Blacksad in mostra a Pordenone: intervista a Guarnido

guarnido intervista blacksad

È stata presentata a Pordenone la mostra Blacksad: I colori del noir, dedicata alle opere del fumettista spagnolo Juanjo Guarnido, disegnatore che insieme allo sceneggiatore Juan Díaz Canales è l’autore di Blacksad, uno dei più venduti e importanti fumetti noir degli ultimi 20 anni. La mostra è visitabile negli spazi del PAFF! – Palazzo Arti Fumetto Friuli, dall’8 aprile sino al 10 luglio 2022 (qui i dettagli).

La mostra è la più grande mai realizzata in Italia dedicata a Guarnido: 130 opere, tra tavole originali e illustrazioni di Blacksad (ma non solo), sparse su 700 mq, in una cornice che, affermano i curatori, «propone un allestimento ricco, gigantografie, installazioni, oggetti, per un’esperienza completa. Vogliamo trasformare la visita di una mostra in qualcosa di emozionante per tutta la famiglia».

Al centro della mostra c’è proprio il detective John Blacksad, il gatto antropomorfo protagonista di storie cupe e appassionanti che indagano in lungo e in largo i bassifondi dell’America degli anni Cinquanta tratteggiati dal disegnatore.

Alla conferenza di presentazione erano presenti Giulio De Vita, direttore artistico del PAFF!, Tiziana Gibelli, Assessore alla Cultura della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Alberto Parigi, Assessore alla Cultura del Comune di Pordenone e, da collegamento remoto, Bernard Mahe, responsabile di Galerie Du 9eme Art, che ha fornito i materiali, e Juanjo Guarnido. 

Durante l’incontro, a cui era presente Fumettologica, Guarnido ha risposto ad alcune domande che vi proponiamo di seguito, condensate e riassunte.

Negli anni Novanta lavorasti ad alcuni film Disney. Qual è la differenza tra lavorare in un progetto animato e uno a fumetti?

È difficile da dire perché il primo legame che ci viene in mente tra fumetto e animazione è proprio il disegno. Sapevo controllare parte del linguaggio del fumetto perché avevo già lavorato su storyboard e layout in gioventù, ma ci sono moltissime differenze tra le due espressioni artistiche: il fumetto è cartaceo, fisso, è il pubblico che controlla la narrazione. Ci sono aspetti che si possono sovrapporre, il linguaggio del fumetto può essere cinematografico, in parte, però è sempre difficile fare delle equivalenze.

Blacksad è celebre per le sue scene dense di cromatismi. Utilizzi il colore come si usa la musica nel cinema, dando emotività alle sequenze.

È una riflessione molto interessante. È qualcosa su cui mi sono sempre interrogato. L’aspetto sonoro è qualcosa che può dare umore della storia, un tono. Ho sempre pensato a questa cosa però per certi versi non ne sono stato cosciente finché non ho letto Alla ricerca dell’augello del tempo di Serge Le Tendre e Régis Loisel. Nel fumetto c’era una scena in mezzo alla giungla, dove tutto era molto umido, e poi all’improvviso si passava in un deserto, arido e secco, con dei personaggi a cavallo di animali e stanno morendo di sete.

Questo contrasto tra i colori e le ambientazioni era una cosa molto espressiva che mi fece riflettere su questo aspetto. È una cosa che avevo già visto in altri fumetti però leggendo quel fumetto è stata la prima volta che ho preso coscienza di questa cosa. A tal proposito, uno dei più bei complimenti che ho ricevuto è stato quando lo sceneggiatore dei Puffi Yvan Delporte venne a visitare una mostra a Bruxelles ai tempi del secondo albo di Blacksad e mi disse: «vedendo la neve ho sentito il freddo e vedendo il fuoco ho sentito il calore».

Il noir è un genere che si associa al bianco e nero, alle ombre e alla luce. Blacksad invece è innervato di colore. Vi è mai venuta la tentazione di realizzare una storia in bianco e nero?

In realtà il primo Blacksad, “il primitivo” come lo chiamavamo noi, era stato concepito e disegnato in bianco e nero. Era stato disegnato da Canales, lo sceneggiatore, che aveva già creato queste storie brevi con protagonista John Blacksad. Io poi ho ripreso in mano la cosa e ho proposto di riprendere e rinnovare l’idea con disegni a colori e albi più lunghi per il mercato francese.

Canales si era ispirato a Alack Sinner di Carlos Sampayo e José Muñoz che era appunto in bianco e nero. Avevo preso in considerazione l’idea ma avevo voglia di lavorare a un progetto con l’acquerello e volevo utilizzare tutta una gamma di grigi, quindi simili al bianco e nero, ma ravvivati dal colore, che doveva essere particolarmente brillante in alcune scene specifiche. Questo anche perché all’epoca era molto più facile, per un autore sconosciuto, vendere sul mercato francese un albo a colori, rispetto a uno in bianco e nero. Ora forse non sarebbe più un problema, ai tempi era più difficile far passare l’idea di un fumetto senza colori.

Che tipo di empatia riesci ad avere con i tuoi personaggi?

Provo moltissima empatia con i miei personaggi. Molto spesso mi sorprendo a pensare a Blacksad come a una persona realmente esistente. E se lo disegno male mi rattristo, se lo disegno bene sono contento. È un personaggio umano con cui è facile entrare in empatia. Mi capita anche con altri personaggi ma non così tanto come con Blacksad.

Quanto tempo impieghi a realizzare un albo di Blacksad?

Un anno, un anno e mezzo. In qualche caso anche due [ride].

Sono passati più di vent’anni dal primo Blacksad. Visivamente parlando, come è cambiato il tuo approccio al lavoro? C’è il tentativo di modificare qualche elemento o si tratta di consolidare quello che già avete creato?

È una cosa che gli autori, soprattutto i disegnatori, spesso fanno: cambiano durante la vita dei loro personaggi. Anche Blacksad è cambiato molto. Se pensiamo ai primi albi di Asterix e Obelix sono molti diversi dagli ultimi. C’è sempre una trasformazione nel personaggio, evolve sempre. Ogni fumetto, come le varie fasi delle correnti artistiche, ha una fase arcaica, classica, decadente, manieristica. Io spero di essere nel mio periodo classico, di maturità.

Riguardo l’aspetto visivo del fumetto, all’inizio sapevo cosa volevo ma mi mancavano degli anni di lotta con le tavole, con il fumetto, mi mancava l’esperienza e la capacità di concretizzare il disegno sulla tavola rispetto a quello che avevo in testa. Negli anni il disegno è diventato più rigoroso nei volumi e più sintetico nel segno. È stata una strana evoluzione, visto che sono sempre stato rigoroso e attento a livello maniacale ai dettagli, ma ho imparato ad asciugare l’immagine cercando comunque di comunicare il più possibile al lettore.

Blacksad ha una fisionomia più umana, o meglio, è un ibrido migliore, a metà tra l’animale e l’umano… Con un tocco sempre molto italiano, perché il viso di Blacksad è ispirato fin dall’inizio a quello di Marlon Brando, di cui avevo studiato la fisionomia. Ora per disegnarlo mi ispiro ancora molto alle sue foto, guardo i suoi occhi, la mascella virile. Per me è sempre stata una fonte d’ispirazione molto importante.

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