La leggendaria casa dei manga

di Mario A. Rumor*

tokiwa-so tokyo
In piedi da sinistra, davanti al Tokiwa-sō: Moriyasu, Suzuki, Ishinomori, il duo Fujiko Fujio e Akatsuka

A Tokyo lo scorso 5 dicembre si è conclusa “Tokiwa-sō no Shōjo Manga”, mostra dedicata ai fumetti per ragazze disegnati da alcuni grandi maestri che un tempo vissero in un malandato edificio su due piani diventato una leggenda perfino tra coloro che di manga conoscono soltanto l’ABC. Un luogo della memoria nel quale, per questioni di precedenza, di solito è il nome di Osamu Tezuka a risaltare sugli altri. Parliamo del Tokiwa-sō. Questa volta però l’attestato divino di Tezuka conta fino a un certo punto giacché al Tokiwa-sō il disegnatore si trovò a realizzare Ribon no kishi (La principessa Zaffiro), un manga avventuroso e romantico pubblicato sul settimanale Shōjo Club. Aggancio perfetto per una mostra sui fumetti per ragazze ma anche per ricordare il Tokiwa-sō. Era il 1953, il palazzo era stato tirato su a legno e cemento l’anno prima e inaugurato il 6 dicembre a Shiinamachi (oggi Minami-Nagasaki) nel quartiere Toshima di Tokyo.

Al suo posto originariamente si trovava un vicolo che conduceva all’entrata principale di un ufficio telefonico di Ochiai, ma alcune testimonianze dell’epoca dicono che affacciasse invece sulle scale dell’uscita di emergenza di quel locale. Il quartiere aveva goduto di un imprinting artistico già prima della guerra, era frequentato da pittori con i loro atelier e alcuni in seguito si dedicarono al fumetto; la linea della metropolitana Seibu Ikebukuro si era rivelata comoda per tutti i residenti della zona mettendo d’accordo le esigenze di chi lavorava a diverso titolo nel mondo dei manga, tra fumettisti e redattori.

Come ci ricorda Toshio Ban nella biografia manga di Tezuka, il redattore di Manga Shōnen viveva proprio al Tokiwa-sō mentre tra Nerima e Shiinamachi erano domiciliati artisti quali Noboru Baba, Yoshiteru Takano e diversi altri. A guardarlo in tutte le foto dell’epoca, l’edificio fa pensare a una Maison Ikkoku dall’aria trasandata, con le pareti chiare e un po’ sporche, e i finestroni che sembrano negare qualsiasi stile. Sulla destra accanto all’ingresso faceva bella mostra di sè addirittura una palma. Delle scale scricchiolanti del Tokiwa-sō dirette al piano superiore praticamente si ricordavano tutti i residenti anche a distanza di tempo.

L’edificio fu demolito nel dicembre 1982 perché ormai troppo vecchio, e per allora la fortunata stirpe di mangaka che fece la storia del fumetto era andata a vivere e lavorare altrove. Siccome ai giapponesi piace tenere stretti i propri simulacri, molto più che a noi occidentali, basta percorrere poche centinaia di metri da dove l’edificio si trovava e dirigersi verso il Parco Hanasaki per ammirare una replica identica con la stessa aria vissuta di allora, lo stesso colore delle pareti e una piccola palma a piantonare l’ingresso. Una replica che oggi ospita il Toshima Kuritsu Tokiwa-sō Manga Museum costruito grazie a tante donazioni (circa 300 milioni di yen) dando un seguito ufficiale alle manifestazioni celebrative e culturali che si sono susseguite numerose dal 1986 a oggi. Poi, se proprio volete il monumento vero e proprio, esiste ed è stato collocato nel punto esatto in cui sorgeva Tokiwa-sō. Mentre al Parco Municipale di Hanasaki un altro monumento è dedicato agli “eroi del Tokiwa-sō” con descrizione della loro storia.

Lungo la strada del quartiere, un tempo ricca di negozi, c’è pure il Tokiwa-sō Oyasumidokoro, un modesto edificio ristrutturato nel 2013 che funge da area di sosta e orientamento per i mangofili e al cui interno, al secondo piano, è stata ricostruita la stanza del fumettista Hirō Terada, uno dei residenti più celebri del Tokiwa-sō. Inoltre, nello stesso anno un modello in scala ridotta dell’edificio presenziava all’interno della mostra “Tezuka Osamu x Ishinomori Shotaro Manga Nochi Kara” allestita al Museo d’Arte Contemporanea di Tokyo.

L’inaugurazione del nuovo museo è avvenuta nell’estate 2020 con mesi di ritardo rispetto alle previsioni a causa della pandemia. Tsuyoshi Katō, il direttore creativo dello studio di architettura e design Tanseisha che si è occupata dei lavori di questo e di altri musei (quello di Shotaro Ishinomori nella sua città natale nella prefettura di Miyagi), è stato costretto a partire un po’ alla cieca non esistendo più i progetti originali e la planimetria dell’edificio. L’ispirazione per ridare vita, e forma, al Tokiwa-sō è giunta provvidenziale da materiale fotografico scattato durante la demolizione dall’agenzia di stampa Kyōdo Tsushin (apparve anche un articolo del 1° dicembre 1982 sul quotidiano Asahi Shimbun), ma anche da foto fatte dentro e fuori da Sasuke Mukai e da Takao Yokoyama, frequentatore quest’ultimo del residence e in seguito assistente del fumettista comico Fujio Akatsuka.

Il museo offre ai visitatori una visione realistica di com’era quel luogo leggendario (la definizione preferita dei giapponesi resta però “luogo sacro dei manga”), a cominciare dalle stanze occupate dai mangaka: Hideki Mizuno (l’unica donna) nella stanza 19, Tezuka alla 14, Johji Yamauchi (assistente di Ishinomori, ultimo a lasciare quel luogo nel 1962) alla 18 e Akatsuka alla 16. I locali al primo piano sono stati concepiti come un itinerario nel passato del residence con timeline, pannelli che ne illustrano la storia e un’esposizione di fumetti e periodici legati alla carriera dei fumettisti ospiti: decine di copie di Manga Shōnen, la rivista vissuta dal 1947 al 1955 dove Tezuka pubblicò le sue storie, fino al mensile glamour PEN con la copertina dedicata a Fujiko F Fujio.

A dare lustro alla storia del Tokiwa-sō ha contribuito pure il cinema. Del 1996 è il film Tokiwa-sō no Seishun (“La giovinezza del Tokiwa-sō”) di Jun Ichikawa, con il residence ricostruito in un teatro di posa e un brillante cast di interpreti, tra giovani promesse del cinema come Tomoko Matsumashi (nel ruolo di Mizuno) e grandi nomi del teatro: al drammaturgo Sō Kitamura affidarono nientemeno la parte di Tezuka. La pellicola è un viaggio indietro alla giovinezza dei manga, ricordata con nostalgia e speranza: non si concentra interamente sul “dio dei manga”, sceglie invece di raccontare la vita di Terada, l’altro grande protagonista del Tokiwa-sō: autore individualista ma anche fratello maggiore che vegliava sui kohai (i compagni più giovani), con un’idea pura di fumetto che gli faceva detestare ogni eccesso di violenza presente nei manga a tal punto da costringerlo ad abbandonare le riviste per le quali lavorava.

C’è poi lo speciale dal titolo Bokura mangaka Tokiwa-sō no monogatari andato in onda il 3 ottobre 1981 su Fuji TV all’interno del programma Nissei Family Special. Un anime creato da vecchie glorie del Tokiwa-sō, Shin’ichi Suzuki alla regia e Ishinomori al chara design, che racconta la giovinezza di quel gruppo di artisti affiancandogli sullo schermo i personaggi che li resero celebri, alcuni dei quali in onda in tv nello stesso periodo: Doraemon, Kaibutsu-kun (il nostro Carletto il principe dei mostri) e i Cyborg 009 vecchia maniera. L’unico modo per vederlo è acquistare il dvd box Ishinomori Shotaro Seitan 70-Shūnen (Toei Video 2008), in cui sono raccolti i primi episodi di tutte le serie tv tratte dai fumetti del disegnatore.

Se togliamo la leggenda, ciò che resta del Tokiwa-sō è un’avvincente storia di individui, alcuni arrivati dalla provincia, interessati a far rifiorire la cultura del loro Paese nel secondo Dopoguerra e a distinguersi nel fumetto. Al residence erano confluiti ventenni pieni di sogni che si misero in gioco con un mestiere che offriva poche garanzie. Erano giovani, coraggiosi, quasi mai sfiorati dalla rivalità; al Tokiwa-sō trovarono un luogo elettivo dove tifare per i successi altrui, dare un aiuto ai colleghi (quante mani prestate a inchiostrare le tavole di Tezuka!) e condividere passioni che nella maggior parte dei casi esulavano dal fumetto.

Gli ospiti discutevano di cinema, sport, cioè di baseball, e libri. Vivevano in un posto che ancora non era diventato famoso nonostante ci vivesse uno davvero famoso. Per esempio: il settimanale Shukan Asahi l’11 aprile 1954 aveva dedicato un pezzo a Tezuka celebrandone il talento ma non aveva fatto menzione al nome del residence a Shiinamachi. Tezuka era arrivato per primo, certo (su invito dell’editore Gakudōsha), ma l’anno dopo risiedeva già nella Namiki House a Zōshigaya.

Bellissime sono le storie degli altri che vissero lì. Ishinomori (che all’epoca si faceva chiamare ancora Ishimori) era eccitato all’idea di traslocare dal misero appartamento di due tatami e mezzo a Nishi-Ochiai dove era approdato dalla prefettura di Miyagi e passare a un più spazioso ambiente di quattro tatami e mezzo. Il duo Fujiko Fujio (cioè Motō Abiko e Hiroshi Fujimoto), pure proveniente da uno stanzino di due tatami, conobbe la generosità di Tezuka che trattenne per i colleghi il suo deposito di 30 mila yen che serviva per abitare al Tokiwa-sō (l’affitto mensile era di 3000 yen e i residenti condividevano bagno e cucina) e spesso la generosità di Terada che dava volentieri una mano. Quando una stanza del residence era libera, gli artisti non esitavano a invitare amici e disegnatori alle prime armi per fare quello che più amavano: disegnare e chiacchierare delle loro passioni.

Questo fu lo sfondo sul quale Terada, considerato il pilastro del Tokiwa-sō dopo la partenza di Tezuka nonostante non tutti trovassero allettante il suo stile di disegno, creò “Shin Manga-tō”, sorta di movimento (che raccoglieva attorno a sé i fumettisti Jiro Tsunoda, Naoya Moriyasu, Ishinomori, Suzuki, i due Fujiko Fujio, Akatsuka e molti altri) per dar vita a discussioni e collaborazioni su riviste o su doujinshi. Avvenne in due fasi: la prima nel luglio 1954 prevedeva una quota mensile di partecipazione di 100 yen, la seconda nell’estate del 1955 diede vita a un bollettino chiamato Nagare. I “lavori” scaturiti dal gruppo, addirittura alcuni loro effetti personali, nel 2018 sono diventati protagonisti di una mostra nella Galleria della stazione di Shiinamachi.

La storia più entusiasmante al Tokiwa-sō resta quella della signorina Mizuno che 19enne lasciò Shimonoseki nella prefettura di Yamaguchi dov’era cresciuta, e si trasferì al residence tra la primavera e l’autunno 1958 su invito di Akira Maruyama, il redattore che l’aveva scoperta nel 1955 e fatta debuttare su Shōjo Club: per capire quanto Mizuno fosse precoce e determinata, basti dire che dal 1952 non si lasciò sfuggire una sola occasione pur di apparire sulle pagine di Manga Shōnen, dove l’accesso era consentito ai non professionisti.

Fu ancora di Maruyama l’idea di una collaborazione tra Mizuno e due degli ospiti illustri del Tokiwa-sō, Ishinomori e Akatsuka, riuniti sotto lo pseudonimo di U.Maia. I tre si scambiavano il materiale scritto e disegnato lavorando a distanza ai fumetti Kurayami no tenshi, Hoshi wa Kanashiku e Akai hi to kurokami, quest’ultimo ispirato al film Sansone e Dalila (1949) di Cecil B. DeMille che in Giappone era uscito nel 1952 (sulla tavola d’apertura scrissero però che era basato sul Libro dei Giudici). Per Mizuno si rese a un certo punto necessario il trasferimento a Tokyo: di quei tempi gloriosi e pieni di ricordi, la mangaka diede conto in un fumetto dal titolo Tokiwa-sō nikki (“Diario del Tokiwa-sō”, 2010), un resoconto ricco di dettagli mai raccontati prima in mezzo al suo stupore di giovinetta (la prima cosa che vide fu lo stereo di Ishinomori) e alla nostalgia (l’arrivo a Tokyo con una grande valigia, accompagnata da Maruyama).

Trasformare le memorie in parole è diventato un piacevole diversivo dalla normalità della finzione a fumetti. Uno dopo l’altro sono arrivati infatti i libri. Solo per citare: Maruyama scrisse Tokiwa-sō Jitsuroku: Tezuka Osamu to mangaka tachi no seishun (Shogakukan 1999), Jun Kaiji in Tokiwa-sō no Jidai fornì dettagli importanti e ordinari come l’ammontare delle spese mensili degli ospiti. Con Kobunsha, Fujiko Fujio pubblicò Tokiwa-sō seishun monogatari (1981), mentre Yamauchi scrisse Tokiwa-sō saigo no jūnin no kiroku. Ishinomori affidò i suoi ricordi pieni di risate, lacrime e amicizia al fumetto Fumisetsu Tokiwa-sō no haru (Chuokuronshinsha 2018). Su COM, Tezuka aveva accolto dal 1969 al 1970 la sua storia e quella di altri 13 colleghi, poi raccolte in volume nel 1978 per Suiyosha con il titolo Tokiwa-sō Monogatari. Le successive ristampe cambiarono colore della copertina, titolo e formato: nell’edizione del 1983 si aggiungeva un lavoro di Kunio Hase, l’amico collaboratore di Akatsuka con la passione delle parodie (a cui contribuì ancora in Densetsu Tokiwa-sō no shinjitsu, 2012).

Poiché era entrato al Tokiwa-sō per primo, Tezuka lo visitò un’ultima volta quel 1° dicembre 1982 durante la demolizione. Recuperò una tavola del soffitto e vi disegnò un suo ritratto e quello della Principessa Zaffiro, per poi donarlo al dipartimento di polizia metropolitana del quartiere. Un aggancio al suo passato e un lascito per chi è venuto dopo. Per ricordarci che la storia dei manga per come la conosciamo oggi era passata anche di lì, in quel piccolo edificio scricchiolante dove si sognava sempre e solo in grande.

*La versione originale di questo articolo è disponibile sul mensile Fumo di China 314, ora in edicola, fumetteria e online.

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