La serie di Cuphead su Netflix è un tributo all’animazione degli anni ’30

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La serie di Cuphead! – serie animata disponibile da pochi giorni su Netflix – è l’occasione ideale per fare una riflessione su come e dove i prodotti d’intrattenimento contemporanei stanno muovendosi in un panorama sempre più fluido e poco inquadrabile. Per farlo, è necessario fare un passo indietro e capire da dove questa serie arrivi.

Cuphead è un videogioco datato 2017, sviluppato e pubblicato da Chad e Jared Moldenhauer per lo Studio MDHR. Nello specifico si tratta di un run ‘n’ gun, definizione con cui si identifica un genere videoludico che è uno sparatutto a scorrimento orizzonale/verticale che prevede varie possibilità di movimento e che per la presenza di ripiani e/o salti viene fatto rientrare all’interno del genere platform. Un esempio importante di questo genere è Metal Slug. Il successo di Cuphead è stato clamoroso, attraversando le varie distribuzioni su differenti piattaforme, da Xbox a Nintendo, da Steam a Playstation (e ha portato anche alla realizzazione di un fumetto). 

Il motivo del grande interesse, a fronte di una dinamica di gioco già nota, è l’universo narrativo a cui si ispira. La storia riguarda Cuphead e Mugman, due fratelli gemelli con la testa a tazza che vivono nell’isola Calamaio con il Nonno Bricco e si ritrovano a sfidare il Diavolo in persona (noto come Satanasso) per cercare di non perdere le proprie anime. Il videogioco è strutturato a livelli, ciascuno con il relativo boss da sconfiggere. 

La particolarità di Cuphead è la sua intrinseca origine legata all’animazione. È evidente, infatti, come Cuphead sia un grande tributo all’animazione occidentale degli anni Trenta: dai fratelli Fleischer (creatori di Betty Boop ma anche del misconosciuto Bimbo, a cui potrebbero ispirarsi i due protagonisti) a Walt Disney per una serie di rimandi anche estetici (i guanti e i calzoncini, che però si ispirano anche al coetaneo Oswald il coniglio fortunato). 

Visivamente e da un punto di vista sonoro, tutto conduce a un’esperienza citazionista immersa in quella decade: i graffi sull’immagine, nonché il suono e le musiche (per lo più jazz). Quasi tutte le animazioni del videogioco sono state inoltre fatte a mano, usando disegni e rodovetri come per l’animazione classica (oggi si usa per lo più il computer).

Il successo di questo videogioco ha portato Netflix alla realizzazione di una serie animata composta da 12 episodi di 15 minuti circa l’uno intitolata, appunto, La serie di Cuphead!. Una serie tv destinata a un segmento di pubblico anche più giovane (leggi: bambini) e che rispetta l’amore e la passione che avevano portato alla realizzazione del videogioco. Sul target, c’è da sottolineare come la serie animata sia più edulcorata, meno cattiva rispetto al videogioco

Concepita anch’essa “a quadri”, con ciascun episodio che prevede un’avventura che i due gemelli devono affrontare, con relativo cattivo (o cattivi, come nell’episodio delle verdure giganti che si appropriano della casa per fare una festa), Cuphead di Netflix ha comunque una storyline principale che, come nel gioco, ha a che fare con Satanasso, sebbene ci sia un cliffhanger finale che fa intuire possibili sviluppi futuri nelle prossime stagioni. 

La fruizione risulta essere molto godibile: la serie è perfetta per chi ha amato il videogioco ma funziona anche per coloro che non lo conoscono. Il target è, come si diceva, molto ampio: dai bambini ai semplici amanti dell’animazione, con tanto di graffi e grana sulla pellicola riprodotti nell’immagine. La linearità narrativa, concepita a episodi chiusi, potrebbe essere percepita come piatta: in realtà la ricchezza di questa serie animata sta nel divertissement di ciascun episodio, con situazioni nonsense ed estremizzazioni plastiche tipiche del cartoon anni Trenta (ma non solo). 

La serie tv di Cuphead su Netflix è senza pretese concettuali se non quella di dar vita a un’architettura della visione che è eco di suggestioni altre, un modo di far collidere approcci, media e fascinazioni apparentemente lontane nel tempo e nel modo di essere realizzate. E qui torniamo al discorso iniziale: la sintesi di più linguaggi, lo scontro/incontro di media apparentemente diversi è il terreno fertile su cui si sta giocando il futuro dell’intrattenimento. 

È un discorso che riguarda anche altri media, come il fumetto: mai come in questo periodo universi narrativi, dalla realizzazione profondamente diversa, dialogano fra loro in cerca di una visione comune, e questo viaggio che parte dall’animazione classica degli anni Trenta, arriva ai videogiochi contemporanei per essere estrapolata e riformulata in una nuova serie contemporanea, pare un folle cerchio che si chiude. O che non si chiuderà mai.

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