Ikki Kajiwara, il gigante dei manga

di Mario A. Rumor*

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Rocky Joe, uno dei manga più famosi sceneggiati da Ikki Kajiwara

Pensando a Ikki Kajiwara, la prima parola che viene in mente è “gigante”. Per l’aspetto fisico e gli archivi della memoria, da cui è impossibile sfrattarlo: scrittore e sceneggiatore, indomito cultore delle arti marziali. Aveva fatto indossare tante maschere sul volto dei suoi personaggi, non ultimo L’Uomo Tigre disegnato da Naoki Tsuji, perché in fondo pure lui si era trincerato dietro una barriera per non rivelare troppo di se stesso. L’impresa non gli è mai riuscita del tutto: poteva essere due cose insieme e fregarsene. Aspetti che aveva esteso anche al suo mestiere: nell’etica delle apparenze dei manga, Kajiwara fece di tutto per contrariare quel mondo apparentemente equilibrato e perfetto cercando un fremito di purezza e anarchia. Se Osamu Tezuka andava in un verso, lui procedeva contromano abbracciando i generi meno frequentati.

Impossibile poi dimenticarlo ora che Dynit Manga ha annunciato, in 7 volumi da 600 pagine, la sua opera più emblematica, il Sacro Graal delle spokon mono a fumetti: Kyojin no Hoshi, quel Tommy la stella dei Giants che a fine anni Sessanta del Novecento conquistò una generazione di lettori e spettatori giapponesi. All’anagrafe Kajiwara era Asaki Takamori, nato a Ishihama, nel quartiere Asakusa di Tokyo, il 4 settembre 1936. Pure sul suo nome riuscì a mettere mano, cambiandolo in Asao quando gli affidarono la scrittura di Rocky Joe (1968).

Se n’è andato troppo presto, il 21 gennaio 1987, dopo una malattia e tristi vicissitudini giudiziarie: questi decenni potevano fare di lui un fantasma, ma il mondo l’ha costantemente tenuto d’occhio (la serie Megalo Box, omaggio a Rocky Joe) così come l’oasi privilegiata dei libri scritti dalla prima moglie Atsuko e dal fratello Hisao Maki (1940-2012), altra celebrità con identica passione per le arti marziali, anch’egli sceneggiatore di manga nonché rinomato attore (il libro scritto nel 2000 si intitola Aniki – Kajiwara Ikki no yume no zangai). Rovistando in Rete si trovano poi i saggi di Kazuo Kabuki (Gekiga O Kajiwara Ikki Hyōden) e Takao Saitō (Hyōden Kajiwara Ikki – Yūyake o miteita otoko), interessati ad approfondire gli aspetti più indigesti della sua personalità e a decifrarne la singolarità nei fumetti.

Barricato dietro occhiali da sole scuri, alto, di corporatura imponente come certi personaggi dall’aria trucida nei suoi fumetti, Kajiwara metteva sul serio soggezione. Il carattere ruvido, a tratti feroce, lo distingueva dagli altri già da bambino, avendo conosciuto la guerra e la vita da sfollato con gli adorati genitori e i due fratelli, perché il mondo era meglio addentarlo, magari finendo in un istituto di correzione (come un certo Jō Yabuki) o lasciando la scuola per affermarsi come scrittore per ragazzi. Di recente, due autori con cui ebbe modo di collaborare, Noboru Kawasaki e Tetsuo Chiba, hanno ripreso quella memoria scomoda ricordando quanto avesse contribuito al successo del genere gekiga assieme a Saito.

Kawasaki ne ammirava le doti narrative, assaporando la non dichiarata rivalità che aiutava a innalzare le opere di entrambi. Chiba invece non voleva saperne di avere accanto uno scrittore per dar vita a Rocky Joe, ma poi si è visto che meraviglia ne è scaturita… Kajiwara non la considerava soltanto una storia sportiva, ma sperava di trasmettere al pubblico le emozioni che gli scorrevano dentro: l’energia quasi invincibile della giovinezza, l’amicizia tra due esseri umani così diversi e uguali come Jō e Tōru Rikiishi. Lo stesso Tsuji aveva ricevuto incarico di disegnare L’Uomo Tigre in un modo ma poi Kajiwara lo aveva convertito al suo verbo, in pratica dando la carica al boom del wrestling.

Si potrebbe proseguire con l’altro fumetto in Italia grazie a Dynit, Shingo Tamai – Arrivano i superboys (Akakichi no Eleven, 1970) disegnato dal veterano Mitsuyoshi Sonoda, ma ci sentiremmo in minoranza rispetto ai lavori grandi e piccoli firmati da Kajiwara. Tantissimi titoli che primeggiano nella scala di valori delle spokon mono, ma anche nel ritratto di una gioventù instabile e con un’irrefrenabile premura dialettica verso il pubblico: Karate Baka Ichidai con Jirō Tsunoda (che un po’ lo riguardava perché narrava la vita di Masutatsu Ōyama, leggendario karateka di cui divenne amico ma da cui si allontanò bruscamente), Jūdō Sanka con Hiroshi Kaizuka, Jūdō Icchokusen con Shinji Nagashima, Samurai Giants con Kō Inoue e il romantico, bellissimo Ai to Makoto con Takumi Nagayasu. Opere spesso trasposte su grande e piccolo schermo.

Percorrendo strade ardite rispetto alla sua personale Golden Age, giunse all’epilogo con il poderoso biopic a fumetti firmato con Harada Kunichika, Otoko no Seiza (“La costellazione di un uomo”), pubblicato su Shūkan Manga Goraku della Nihon Bungeisha dal 1985 al 1987, al cui interno è presente anche Saraba Aniki (“Arrivederci fratello”) scritto da Maki e illustrato da Kunichika. L’opera incompiuta in 9 volumi giunse nel periodo più tumultuoso, quello seguito all’aggressione di un redattore della Kōdansha che gli costò una denuncia nel 1983 e una parabola discendente fatta di stupefacenti, il clamoroso arresto che fece gongolare la stampa e l’incedere di una pancreatite.

È un’opera autobiografica capace di smantellare le barriere per raccontare nell’alter ego Kaji Ichita il passato di un uomo solo, difficile e ambizioso che mise al primo posto la famiglia e poi lasciò scorrere gli eventi che contribuirono a renderlo un gigante. C’è tutto: il concorso letterario che lo introdusse a Shōnen Gahō e la storia sul wrestling Tetsuwan Rikiya (1954) illustrata da Tatsuo Yoshida su Bōken-O dove non citarono il suo nome. Con Yoshida si buttò in collaborazioni per anni: Champion Dai (1962) con l’altro grande wrestler Rikidōzan, Ozora Sanshirō e Harisu mudan (1963).

Un’era dei manga che Kajiwara attraversò facendo appello al suo spirito battagliero nonostante le tante debolezze, con un enorme talento (un vero “animale della scrittura”) e la presunzione di sapere tutto della vita, nel bene e nel male, creando personaggi indimenticabili che ammirava e che forse avrebbe tanto desiderato essere.

*La versione originale di questo articolo è disponibile sul mensile Fumo di China 315, ora in edicola, fumetteria e online.

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