10 grandi fumetti di Martin Mystère

martin mystère fumetti

Ci sono alcuni fumetti di Sergio Bonelli Editore che hanno un rapporto molto stretto con lo sceneggiatore che li ha ideati, ma la serie che è indissolubilmente più legata al suo creatore è senza dubbio Martin Mystère, il Detective dell’impossibile creato da Alfredo Castelli, che arrivò per la prima volta in edicola nell’aprile 1982, esattamente 40 anni fa.

Martin è un antropologo che gira per il mondo incappando in misteri (o “mysteri”) legati al passato dell’umanità, tra macchinari creati da scienziati pazzi, città perdute, continenti sommersi e tracce di civiltà extraterrestri. Con lui l’assistente Java, un uomo di Neanderthal appartenente a una tribù sopravvissuta milioni di anni tra i monti della Mongolia, e la sua segretaria, poi fidanzata, poi moglie Diana Lombard. I risultati delle sue esplorazioni diventano libri, articoli e puntate della trasmissione I misteri di Mystère, fonte principale delle cospicue entrate del protagonista. Oltre che ovviamente una serie a fumetti che esiste anche nel mondo di finzione.

In realtà, Martin Mystère non è altro che la versione “migliorata” del suo creatore. Nel personaggio, Alfredo Castelli ha inserito le proprie passioni per i misteri, per la cultura popolare e per i fatti curiosi in genere, ma anche i propri difetti, dalla logorrea all’accumulo incontenibile di libri al costante ritardo nelle consegne. A differenziarli davvero, in pratica, è soltanto il fatto che lo sceneggiatore non abbia mai girato il mondo in compagnia di un uomo di neanderthal per svelare i segreti di Atlantide.

Per questo, nello stilare una selezione dei 10 migliori fumetti di Martin Mystère per i suoi 40 anni, è venuto naturale scegliere soltanto racconti scritti da lui. Non perché altre storie di altri sceneggiatori non siano buone letture, ma perché quelle di Castelli risultano intrinsecamente più naturali. Più istintive. In loro la voce dell’autore sembra più libera, e gioca con il fumetto su molti livelli. 

Questo iniziò a notarsi soprattutto dopo una decina di anni dall’inizio della serie. Forse perché stavano già iniziando a ridursi gli argomenti trattabili, forse perché più libero da impegni di scrittura, visto che si erano aggiunti allo staff altri autori, Castelli cambiò il suo modo di raccontare Martin Mystère, moltiplicando gli elementi metanarrativi, aggiungendo piani di lettura, spennellando sempre più le sue storie di ironia, se non di umorismo demenziale. Molte storie di Martin sono piccoli capolavori proprio per il modo in cui sono scritti, per i divertissement che il suo autore ci ha infilato, più che per il mystero che ne sta alla base.

Un discorso simile si può fare per i disegnatori. La maggior parte degli albi in elenco è firmata da Giancarlo Alessandrini, creatore grafico di Martin e copertinista di tutti i numeri usciti, dal primo a quello in attualmente in edicola. La scelta non dipende solo da ragioni di paternità: il fumettista marchigiano mostra una sintonia assoluta con Castelli, modulando il suo segno in modo quasi simbiotico con la sceneggiatura, passando, a seconda del tono del racconto, da uno stile etereo “alla Moebius” a una linea chiara raffinatissima. Inutile dire che anche lui dà il meglio quando può spingere sul versante ironico e grottesco.

La vendetta di Râ, di Alfredo Castelli e Giancarlo Alessandrini (Martin Mystère 2-3, 1982)

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Il primo episodio di Martin Mystère, Gli Uomini in nero, è un pilota della serie. Introduce i protagonisti e gli avversari, in particolare gli Uomini in nero, organizzazione segreta che da millenni cerca di nascondere tutte le prove che la storia non sia andata esattamente come la insegnano a scuola; presenta le tematiche centrali, come il mito di Atlantide, civiltà avanzatissima che si è estinta migliaia di anni fa durante una Guerra Fredda contro l’altro continente scomparso di Mu. Purtroppo però non è una storia così memorabile, e anche il mystero del numero è poco cervellotico rispetto a quelli che sarebbero seguiti.

Il vero inizio della serie è piuttosto la seconda storia, La vendetta di Râ. Con un albo e mezzo a disposizione, Castelli e Alessandrini mandano Martin in Sudamerica a indagare su impossibili collegamenti tra le civiltà precolombiane e gli Egizi. Ma soprattutto introducono il personaggio di Sergej Orloff, ex migliore amico e ora acerrimo nemico di Mystère, archeologo geniale e senza scrupoli. 

Gli autori Raccontano brevemente il loro passato e soprattutto il loro scontro – quando Orloff rimase sfigurato – l’origine delle misteriose armi a raggi che entrambi possiedono (i murchadna) e il primo incontro di Martin con Java, l’uomo di neanderthal che gli fa da assistente. Alla fine della storia, Orloff rimane nella giungla, sperduto e senza memoria, ma continuerà a tornare per anni e anni.

La spada di Re Artù – Il mistero di Stonehenge, di Alfredo Castelli e Giancarlo Alessandrini (Martin Mystère 15-16, 1983)

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Una delle storie fondative della serie, che introduce il concetto dei doni portati da creature aliene, alla base della maggior parte delle leggende su armi, pietre e coppe incantate. Per fare questo, Castelli infila nella storia un numero impressionante di miti, personaggi, oggetti esoterici: Excalibur, Re Artù e Merlino, la lancia di Longino, Hitler, società segrete, il mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto, i bassorilievi di quella di Modena, extraterrestri e tecnologie fantascientifiche antiche migliaia di anni. 

Qualsiasi altro sceneggiatore probabilmente si sarebbe perso in questo minestrone. Lui riesce a tirare le fila di tutto in modo impeccabile, e ne approfitta anche per ritirare fuori Sergej Orloff, dato per morto nel terzo numero. Martin scopre che un suo amico austriaco aveva sottratto ai nazisti la spada di Re Artù, dotata del potere di controllare le menti, e l’aveva nascosta in una banca svizzera insieme alle istruzioni per distruggerla. Inizia così una caccia al tesoro tra l’Italia e l’Inghilterra, inseguiti da Orloff e da un’altro personaggio ambiguo, che si conclude nel complesso megalitico di Stonehenge.

La storia è anche un ottimo esempio delle capacità di “riciclo” di Castelli, che quando ha una buona idea continua a rielaborarla. La vicenda di Excalibur, della sua origine aliena e delle croci con gli indizi su come distruggerla viene da un episodio degli Aristocratici, i ladri gentiluomini che lo sceneggiatore aveva in precedenza inventato per i disegni di Ferdinando Tacconi. La loro avventura La spada di re Artù era stata originariamente pubblicata in Germania nel 1981, quindi l’anno prima dell’esordio di Martin. Quando fu ripubblicata in Italia su Il Giornalino, nel 1999, venne parzialmente modificata nel finale. Essendo già uscito il racconto con Martin Mystère, probabilmente Castelli volle “schivare” un’accusa di autoplagio e collegò i due fumetti tra loro, dentro un “castelliverso” in cui convivono tutti i suoi personaggi. 

«Ricordate che abbiamo avuto l’impressione di aver già vissuto questa storia?» dichiara quindi uno stupito Conte, leader degli Aristocratici, rivolgendosi ai lettori. «Molti particolari assomigliano a un romanzo di Martin, quel nostro amico americano.» 

Il mistero di Loch Ness, di Alfredo Castelli e Giancarlo Alessandrini (Speciale Martin Mystère 2, 1985)

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I numeri speciali di Martin Mystère hanno generalmente un tono diverso rispetto alla serie regolare, più leggero, ironico, a volte demenziale. La tradizione iniziò con il secondo, in cui Martin e Java sono invitati dalla bella e svampita Angie – personaggio fisso di tutti gli speciali – ad assistere a una sua esibizione di spogliarello in uno sperduto castello scozzese, organizzata da Edward Kelly e John Dee, discendenti omonimi degli alchimisti inglesi rinascimentali. 

I due, esperti di occultismo come i loro antenati, vogliono sfruttare la ragazza per compiere una danza magica e poi sacrificarla, per far tornare in vita un nobile medievale e scoprire il nascondiglio del suo tesoro. Possibilmente dopo essersi sbarazzati di Mystère e del suo assistente. A complicare la situazione ci si mettono Orloff e un suo sgherro muscoloso e silenzioso quanto Java, anche loro interessati alle ricchezze perdute.

Castelli “si gioca” il mito del mostro di Loch Ness per una storiella leggera, dandogli anche una spiegazione magica abbastanza insolita per la serie. Nonostante questo, l’albo è tra i più divertenti di 40 anni di produzione. La sequenza iniziale è un lungo combattimento sul treno, che gioca con i cliché dei film d’azione. Dee e Kelly sono personaggi molto buffi, due idioti indegni di portare nomi così prestigiosi, così riusciti da tornare anche loro ogni due anni negli speciali estivi. Infine la soluzione del mystero, il segreto di Soulis il malvagio, protetto dal mostro di Loch Ness, è una bonaria presa in giro per tutti gli appassionati di fantarcheologia e dei racconti cervellotici della serie regolare.

I giorni dell’incubo – Operazione Dorian Gray, di Alfredo Castelli e Giovanni Freghieri (Martin Mystère 62-63, 1987)

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Una delle storie più intense di Martin Mystère è incentrata sul desiderio del protagonista di non invecchiare. Durante una crisi con la fidanzata Diana, dovuta proprio all’incapacità di Martin di accettare i cambiamenti, è trascinato in un caso impossibile da una telefonata. Un uomo lo chiama per chiedergli aiuto, dichiarando di essere Samuel Eulemberg, un vecchio amico morto da qualche anno. Mentre è ancora all’apparecchio viene ammazzato, facendo sì che il detective dell’impossibile venga coinvolto nell’indagine della polizia. 

Martin scopre che Eulemberg stava lavorando a un rivoluzionario computer molecolare e che le sue ricerche erano state continuate proprio dall’uomo ucciso al telefono. Infine che dietro l’omicidio c’è Mister Jinx, uno scienziato criminale che sta utilizzando l’invenzione per copiare le menti di ricchi uomini d’affari avanti con l’età e inserirle in corpi più giovani. Un moderno Ritratto di Dorian Gray a forza di backup. 

La stessa macchina è utilizzata anche su Martin, che si ritrova a vivere una delle esperienze più drammatiche della sua vita, all’interno del corpo di un senzatetto alcolizzato. Questo avvenimento sarà ripreso nel 1996 nel crossover con Nathan Never Prigioniero del futuro, di Castelli, Antonio Serra e Gino Vercelli, in cui il Detective dell’impossibile si ritrova nel Ventiduesimo secolo, con la mente installata in un corpo robotico.

Di tutti i colori!, di Alfredo Castelli e Giancarlo Alessandrini (Martin Mystère 100, 1990)

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Tra i filoni più interessanti di Martin Mystère c’è quello metanarrativo, in cui Castelli si diverte a giocare con il linguaggio e la storia del fumetto. Il centesimo numero della collana è un ottimo esempio al riguardo, perché vive sulle invenzioni grafiche legate al suo elemento unico: il colore. I numeri d’anniversario della Bonelli, infatti, storicamente abbandonano il bianco e nero a favore della quadricromia, un’occasione troppo ghiotta per lo sceneggiatore.

Di tutti i colori! presenta quindi tre racconti brevi all’interno di una cornice, in cui un mago da circo ipnotizza tre persone del pubblico – due sconosciuti e Martin – e fa vivere loro in sogno storie legate ai colori. Nella prima, un uomo si mette in testa di rispondere a una domanda che tutti, prima o poi, si sono posti, ovvero se – daltonici esclusi – tutti gli esseri umani percepiscano allo stesso modo i colori: «Come posso essere certo che io vedo il verde esattamente come voi o gli altri?». Costruisce quindi una macchina per scoprirlo, e da quel momento inizia a essere perseguitato dalla sfortuna.

La seconda ha per protagonista un fotolitista, un tecnico tipografico incaricato di preparare le pellicole per la stampa a quattro colori (CMYK = ciano, magenta, giallo, nero) per il catalogo di una mostra d’arte. La sua ossessione è un quadro di Yves Klein, monocromatico, dipinto della tonalità di blu brevettata da lui – l’International Klein Blue – ma mai prodotta industrialmente. Un colore che il fotolitista non riesce a riprodurre con la massima perfezione di cui si vanta continuamente. Castelli ne approfitta anche per fare una piccola lezione sulle tecniche di stampa: il CMYK è spiegato in quattro vignette in cui i colori vengono inseriti uno alla volta, proprio come nella tecnica di stampa.

La terza è un omaggio alla storia di Carl Barks Paperino e il mistero degli Incas (del 1949, di cui Alessandrini cita anche alcune vignette), in cui Paperino e i nipotini, indagando su misteriose uova cubiche, scoprono una città perduta sulle Ande in cui abitanti, animali e oggetti sono esclusivamente spigolosi e non esistono linee curve. Anche Martin e Java incappano in una misteriosa tribù andina che vive avvolta nelle nebbie, in una valle dove tutto è grigio e i colori sono banditi.

Il passato di Java – Allan Quatermain – Java contro Java, di Alfredo Castelli e Nando e Denisio Esposito (Martin Mystère 111-113, 1991)

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Molti non sanno che Martin Mystère è nato dalle ceneri di un precedente personaggio di Castelli, un altro detective dell’impossibile chiamato Allan Quatermain, discendente dell’omonimo esploratore delle Miniere di re Salomone del romanzo di Henry Rider Haggard. Era stato pubblicato sulla rivista Supergulp! della Mondadori (34 numeri tra il 1978 e il 1979) e disegnato da Fabrizio Busticchi. Con Martin condivideva molti elementi: esploratore e archeologo, possedeva un’arma dalla foggia inusitata antica milioni di anni ed era accompagnato da un assistente molto particolare: un uomo di neanderthal di nome Java.

All’approssimarsi del decimo compleanno della serie, Castelli ripescò la sua creatura per un racconto che indaga il passato di Java, fuggito all’improvviso per il Messico dopo aver scoperto sul giornale una serie a fumetti – che altro non è che Quatermain – disegnata da un autore messicano. Martin e Diana, rimasti a New York, raccontano all’ispettore Travis e a noi lettori un pezzo della storia dell’uomo che a noi era ignota, ovvero cosa è successo dal suo incontro con Mystère nelle montagne della Mongolia in poi, tra burocrazia per fargli avere dei documenti e il faticoso processo di inserimento nella civiltà contemporanea.

L’aiutante di Martin intanto, a Città del Messico, è alla ricerca dell’essere a cui il fumettista si è ispirato per la spalla di Quatermain. È un noto boss criminale, muto, spietato. Ma all’epoca dell’invenzione del fumetto, anni prima che il nostro Java arrivasse in America, era un’attrazione in un luna park: un uomo di neanderthal proveniente dalle montagne della Mongolia. Il suo acerrimo nemico, che era stato bandito dalla loro tribù.

Una particolarità di questa storia è la presenza di alcuni stralci proprio del fumetto di Allan Quatermain disegnato da Busticchi, che era stato rieditato solo l’anno precedente per la prima volta dall’ANAF (oggi ANAFI) in Lo strano caso del professor Martin Mystère e del dottor Allan Quatermain.

Il segreto di Mozart, di Alfredo Castelli e Giancarlo Alessandrini (Speciale Martin Mystère 8, 1991)

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Ho già scritto del tono più leggero degli speciali di Martin Mystère, legato alla presenza di Angie, Dee e Kelly. Ancora loro sono al centro di un’indagine decisamente sopra le righe che ruota intorno ai teschi di Wolfgang Amadeus Mozart e di Franz Joseph Haydn.

Il segreto di Mozart è decisamente un’opera buffa, che ha al centro un doppio mystero potenzialmente interessante: un accordo musicale capace di controllare le menti, noto solo agli iniziati di una loggia di musicisti, e le vicissitudini del cranio di Haydn, trafugato e passato da un collezionista a un altro. Castelli e Alessandrini, però, riempiono la storia di situazioni parodistiche, giochi degli equivoci e battute, trasformando un’indagine macabra in una farsa.

Il momento migliore dell’albo, che da solo ne vale la lettura, è proprio uno di questi. La prima volta che compare Martin lo vediamo in casa propria, legato a una sedia, con un uomo armato di pistola che lo minaccia. È il suo editor, che ha avuto un esaurimento nervoso a causa dei continui ritardi di Mystère e delle sue continue scuse, ha dato di matto in redazione e per questo è stato licenziato. Pur essendo fuori di sé, l’uomo ci fa istintivamente simpatia. Che fosse un modo di Castelli per farsi perdonare dai redattori della Bonelli, alle prese con i suoi, di ritardi?

La storia è stata ripubblicata nel volume Musica, maestro! della stessa Sergio Bonelli Editore, insieme ad altri mysteri a tema musicale.

Nea HeliapolisWelcome to Italy, di Alfredo Castelli e Gino Vercelli (Martin Mystère 133-134, 1993)

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Per circa due anni, le avventure di Martin Mystère si sono concentrate in Italia. La scusa, all’interno della serie, era la produzione di una serie di puntate della sua trasmissione I mysteri di Mystère dedicate ai misteri del nostro Paese. Il nostro si è trasferito così a Firenze insieme a Java, lasciando Diana a New York, e ne ha approfittato per indagare su segreti dalle Alpi alla Sicilia.

Il primo dei cosiddetti “mysteri italiani” è una di quelle storie basate su un’intuizione geniale, al centro della trama, e che io vi spoilererò apertamente perché tanto sono passati 30 anni ed è in prescrizione: Torino, città magica italiana per antonomasia, è stata fondata dagli antichi Egizi, secoli prima delle piramidi. Incredibile. È un classico della serie, spararla grossissima e poi costruirci intorno tutta una serie di giustificazioni, recuperando miti, leggende, toponomastica, guardandole sotto una luce diversa dal solito, volutamente irreale o antiscientifica.

Qui si racconta di una città costruita intorno a un artefatto, la Lacrima di Toth, “Thwt Rym” nelle antiche iscrizioni, presso il grande fiume Iw Râ Danit, dove si incontrano correnti magiche. Chiaramente gli archeologi che nel fumetto trovano, in Egitto, le tracce di questa storia sconosciuta pensano che il luogo sia presso il Nilo, ma si sbagliano di grosso.

Questa storia forse ha una sceneggiatura più classica e meno particolare di altre presenti nell’elenco, ma è emblematica del modo di Castelli inventare le trame legando insieme spunti apparentemente lontanissimi. L’abbiamo già accennato parlando delle storie su Excalibur, ma è una cosa che si ritrova in tutta la serie. E ogni volta i lettori di Martin si divertono a cascarci con tutte le scarpe, sospendendo completamente l’incredulità e accettando assurdità come che l’Arca dell’Alleanza non fosse un artefatto ma Aronne stesso.

Il segreto di San Nicola, di Alfredo Castelli e Giancarlo Alessandrini (Martin Mystère Gigante 1, 1995)

Il primo Martin Mystère in grande formato fu l’occasione per Alessandrini, all’apice della sua forma, di dimostrare di essere uno dei migliori disegnatori in forza alla Bonelli. Aveva abbandonato i tratteggi fittissimi dei primi anni e non era ancora diventato ipersintetico come sarebbe stato più avanti. Le sue tavole erano ricche di dettagli e al tempo stesso pulitissime, in un equilibrio che fondeva Moebius a Jacobs. Il miglior esempio di “linea chiara” italiana insieme a Vittorio Giardino.

La storia che fu chiamato a illustrare era legata ancora a Excalibur e al ciclo delle spade magiche. Conteneva quindi tutti gli elementi di cui si è scritto a proposito dei numeri 15-16, ma aggiungeva anche il Graal, Federico II e Castel del monte, le crociate, San Nicola di Bari e la base segreta Altrove del governo degli Stati Uniti, che opera per proteggere il mondo dalle minacce sovrannaturali. 

La sceneggiatura di Castelli cuce tutto questo insieme con sapienza, ma sono i disegni di Alessandrini a rendere l’albo memorabile. Messo a disegnare situazioni diversissime tra loro, epoche storiche che vanno dal Mesozoico agli anni Novanta, passando per la preistoria dell’umanità, il Medioevo e la Seconda guerra mondiale, il disegnatore dimostrò di essere in grado di disegnare sul serio qualsiasi cosa, e sempre con la stessa grazia, eleganza e ricchezza di dettaglio. Non che i lettori di Martin Mystère avessero bisogno di conferme, ma sicuramente apprezzarono l’opportunità di godere di tavole così belle in grande formato.

Affari di famiglia – Docteur Mystère, di Alfredo Castelli e Giancarlo Alessandrini (Martin Mystère 174-175, 1996)

Una storia praticamente perfetta… in cui non succede nulla. Martin è invitato in Inghilterra da un ricco parente che non ha mai sentito nominare, il fratello del suo bisnonno, più che novantenne. Paul Mystère vive nella campagna inglese in un classico villone in stile vittoriano, circondato da un classico maggiordomo, si sposta su una classica carrozza a cavalli con classico cocchiere e i suoi vicini sono i classici nobili snob e un po’ bigotti dediti al pettegolezzo. La sua magione è ricca di oggetti provenienti dall’India, portati lì da suo nonno, un uomo che si faceva chiamare Docteur Mystère.

Il doppio racconto, infatti, introduce il protagonista del successivo spin-off firmato da Castelli e Lucio Filippucci, che racconta le sue avventure straordinarie in un Ottocento fatto di citazioni di Jules Verne, Emilio Salgari e Sax Rohmer, un pastiche che avrebbe anticipato di qualche anno La lega degli straordinari gentlemen di Alan Moore e Kevin O’Neil. Nella storia pubblicata su Martin Mystère tutto questo è solo accennato nel racconto della genealogia della famiglia Mystère, fondata dal Docteur e dal suo assistente Cigale, un orfano adottato da lui e che sarebbe diventato il trisavolo di Martin. I due sono (nella realtà e nella fantasia) i protagonisti di libri di Paul d’Ivoi, scrittore d’avventura di poco successivo a Verne, che nella finzione del fumetto li conobbe di persona e chiese di poterne narrare le avventure in forma di romanzo.

Questa vicenda familiare, però, Castelli la nasconde all’interno di una trama apparente mysteriosa. Il vecchio Mystère e tutti i suoi amici e vicini sembrano celare segreti terribili, legati a un antico luogo di culto dei druidi e ai manufatti indiani che affollano la proprietà, e nel parco si aggira un essere selvaggio, aggressivo, che nessuno riesce a vedere e acciuffare. A un certo punto ci scappa anche il morto. Ma è tutta fuffa: gli autori trascinano noi, Martin e Java in un finto mystero, fregandoci con l’ironia e approfittando della sospensione dell’incredulità che sia noi che il detective dell’impossibile ormai, dopo quasi tre lustri di segreti, concediamo senza indugi. 

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