“The Batman” è un filmone

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Andando a vedere The Batman chi avesse problemi di continuity con l’universo cinematico DC meglio conosciuto come DC Extended Universe (iniziato nel 2013 con il primo film con Henry Cavill come Superman) li può tranquillamente lasciare al guardaroba. Si entra in sala nudi di preconcetti e si guarda un film che avviene in un universo parallelo in cui le cose sono leggermente diverse. Un universo parallelo dove Gotham è veramente un postaccio dove vivere (e non solo perché ci piove praticamente per tutto il film) e dove Bruce Wayne è diventato The Batman da soli due anni.

Warner Bros. ha preso l’idea dei multiversi con impegno e li ha infilati nella gestione delle sue storie anche per correre in aiuto all’uscita di scena di Ben Affleck, che ha “mollato” questo progetto che doveva scrivere e dirigere oltre che interpretare, lasciando mano al fantastico talento di Matt Reeves, che si è occupato della scrittura (con Peter Craig) e della direzione del film, oltre che della sua produzione.

Dentro il film c’è un pugno di attori epici: Robert Pattinson, più che credibile in questo Batman particolarmente oscuro e sofferto, giovane e abitato da un’enorme paura a cui risponde con violenza controllata e mai mortale; Zoë Kravitz (Selina, cioè Catwoman), quasi perfetta nel suo essere più fumetto di un fumetto; infine uno strepitoso Paul Dano, che fa tanto pur comparendo in relativamente poche scene. Più faticoso Jeffrey Wright (secondo me troppo caratterizzato come attore per essere sufficientemente flessibile nel ruolo del tenente James Gordon), insieme a un sempre infallibile John Turturro e a un letteralmente irriconoscibile – oltre che incredibile – Colin Farrell nella parte del Pinguino.

Il merito di The Batman, che probabilmente è l’unico a poter citare a proposito le atmosfere del Cavaliere oscuro di Frank Miller – tante volte evocato a sproposito o per molto meno – è tutto nel motore di Reeves, da sempre fan del personaggio e capace di mettere qualcosa di più di quello che portava sul piatto Affleck. La gestione di quest’ultimo era tramontata nei tormenti dell’attore, distrutto dal divorzio con Jennifer Gardner, dai problemi di alcool e da altri demoni personali. Affleck in questo film avrebbe voluto trasformare il vendicatore della notte in una specie di James Bond, un po’ dandy e molto ricco. Un orrore, rispetto a quello che ci troviamo adesso in sala.

Questo infatti è un Batman molto diverso: diverso anche da quello che è stato costruito da Reeves a partire dalla defezione di Affleck. È una storia separata dal resto dell’universo cinematografico, che non contribuisce al flusso narrativo (che chissà se e come riprenderà) e che porta con sé elementi divergenti anziché di novità per quanto riguarda la Justice League e il DCEU in generale.

Si dice per scherzo che i film della DC siano più cupi, più tristi, con i colori più slavati. In questo caso, i toni sono diluiti in un acquerello che ha due tonalità: il nero notte della pioggia oppure il grigio pietra di una città cupa e ancora umida. Il film è il terzo più lungo film dei supereroi di sempre, dopo Avengers: Endgame e Zack Snyder’s Justice League: parliamo di 176 minuti che potevano essere 240 se grazie al cielo non fosse stato ben tagliato. Ritardato più volte a causa della pandemia (sono cinque anni che se ne parla) il film è diventato una specie di capolavoro in corso d’opera.

Diciamolo chiaro, The Batman è un filmone: super noir, con un Batman che indaga e una città che è fisica, materiale, annacquata (piove sempre, l’ho già detto?) con riprese sempre ravvicinate, sensazione di presenza dei corpi, primi piani e dettagli, sfocati e inquadrature geniali e generose. È un film tecnicamente straordinario con una storia che tiene il ritmo ma che è praticamente un’intera stagione di un telefilm alla True Detective. Gli attori sono fisici, materiali e il film che viene fuori è un film altrettanto fisico, materiale, da più di quattro stelle (ma un po’ meno di cinque, ovviamente).

Il vero tema del film è la paura: la paura della violenza, della solitudine, dell’abbandono, del tradimento, della violenza ancora e per sempre. Una detective story che spaventa, che aprirà ad altri due film già messi in cantiere da Warner Bros. e qualche possibile spin-off a puntate per lo streaming. La dimensione vera di Batman, come sappiamo, non è quella camp del telefilm anni Sessanta stile Adam West. No, dentro Batman c’è un cuore nero. Raccontare di nuovo la sua storia, con un angolo diverso, in un mondo leggermente diverso, non solo riproduce ma anche amplifica le emozioni e il senso di genuino terrore che questo non-eroe e il suo mondo sanno evocare.

The Batman è una storia adulta, con alcuni passaggi quasi sexy, e un insieme di emozioni che non si avvicinano neanche un po’ al compiacimento dello spettatore se non nella spettacolare camminata di Zoë Kravitz e nella presenza fisica mascherata dello stesso Robert Pattinson. La realtà di The Batman è che la maschera non copre le ferite: la maschera è il vero volto di buoni e cattivi, è quello che gli permette di essere realmente se stessi e tirare fuori quello che hanno dentro. Attenzione, perché dentro ai buoni come ai cattivi ci sono sempre cose terribili e tremende.

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Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. La sua newsletter si intitola: Mostly Weekly.

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