Manga 100 di questi One Piece

100 di questi One Piece

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Di One Piece fanno impressione soprattutto i numeri. Da quando è iniziato, nel luglio del 1997, il manga d’avventura creato da Eiichiro Oda ha macinato più di 1.000 capitoli, altrettanti personaggi, 200 ambientazioni, 9 saghe (divise in 31 archi narrativi e 100 volumi), quasi 20 mila pagine di fumetto – per non parlare della massa di adattamenti, tra romanzi, serie tv e lungometraggi – e oltre 490 milioni di copie vendute, un record che lo rende il manga di maggior successo di sempre. Questa ubriacatura di cifre fa ancora più scalpore perché spalmata nell’arco di 25 anni in cui né la capacità produttiva del suo autore né l’interesse dei lettori sono mai calati. Flessi, alla peggio. 

Nel raccontare le avventure di una banda di pirati capitanata da Rufy – un giovane intenzionato a trovare il tesoro più prezioso del mondo, il One Piece, e diventare il re dei pirati – il manga ha saputo mantenere viva l’attenzione del pubblico, sviluppando una premessa generica attraverso direzioni stilistiche molto precise. 

Ciò che spinse Oda a diventare un fumettista fu il grande amore per Dragon Ball di Akira Toriyama. La passione per i pirati venne invece dalla serie animata Vicky il vichingo, un cartone degli anni Settanta incentrato su una comunità di vichinghi. A 17 anni Oda creò la sua prima opera manga, Wanted! (racconto breve di un pistolero perseguitato dallo spirito di un cacciatore di taglie che ha ucciso), per poi lavorare come assistente per alcuni mangaka (tra cui Masaya Tokuhiro e Nobuhiro Watsuki, entambi cruciali nell’evoluzione artistica di Oda) e pubblicare altre storie. Un po’ come Toriyama, che prima di Dragon Ball aveva realizzato una sua protoversione, Dragon Boy, verso la fine del 1996, Oda scrisse e disegnò due storie brevi chiamate entrambe Romance Dawn, due versioni della stessa premessa che sarebbe stata poi alla base di One Piece.

L’influenza di Toriyama non si limita al solo Oda, estendendosi a gran parte delle generazioni successive, ma è indubbio che il carattere giocoso e adolescenziale di Rufy (anche nei risvolti più fisiologici: grandi abbuffate, grandi dormite) raccolga il lascito di Goku, primo vero eroe dei manga che univa le funzioni del protagonista carismatico e della spalla comica in un unico personaggio. E in generale One Piece sussume su di sé tutto il fascino che Dragon Ball esercitava sui lettori: essere un manga che sta al centro, che solca una linea mediana fatta di solarità anche nei momenti più cupi, di umorismo che raramente abbandona le scene.

Proprio come Dragon Ball, fin dall’inizio One Piece si è presentato come uno shonen simile ad altri per temi e formula narrativa: enfasi sulla forza di volontà, l’amicizia, il sacrificio. E quintali di scene d’azione in cui i personaggi incontrano antagonisti apparentemente imbattibili ma che riescono a mettere fuori gioco grazie a un power up, un potenziamento che li fa evolvere. Tuttavia, sotto la scorza simile alle altre, il manga ha saputo differenziarsi per alcuni decisioni stilistiche (muoiono pochissimi personaggi e ancora meno viene utilizzata la parola “uccidere”, pare su suggerimento della nonna di Oda) e per il lavoro sul world building, ossia la costruzione di un mondo pieno di dettagli che lo rendono profondo e appassionante. Già ricco e cesellato in partenza, l’universo in cui si muovono i personaggi è continuamente orlato di nuovi particolari, sottomondi e sottotrame, comunità e individualità grandi o piccole.

Il mondo di One Piece

La premessa iniziale potrebbe quindi essere ampliata nel seguente modo: in One Piece il pianeta in cui si muovono i personaggi è composto da tante isole e da un’unica striscia di terra che separa i due emisferi, navigabili con leggi fisiche diverse da quelle che governano il nostro mondo. Ci sono le bande dei pirati, le varie civiltà – sott’acqua o tra le nuvole, di giganti o uomini-pesce. Ci sono i frutti del diavolo, che conferiscono poteri sovrumani a chi li mangia (Rufy ne ha mangiato uno che gli permette di allungare il proprio corpo come la gomma) e che sono divisi in tre categorie (Paramecia, Zoan e Logia), in base al tipo di potere che donano, con regole specifiche sul loro utilizzo – per esempio, l’ingestione del frutto comporta la perdita della capacità di nuotare.

C’è poi l’Ambizione (“Haki” in originale), un’abilità latente che ogni essere vivente possiede ma che pochi sanno risvegliare e controllare – un po’ come la Forza di Star Wars. Anche dell’Ambizione esistono tre tipologie: l’Ambizione della percezione, che dona una specie di sesto senso riguardo all’ambiente circostante e una capacità precognitiva dell’immediato futuro; l’Ambizione dell’armatura, che rende possibile trasformare la propria forza spirituale in un’armatura per respingere gli attacchi o per potenziare i propri; l’Ambizione del re conquistatore, il tipo più raro, posseduto solo da una persona su un milione, che permette di intimidire le altre persone e fare svenire quelle dalla scarsa forza di volontà.

E questi sono solo alcuni degli elementi che contraddistinguono la sterminata mitologia di One Piece, il cui valore fondamentale risiede nel senso della meraviglia perpetuo: ci si stupisce sempre dei mondi e dei personaggi che vediamo sulle pagine. Pur essendo un manga pensato principalmente per un pubblico di ragazzini, ha anche una dimensione politica complessa e stratificata, con continui rimandi a giochi di potere ed equilibri fra diverse fazioni, come il Governo Mondiale, un’enorme unione di stati assimilabile alle nostre Nazioni Unite, e gli “astri di saggezza”, ovvero i suoi capi supremi, gli apparati militari e quelli pirateschi, in una gerarchia del potere che si fa sempre più fitta.

Grottesco e stralunato

Stilisticamente, Eiichiro Oda è abile nel creare design dei personaggi stravaganti, riconoscibili immediatamente anche con uno sguardo fugace, spesso e volentieri superdeformed, con proporzioni antinaturalistiche e caricaturali ma con solide basi nella realtà, almeno dal punto di vista iconografico. Le ispirazioni sono un frullato di omaggi alla cultura pop: uno dei personaggi, Ivankov, è basato su Frank-N-Furter, protagonista della commedia-musical The Rocky Horror Picture Show; Usopp e Crocodile sono adattamenti rispettivamente di Pinocchio e Capitan Uncino; il pirata ipnotista Jango è un clone del cantante Michael Jackson; ci sono personaggi ispirati al chitarrista Slash, a Eminem, a Ace Ventura, a Steven Tyler e tanti altri, piluccando dal folklore di mezzo mondo. Oda è grottesco e stralunato tanto nel disegno quanto nella trama: le buffonate, tra combattimenti che sfociano nel grottesco degni di Looney Tunes sotto acido, si alternano a commedia, epica ed emotività.

Certo, nel corso degli anni qualcosa ha cominciato a scricchiolare, i disegni hanno perso di precisione, dettagli minuscoli sono diventati improvvisamente elementi fondamentali del mito e in generale è apparso chiaro che il moltiplicarsi dei fili narrativi cozzava contro la natura estemporanea e per niente progettuale di Oda, il quale avrà avuto in testa il finale della storia dall’inizio, ma si è trovato a giostrare narrazioni impreviste e a far quadrare i conti che i nuovi elementi continuavano a sbilanciare.

E il world building – già nei suoi elementi fondativi molto denso – è diventato asfissiante. Eppure è proprio questo peso specifico a tenere ancorati i lettori alla serie. Riesce anche a catturarne di nuovi? Non ho dati in merito, ma è probabile di sì, perché i nuovi lettori giovani si fanno affascinare da un cattivo che si gonfia come un palloncino e magari badano meno alle sottotrame che rumoreggiano in sottofondo.

One Piece si fa forza di un canovaccio comico, bizzarro, a volte commovente, con una visione peculiare eppure romantica dei pirati, di un ritmo serrato che fa divorare al lettore un episodio dopo l’altro. E poi ci sono i misteri, le zone d’ombra e le domande che Oda si attarda a rispondere, in un continuo rimandare il piacere dalla scoperta. Che poi è lo stesso meccanismo che si insinua in opere di grande successo come Twin Peaks e Lost. Non c’era solo quello, ma a un livello molto superficiale e immediato, una volta che lo spettatore aveva risolto il giallo della morte di Laura Palmer, o aveva iniziato a sospettare che tutti i punti di domanda affastellati da Lost forse non erano parte di un disegno unitario, l’incantesimo si spezzava.

Nel caso di One Piece, ci sono tanti misteri che si trascinano da anni e attorno a cui si è creato un alone di fascino che sarebbe quasi meglio non svelarlo mai, quel mistero. Penso alle Poignee Griffe, pietre indistruttibili che contengono informazioni appartenenti ai cento anni del Grande Vuoto (un periodo di cui non è rimasto alcun documento) e scritte in una lingua comprensibile da pochissime persone sul pianeta. E poi c’è il mistero che sorregge l’impalcatura di tutta la narrazione: One Piece, il non ben specificato tesoro che, come il più scemo dei MacGuffin, porta avanti la storia. Per un certo periodo si è cominciato perfino a sospettare che nemmeno esistesse o fosse una metafora (tipo il tesoro di Lincoln che cerca Homer Simpson in Bart al futuro: «Il mio oro è nel cuore di tutti gli americani amanti della libertà»). Si sa solo che è un oggetto fisico e che il re dei pirati Gol D. Roger (il secondo ad averlo posseduto), dopo averlo visto, si sia messo a ridere.

One Piece e il fandom

Di One Piece è stato scritto molto, ma nulla di particolarmente intelligente. Forse perché gli spunti (di genere, sociologici, politici) che offre in realtà sono soltanto strumentali a colorare le trame e non a dare loro un significato profondo? Eppure le reazioni del fandom, nelle sue forme più baroniche (YouTube, Reddit) o delfinesche (Twitch, TikTok), sono talmente copiose da essere uno dei motivi che hanno fatto diventare One Piece il colosso che è. Non ho trovato niente di interessante nei discorsi attorno al manga da parte dei creator, sia che producessero video-spiegoni-analisi su YouTube o che sbrodolassero parole e altri imbarazzi su Twitch per ore filate. Ho visto, di rimando, la passione di un pubblico che non vuole essere lasciato solo nelle proprie congetture, che vuole condividere – in questi ultimi due anni di pandemia più che mai – la piacevole frustrazione di avvicinarsi alla soluzione dei misteri muovendosi una molecola alla volta. È una dinamica che non esiste, almeno con questa intensità, per nessun altro franchise (Star Wars forse? Però solo per film e serie tv, non certo per i fumetti).

Nei primi anni Duemila, Jeff Jensen scriveva i riassunti commentati di Lost per Entertainment Weekly. Jensen è diventato famoso per quei recap quando ancora la pratica di riassumere ogni episodio aggiungendoci commenti, teorie e appunti vari era materiale più da forum che da rivista giornalistica. Con One Piece mi pare di osservare un movimento all’indietro che recupera – aggiornandolo ai modi di oggi – quello spirito forumistico: rifiuto di costruire un discorso critico e abbandono a un chiacchiericcio totalizzante, ma rassicurante nella sua dimensione comunitaria. Non è un caso che sia la seconda volta che paragono One Piece a Lost: giocano entrambe con l’attesa e la promessa dello svelamento, ed entrambe hanno saputo mantenere attivissimo il proprio pubblico, creando un circolo vizioso che è alla base del loro successo.

«Non ho mai sentito veramente la pressione del successo» disse una volta Oda. «Ogni volta che disegno, ho un solo lettore nella mia mente: me stesso di 15 anni. Non ho idea di come si sentirebbero le altre persone, quindi mi rivolgo al me quindicenne per esprimere un giudizio su cosa sia fantastico o meno. Cerco sempre di rimanere fedele a me stesso, e in qualche modo i ragazzi che leggono il mio manga lo avvertono.»

Mi sembra che cercare di capire la popolarità di un prodotto sia come estrapolare le caratteristiche che rendono una persona simpatica, o affascinante: se vivisezioni i suoi modi di fare, ti restano particelle talmente semplici che credi di poterle replicare anche tu. E invece c’è una miscela indefinibile che separa il panchinaro dal capitano carismatico, o un manga qualsiasi da uno dei più famosi di sempre.

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