L’oscura fede dei crociati di Theo Szczepanski

grande crociata Theo Szczepanski

Tra i margini della storia spesso e volentieri si sedimentano avvenimenti che si fanno brumosi e inafferrabili. Proprio in virtù di questa natura sfuggente, questi fatti germinano in leggende, si arricchiscono di dettagli ed, eludendo l’autorevolezza dei testi, debordano in narrazioni tentacolari: più voci si fondono per creare un racconto. 

Tra l’XI e il XIII secolo, l’Europa è scossa da un fervore sacro: la parole di Pietro d’Amiens catturano la fantasia dei diseredati – gli ultimi che la parola di Cristo vuole tra i primi a banchettare alla mensa del Signore – i quali si raccolgono in una fiumana che esonda, trasportando con sé stracci e buone intenzioni verso la Terra Santa. La prima crociata, voluta dal combattivo Urbano II, si concluderà nel 1099 con la presa di Gerusalemme. Per oltre due secoli, eserciti cattolici, avventurieri e pezzenti batteranno le strade verso la terra promessa. Agli inizi del XII secolo, le parole del giovane Stefano, un pastore partito da Cloyes-sur-le-Loir, infuocano l’immaginazione e il cuore di migliaia di fanciulli.

Le fonti sono nebulose. Alcuni storici come Philippe Ariès e George Duby sono convinti che quel puer che spesso si trova in alcune cronache dell’epoca non si riferisca a ragazzi e bambini, ma agli esclusi dall’eredità paterna, ai poveri costretti a mendicare, alla feccia della società, gli esclusi: una semplice moltitudine di plebe in marcia. Due colonne distinte – una francese e una tedesca – si riversarono sulle coste della Francia del Sud attendendo che i mari si spalancassero come fecero durante l’esodo mosaico. La vulgata vuole che le masse di fanciulli si siano sfaldate dinanzi alla titubanza del Mediterraneo a seguire le gesta del Mar Rosso. Altri insinuano che molti di quei fanciulli trovarono ospitalità sulle navi dei mercanti marsigliesi, che invece di condurli verso la loro metà, preferirono venderli come schiavi. 

grande crociata Theo Szczepanski

Nonostante la povertà dei fatti, l’episodio a metà tra l’apologia e la favola – forti gli echi del pifferaio di Hamelin – ha colpito l’immaginazione di scrittori quali Yukio Mishima e Marcel Schwob, di molti artisti – tra gli altri Gustave Doré e Johann Jakob Kirchhoff – e di fumettisti come Usamaru Furuya, Neil Gaiman e, recentemente, Chloé Cruchaudet, ma l’interpretazione di Theo Szczepanski in La grande crociata dona nuova luce al mito, non solo rinverdendone il nucleo tematico, ma ramificando alcuni elementi e certe suggestioni che diventano centrali e, in definitiva, inquietanti nei loro risvolti teologici. 

Il fumettista brasiliano, classe 1975, aveva pubblicato parte del materiale raccolto in questo volume grazie ad una campagna di crowdfunding nel 2015. Un primo volume era apparso in Brasile per Editoria Devaneio, ma è grazie all’attenzione e alla cura di Andrea Tosti, che Theo ha portato a termine un lavoro potente e fantasmagorico.

Forte di una lunga gavetta su diversi periodici nazionali come illustratore e fumettista, l’artista di Curitiba (ormai di stanza a Cagliari) ha elaborato un segno duttile che passa, con scarti improvvisi, ma al contempo con estrema naturalezza, dal dettaglio minuzioso alla estrema sintesi grafica.

grande crociata Theo Szczepanski

Nelle tavole più affollate sembra quasi esserci una vocazione al cesello, ma al contempo la mimica, la prossemica e l’interazione della figure nello spazio è fortemente espressionista e caricaturale. Stupisce come un fumetto “storico” sappia acquistare sin dalle prime pagine una dimensione straniante e weird. Nel vuoto lasciato dalle fonti – esigue e frammentarie – Theo fa sorgere un mondo popolato da presenze aliene, entità demoniache a metà strada tra l’infestazione micotica e la proliferazione tumorale.

Un po’ Dorè, un po’ Brandon Graham, Theo attraverso il racconto (di)segna un’umanità apocalittica, che sembra ricordare le mutazioni della carne dell’Eleuteri Serpieri di Druuna, ma con la semplicità e la freschezza di un tratto cartoonesco e violento, che rimanda alla tradizione orientale, senza farsi necessariamente imitazione. 

I personaggi della Grande Crociata – Stefano, Umfrey, Alard, Blizce – sono mossi dal desiderio, da una volontà accecata o dalla troppa fede o da un delirio schizofrenico. Theo insinua sin da subito il dubbio sulla veridicità di quello che ci sta raccontando ma, mano a mano che il racconto avanza, l’unico dubbio che permane è quello che muove Stefano, l’incoronato e unto dal Signore. Un desiderio cieco che neanche dinanzi alla verità si spegne: Stefano, martire suo malgrado, ormai orfano anche del dio che gli ha ordinato l’impresa, si trova a fronteggiare divinità ctoniche e ancestrali.

Nell’anabasi che chiude il suo cammino, dinanzi alla semplice domanda di dare un nome al suo dio, a Stefano non resta che farfugliare che Dio non ha nome perché è l’unico e imperituro: una risposta senza senso, data in una cittadella sotterranea, nata prima di ogni tempo, in cui ogni demone ha un nome.

La Grande Crociata a primo acchito potrà sembrare rapsodica e frammentaria, ma Theo Szczepanski ha forgiato uno stile che potesse rispecchiare il percorso di Stefano: dall’innocenza alla fede, dalla disperazione alla dannazione. La lunga sequenza finale – quella discesa negli inferi di cui parlavamo poc’anzi – è un sigillo di maturità: nel silenzio delle immagini che scorrono tratteggiando territori alieni, si palesa un delirio estetico, che rimanda, al contempo, alle architetture impossibili di Lovecraft e a le Carceri d’invenzione di Piranesi. L’orrore è servito: al centro della fiduciosa desperatio di Stefano c’è un cuore nero, un baratro senza fine in cui si specchia il nulla.

Questo articolo è la postfazione al fumetto “La grande crociata” di Theo Szczepanski, edito da Neo Comics, ed è ripubblicato in accordo con l’editore.

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