia stampa giapponese? Quando facevi autoproduzione la serigrafia sembrava molto adatta a quella resa, come immagino lo sarebbe la stampa risograph.

È interessante il meccanismo con cui ho realizzato il mio primo fumetto, Momotaro: era il disegno ad essere in funzione del metodo di stampa e non viceversa. Ero vincolata a due soli colori, con la possibilità di avere un retino ma preferendo la campitura piena.

Quando ho iniziato a disegnare ho subito intuito che quelle della serigrafia non erano limitazioni ma possibilità. Anche la risograph mi avrebbe portato su strade interessanti, ma non disponendo dei macchinari necessari dopo quella prima esperienza ho preferito traslare l’estetica della serigrafia nel digitale, partendo sempre da una tavola inchiostrata a mano e risolvendo la colorazione in digitale.

Ottengo l’effetto di una tavola “fisica” con l’uso delle texture e la lieve simulazione di un fuori registro, ma è un risultato che riesco a ottenere proprio perché ho avuto la possibilità di sperimentare con la serigrafia.

Cosa c’è secondo te di ancora moderno e intrigante nel folklore giapponese?

Sicuramente il fatto che è popolato di migliaia di creature che non si legano esclusivamente a un periodo storico antico ma riescono a integrarsi nel mondo moderno: ho un libro che ha una sezione sulle leggende metropolitane ed elenca tutta una serie di spiriti e mostriciattoli che sarebbe possibile vedere nel contesto di una metropoli come Tokyo. Per me è davvero affascinante la possibilità di avere un contatto così diretto con il soprannaturale.

Una tavola da Nippon Monogatari

Con questo terzo libro si conclude la tua immersione nella mitologia nipponica? Cosa c’è da aspettarsi ora da te?

Sì, ho sentito l’esigenza di chiudere questa trilogia con una storia unica che racchiudesse un po’ tutta la mia esperienza nel campo del folklore giapponese. Ora il mio percorso ha intrapreso più direzioni, grazie anche a collaborazioni esterne. Sicuramente non mi discosterò molto dal campo della tradizione, ma mi piacerebbe lavorare anche sul fumetto di avventura.

Hai scoperto qual è o quale sarà il tuo Monte Fuji da scalare, la tua impresa, come quella che compie Kintaro in Nippon Monogatari?

Le difficoltà ci sono sempre, ma continuare a fare fumetti con passione, questa è la vera impresa.

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