“Apollo 10 e mezzo” racconta la vita tra sogno e nostalgia

Apollo 10 e mezzo netflix

Richard Linklater torna all’animazione in rotoscopio e alla riflessione sul senso di meraviglia verso quell’oggetto misterioso e affascinante che chiamiamo vita. Lo fa con Apollo 10 e mezzo, un film prodotto da e disponibile su Netflix, tutto racchiuso nell’intimità della propria memoria, filtrata però dal potere immaginifico di un momento storico, quello dell’esplorazione spaziale e in particolare dello sbarco sulla Luna. 

Apollo 10 e mezzo è un film diviso in due: attraverso la voce fuori campo di Stan (Jack Black) ripercorriamo l’infanzia e preadolescenza di Stan a Houston, in quelle estati scandite da elementi della cultura pop e, inevitabilmente, dal contesto storico della corsa allo spazio, in un luogo geografico in cui tutto ruota attorno alle imprese della NASA. Stan ha dieci anni e mezzo, è il più piccolo in una famiglia composta da ben due fratelli e tre sorelle. 

È l’estate del 1969, quella dello sbarco sulla Luna, le giornate passano serene tra giochi da tavolo, drive in, la televisione, la musica, parchi giochi a tema spaziale, gelati e spensieratezza. Contemporaneamente, Stan immagina di aver partecipato alla missione spaziale Apollo 10 e mezzo, segreta e sconosciuta, in cui la NASA lo ha mandato sulla Luna prima di Armstrong e compagni, proprio per verificare che tutto fili liscio. 

Per raccontare questa storia fatta di memoria e malinconia, Linklater torna alla tecnica dell’animazione e, in particolare, all’animazione rotoscopica. Breve premessa: il rotoscopio è una tecnica animata che prevede un girato dal vivo. Sull’immagine reale viene poi ricalcata quella disegnata. Il risultato finale è un’animazione che tende al realismo: esempi di rotoscopio riguardano sia il cinema classico che quello più recente, dal Cenerentola di Disney (1950) al cinema di Ralph Bakshi, con cui realizzò per esempio Il signore degli anelli (1978). 

Linklater è un regista noto soprattutto per il suo cinema dal vivo: ha diretto opere quali La vita è un sogno (1993), la trilogia del “Before” (Before Sunrise, Before Sunset, Before Midnight), opere commercialmente più appetibili ma non meno belle come School of Rock (2003), pellicole più particolari come SubUrbia (1996) o Last Flying Flag (2017). E, come si diceva, non è nuovo all’animazione rotoscopica: il suo primo film animato con questa tecnica fu Waking Life (2001), mentre nel 2006 diresse A Scanner Darkly, tratto da Philip K. Dick. 

L’animazione rotoscopica è usata da Linklater in maniera funzionale. Proprio per il suo tendere al realismo, ha permesso al regista di generare un piano di confusione nello spettatore, laddove realismo e astrazione grafica si mescolavano in un racconto in cui era la stessa percezione della realtà a essere messa in discussione. Era uno strumento funzionale che, nel caso di Waking Life e A Scanner Darkly, era coerente con la materia narrativa, le atmosfere paranoiche e sospese dei film, a loro volta debitrici dell’universo narrativo di Dick. Non è dissimile l’approccio usato in Undone, di cui abbiamo parlato qui.

Apollo 10 e mezzo non si sottrae da questo discorso e usa il rotoscopio per infondere al film un’atmosfera trasognante, contaminata dalla memoria. È un’opera parzialmente autobiografica, dato che lo stesso regista è cresciuto a Houston, e gioca proprio sul suo ripensare all’infanzia e all’adolescenza con un occhio che distorce il realismo e che predilige la capacità della mente di distorcere i fatti e creare un mondo a sé stante. Non sappiamo se ciò a cui stiamo assistendo è successo davvero, potrebbe essere tutto un’invenzione articolata della mente mentre ripensa ai momenti gioiosi e puri del periodo più bello della nostra vita.

Citando un momento incantevole e significante del film, quello in cui Stan si addormenta in auto per poi, una volta giunto a casa, essere preso in braccio dal padre e adagiato sul letto: «Questa fu l’ultima fase dell’infanzia in cui sperimentai quel particolare benessere dell’addormentarsi in macchina. Potevi scivolare nel sonno, sapendo che tutto sarebbe andato bene».

Ma di cosa parla, quindi, Apollo 10 e mezzo? Parla degli anni Sessanta, un periodo in cui al boom economico faceva da contraltare la preoccupante situazione internazionale. Da una parte, il benessere socio-economico di una famiglia medio borghese, dove la sola preoccupazione di un bambino di dieci anni è cosa vedere alla tv o in che modo divertirsi con gli amici o i fratelli e sorelle. Dall’altra, la guerra in Vietnam, le discriminazioni razziali, la schizofrenica Storia statunitense mentre prende corpo.

Questa tendenza a raccontare decadi tramite il filtro dell’occhio privato dei personaggi che popolano il film non è nuova in Linklater. Lo aveva fatto per gli anni Settanta con La vita è un sogno e per gli anni Ottanta con Tutti vogliono qualcosa (2016). E ogni volta, l’approccio narrativo è adeguato all’età che sta raccontando nonché dei suoi personaggi: adolescenza in La vita è un sogno, passaggio all’età adulta in Tutti vogliono qualcosa, infanzia/pre-adolescenza in Apollo 10 e mezzo, che a questo punto chiude un’ideale trilogia sulle decadi statunitensi e sulle fasi della vita che portano alla piena maturazione. 

Ma il film parla anche del desiderio di futuro infuso nell’immaginario collettivo dalla corsa allo spazio, in un momento storico in cui tutto sembrava possibile. Proprio come quando si è piccoli. E parla anche del potere immaginifico della memoria, dell’universo pop e culturale che sempre di più sta diventando la mappa concettuale della nostra memoria, fatta di serie tv, film, giochi, musica.

Richard Linklater è un autore non facile perché adotta una metodologia di racconto che va contro le tendenze furbe del cinema contemporaneo, motivo per cui è presumibile che anche questo Apollo 10 e mezzo non venga compreso, al pari dei suoi film più recenti, come Che fine ha fatto Bernadette? o del notevole Last Flying Flag. Ma il regista, con Apollo 10 e mezzo, conferma di essere tra gli autori più importanti della sua generazione, uno dei pochi a saper raccontare nel cinema le complesse sfumature della vita. Non a caso, quello che da molti è considerato il suo capolavoro è Boyhood, un film che racconta le fasi di vita di un ragazzo e la cui realizzazione ha richiesto ben 10 anni, nei quali il regista girava ritraendo letteralmente la crescita del protagonista. 

Apollo 10 e mezzo conferma la complessità nonché il fascino del cinema linklateriano, tutto teso a raccontare l’esistenza attraverso il filtro della memoria, della nostalgia, del sogno: il cinema stesso, insomma. La vita è un sogno, e l’opera di Linklater è qui a ricordarcelo.

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