“Il mese degli dèi”. Come copiare (male) Miyazaki

il mese degli dei

Confrontarsi con modelli e immaginari solidi e ormai acquisiti come quello dell’universo cinematografico di Hayao Miyazaki (o dello Studio Ghibli) non è mai facile. Chi ci ha provato, di rado ha tirato fuori qualcosa di buono. Non perché il risultato tecnico, narrativo o tematico non fosse all’altezza, ma perché l’esperienza della visione è spesso risultata derivativa, in qualche modo prevedibile. Ne sa qualcosa Hiromasa Yonebashi che, dopo aver realizzato proprio per lo Studio Ghibli Quando c’era Marnie, ha diretto, con il suo studio di produzione (lo Studio Ponoc), Mary e il fiore della strega, pallida imitazione del cinema potente e meraviglioso di Miyazaki. A questo non si sottrae, seppur in maniera meno clamorosa, nemmeno Il mese degli dèi, film appena approdato su Netflix più interessante per la storia produttiva che per l’opera in sé.

Il mese degli dèi racconta di Kanna, una bambina delle elementari che ha perso la madre a causa di una malattia. Il rapporto con il padre si sta deteriorando e si sente sola, ai margini della vita, privata di felicità e di una prospettiva sul futuro. Dopo una delusione sportiva, si rifugia in un tempio, dove scoprirà di aver ereditato dalla madre un ruolo cruciale, quello di Idaten. Kanna dovrà portare i doni delle divinità in un raduno che si terrà a Izumo, molto lontano da dove si trova. Potrà farlo aiutata dal coniglio Shiro e da Yato, un ragazzo demone che aspira ad assumere il ruolo di Idaten. Un racconto di formazione, quasi classico nella struttura, che si addentra nel complesso e affascinante mondo folkloristico giapponese.

Finanziato da tre campagne di crowdfunding sulla piattaforma Cretica Universal, Il mese degli déi è stato poi prodotto da LIDEN FILMS. Sarebbe dovuto uscire nel 2020, ma la crisi pandemica ha reso la produzione molto complicata e, oltre all’ovvio ritardo, ha compromesso la qualità tecnica del film. È diretto da Kazuya Sakamoto, animatore con grande esperienza avendo lavorato in innumerevoli titoli e aver realizzato come regista, tra gli altri, Lei e il suo gatto – Everything Flows (2016). Vanta inoltre la sceneggiatura di Tetsuro Takita e Ryuta Miyake, mentre come direttrice delle animazioni è presente Takana Shirai che, tra le varie cose che ha fatto, si è distinta per il suo egregio lavoro di animatrice chiave e intercalatrice in opere come La storia della principessa splendente di Isao Takahata, Wolf Children di Mamoru Hosoda e I figli del mare di Asumu Watanabe. 

Le premesse, stando ai nomi, erano quindi succose, ma il risultato è piuttosto deludente. Al di là del classicismo un po’ rigido con cui è strutturato il percorso di crescita e maturazione di Kanna, delude proprio il comparto tecnico. Le animazioni sono statiche, certe scelte registiche scontate. Pur sfruttando il fatto che Kanna può “congelare” il tempo e quindi utilizzare fondali statici, l’impressione finale è che la fluidità animata e una certa banalità nel character design siano troppo poveri per rispettare le aspettative e, più in generale, la qualità che ci si aspetterebbe da un’opera animata giapponese contemporanea. 

De Il mese degli dèi rimane il fascino della ricchezza visiva che emerge grazie all’universo folkloristico nipponico fatto di spiriti, gesti ricolmi di tradizione, icone e simboli. Ma anche qui non è nulla rispetto alla forza immaginifica e persino concettuale, molto più connessa alle dinamiche narrative del film, delle opere firmate da Miyazaki o Takahata, o persino da Satoshi Kon. Ci si adegua solo a un qualcosa di già visto.

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