Com’era lavorare a Topolino

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L’ex direttrice di Topolino Valentina De Poli, in carica dal 2007 al 2018, ha scritto un libro intitolato Un’educazione paperopolese e pubblicato da il Saggiatore nel maggio del 2022 nel quale racconta la sua esperienza alla direzione della rivista. Il risultato è una sorta di memoir personale e al contempo un viaggio dietro le quinte di una delle testate a fumetti più importanti e lette in Italia.

Di seguito presentiamo un’estratto dal libro dal capitolo Lo spettacolo è al quarto piano. Grandi autori dietro le quinte.


«Oggi arriva Chierchini», annuncia Massimo Marconi. «Chi, l’artista delle “goccioline”?», rispondo io curiosa. Tra i tanti segreti del backstage del Topo che ho appreso da Massimo Marconi nelle prime settimane da factotum inesperta al quarto piano di via Hoepli, c’erano anche quelli per poter riconoscere gli autori delle storie attraverso i loro disegni, per dar loro nome e cognome. Sfogliando il giornale mi spiegava alcuni trucchetti per attribuirle alle persone che presto si sarebbero trasformate in volti, strette di mano e, in qualche caso, perfino amicizie. Veniva più facile con i disegni rispetto alle parole, benché quando una storia era di Rodolfo Cimino potevi capirlo fin dal titolo grazie ai tipici neologismi esotico‑visionari che richiamavano l’avventura: trizompa, Medioevo siderale, bottari diogenisti, avete presente?

Davanti ai disegni, invece, bisognava osservare la lunghezza dei becchi, le ombre tratteggiate, alcune rotondità, la proporzione delle orecchie di Topolino, lo stile del dollaro sui sacchi di Zio Paperone, certe atmosfere, gli arredamenti, l’interpretazione dei personaggi comprimari e altri piccoli dettagli come le goccioline che Chierchini, appunto, usava con abbondanza nei passaggi clou delle sue storie, per sottolineare tensioni o estreme felicità. Io avevo stampata perfettamente nella mente la vignetta di Don Paperigo incalzato dai gabellotti d’assalto intenti a soffocarlo con una quantità spropositata di tasse e balzelli: un tripudio di goccioline, le lacrime di disperazione e sudore del Papero tartassato.

La mattina dell’annuncio, quindi, avrei conosciuto proprio l’autore dei «Promessi Paperi». Nei suoi confronti, come per tutti gli altri autori, non sapevo davvero che cosa aspettarmi perché, ammetto, nel capitolo precedente ho fatto la gradassa cercando di vendere per ovvio quel che in realtà fino al 1988 era oscuro anche a me, e cioè che dietro alle grandi storie ci fossero soprattutto degli esseri umani in carne e ossa. Fino ad allora, infatti, gli autori delle storie di Topolino non erano mai stati rivelati.

La cosa incredibile era che io, nel giro di pochi mesi, avrei scoperto addirittura dal vivo chi c’era dietro «I promessi Paperi», ma anche chi aveva dato vita a Reginella, alla mitica storia della Formula Uno, alle zucche del primo campionato del mondo di calcio, alla fattoria orbitale, allo scarabeo del doppio trionfo di Paperinik e alla prima volta di Paperinik, al casco respingente, alla saga folle della «Storia e gloria della dinastia dei Paperi», agli iceberg volanti e alla cocomerina, ai Tip e Tap eroi del mistero della base lunare. Sarebbe stata tutta un’umanissima, straordinaria rivelazione. Sei pronta, Vale? E voi? Prima inquadriamo la situazione, guardandola, diciamo, con una panoramica dall’alto.

Della scrivania condivisa nell’atrio che portava alle stanze della redazione dell’appartamento di via Hoepli vi ho già detto. Massimo era l’uomo‑backstage intorno a cui hanno gravitato tutte le storie a fumetti per più di un decennio, il mio Maestro. Come una giovane Mary Poppins sbadata ero piovuta dal cielo in una calda estate milanese per impossessarmi di un pezzo della sua scrivania, ma in quel locale ce n’era anche un’altra di scrivania, ben più grande: quella della mitica Gabriella, la responsabile della segreteria chiamata a far funzionare la macchina organizzativa, che da quel momento avrebbe cominciato a godere del mio preziosissimo aiuto (all’inizio non era tanto contenta e come darle torto… non sapevo fare niente!).

Essendo ubicati all’ingresso che portava agli uffici «veri» della redazione, dove c’erano i giornalisti (erano in tre), i grafici (altri tre) nonché le stanze del direttore e della sua vice, noi tre, Massimo, Gabriella e io, eravamo senza distinzioni orgogliosamente addetti anche all’apriporta. Nessuna rivendicazione sindacale: a noi piaceva fare i portinai, avendo tutti e tre una predilezione per il pettegolezzo d’autore. Non ho mai capito perché la postazione di Massimo, che svolgeva un compito così delicato, ed era giornalista anche lui, si trovasse in segreteria, anzi in quell’atrio adibito a segreteria, ma non avevo contezza di che cosa fosse una redazione e quindi per me era perfetto così. Di certo che lui fosse lì è stata una grande fortuna per me, perché mi ha permesso di entrare da subito nel cuore del Topo rivelandomi cose che per altri addetti ai lavori rimangono sconosciute anche per anni. Chi lavora sull’attualità del giornale o impagina, per esempio, non è tenuto per forza a conoscere personalmente gli autori, mentre per me il contatto è avvenuto immediatamente.

Dalla postazione privilegiata ho assistito per quasi tre anni a uno spettacolo inedito: la porta si apriva come un sipario ed ecco apparire i più grandi sceneggiatori e disegnatori del fumetto disneyano. Romano Scarpa, dopo un lungo viaggio in auto dalla Spagna in compagnia della meravigliosa moglie. Giovan Battista Carpi che era quasi di casa visto che stava gettando le fondamenta per quella che da lì a poco sarebbe diventata la Scuola Disney per gli autori, trasformatasi poi in Accademia, e forse aveva addirittura le chiavi dell’ufficio. Giorgio Cavazzano, che prima di lui entrava il suo sorriso. Sergio Asteriti, il milanesissimo gentleman. Bruno Sarda e Giorgio Figus, che arrivavano sempre in coppia in treno da Torino. Guido Scala con tutta la famiglia. Alessandro Sisti, che appariva come se avesse viaggiato con la Macchina del tempo, era tra i più giovani sceneggiatori ma già allora lo accompagnavano una saggezza e modi d’altri tempi. Carlo Panaro, anche lui giovane scrivente che indossava sempre il maglione di lana per proteggersi anche in estate e faceva bene visto che dopo trent’anni è rimasto uguale, inossidabile. E poi Rodolfo Cimino, in assoluto il personaggio che mi metteva più soggezione. Si fermavano da Massimo, si intrattenevano con Gabriella sulle questioni pratiche e amministrative e poi attendevano di essere convocati dal direttore Gaudenzio Capelli per l’assegnazione di un nuovo lavoro.

In quell’anticamera potevo assistere in tempo reale alle confidenze di varia umanità mescolate alle vicende di Paperi e Topi: chiacchiere e filosofie amene, commenti sulle tavole disegnate, discussione di sceneggiature, firme di fatture, chiamiamo un taxi, vuoi un caffè, come sta sua moglie? E i bambini? L’atmosfera era serena, non ricordo situazioni sull’orlo di una crisi di nervi, c’era sempre sottesa una spontanea disponibilità nell’accogliere capricci e talenti di disegnatori e sceneggiatori, poiché era ovvio: senza di loro nulla sarebbe stato possibile. Erano loro le superstar. I Maestri Disney, la Scuola Italiana, un modello per tutto il mondo. Io, però, questa grandezza ho imparato ad apprezzarla a poco a poco frequentandoli e, soprattutto i disegnatori, vedendoli in azione. La velocità e la naturalezza con cui in pochi minuti gli artisti disneyani sono in grado di dare vita ai personaggi è un momento di pura estasi, che non può lasciare indifferente nessuno, né allora né mai, anche oggi quando il fascino di certe magie sembra essere passato di moda. Tra questi Maestri, il primo ricordo che ho riguarda appunto l’apparizione di Giulio Chierchini.

Le goccioline, dicevamo. I «Promessi Paperi» e tanto, tanto altro. La scena si è impressa nella mia testa proprio perché non ha nulla di spettacolare, piuttosto un carico di normalissima umanità che aveva reso ancor più affascinante quell’incontro e tutti gli altri a venire: ma come fanno uomini tanto normali a regalarci sogni tanto speciali? In tarda mattinata, dopo un viaggio in treno, Giulio Chierchini era davvero comparso nell’atrio, accompagnato da una cartellina da disegno gigantesca. Silenziosissimo, dai movimenti misurati, nascosto dietro a occhiali scuri, con un’aria di disincanto di chi la sa già lunga sulla fatica della vita, di chi è cosciente che il cammino sarà spesso in salita come nella sua Genova, ma per fortuna ci sono mondi paralleli da inventare nei quali rifugiarsi. Infatti, non bisognava cadere nell’inganno: dietro a quegli occhiali e l’aria umile, quasi dimessa, si nascondeva un visionario, un vero sperimentatore, uno che non si sarebbe mai piegato alle tentazioni della routine. Le storie dipinte, che strizzavano un po’ l’occhio ai cartoon cinematografici rendendo il fumetto quasi tridimensionale, erano un’idea sua, per dire, abbandonata solo per l’eccessivo costo della tecnologia necessaria per stampare con i macchinari idonei.

Dopo quel primo incontro, avrei imparato che ogni autore varcava quella soglia mostrando la propria personalità di uomo e di artista sinceramente disposto a mettersi al servizio del giornale, perché – come affermavano con fierezza – quello era il loro mestiere. Le discussioni più pepate, magari contrattuali o lamentazioni sui diritti d’autore o i compensi, credo accadessero di là, oltre il corridoio, nell’ufficio del direttore. Io, grazie alla pacatezza di Massimo e al suo ruolo che richiedeva complicità con ogni artista, non facevo altro che lasciarmi trascinare dalle mille parole e immagini che ogni giorno riempivano quella stanza.

Ero una spugna. Assorbivo ore di conversazioni in quella affascinante quotidianità in cui si passava dal racconto di episodi della realtà a quelli del mondo di fantasia con la stessa naturalezza con cui normalmente noi profani affrontiamo la lettura del giornale. Realtà, fantasia. Fantasia, realtà. Uomini e paperi. Paperi e uomini (e topi, certo, ma dicendo uomini e topi il riferimento al loro utilizzo in letteratura come metafora di certe condizioni umane negative viene spontaneo. Gli intenti della narrazione disneyana sono sempre positivi quindi è più facile chiamare automaticamente in causa i Paperi quando si deve argomentare generalizzando sul fumetto Disney).

Fino al passaggio Mondadori‑Disney, a parte l’impegno di Franco Fossati, il predecessore di Marconi, che aveva cominciato a classificare le storie per gli addetti ai lavori nel 1986, le firme degli autori di Topolino non erano state mai rivelate grazie a una deliberata e decennale sospensione dell’incredulità per cui si dava a intendere che il vero autore fosse uno solo: Walt Disney (o il computer che lavorava per lui). Questo nonostante lui fosse morto nel 1966.

A dire il vero, Carpi e Scarpa avevano in parte svelato il mistero disegnando Topi e Paperi da ospiti in tv durante una puntata di Canzonissima del 1968 condotta da Mina e Walter Chiari, anche se – mi spiegò poi Massimo – era rimasto il dubbio su chi fosse chi perché erano stati presentati come un unicum, il Carpiscarpa, e lui stesso ha dovuto attendere il suo ingresso in redazione a metà anni settanta per distinguerli. Da lì all’ufficializzazione istituzionale degli autori passeranno ancora vent’anni, quindi nel 1988 non ero solo io ad assistere allo svelamento dell’esistenza di una comunità di autori italianissima, bensì tutto il mondo.

Questa rivelazione ha aggiunto fascino all’immaginario, perché ha rosicchiato qualche grado di separazione dal mito disneyano made in Usa e ha trasformato in miti artisti che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra. Autori che non si sono certo montati la testa e hanno continuato a fare il loro lavoro come parte di un sistema delicato in cui l’impennata di un ego, benché giustificata, è capace di far crollare tutto il castello.

La formula di un giornale settimanale come Topolino, che in certi periodi ha avuto quasi una funzione pubblica, costringe chi lavora nel dietro le quinte a tenere i piedi per terra. Non c’è troppo spazio per i solisti, perché il Topo è un esercizio corale. Però tornare a casa da una fiera con il disegno firmato e dedicato da Giorgio Cavazzano o da Fabio Celoni per te, solo per te, magari ottenuto dopo una coda di un’ora e mezza, regala un’emozione impareggiabile grazie a un gesto molto umano che non sminuisce il sogno ma lo alimenta, gesto ancor più prezioso perché reciproco. Io do una cosa a te, tu dai una cosa a me. In mezzo, Paperi e Topi a darsi di gomito per aver fatto da tramite in una relazione che allieta l’esistenza.

Dopo più di sessant’anni trascorsi ad allietarci e arricchirci con le sue storie, qualche anno fa a quasi novant’anni, prima di lasciarci per sempre Giulio Chierchini mi scrisse una lettera in bella grafia per dirmi «Non ti fidare di chi ti racconta che la vecchiaia è bella. Valentina, non ci credere!». Voleva mettermi in guardia sulle brutture del mondo reale. Non poteva più disegnare e si sentiva messo da parte. Perché alla fine disegnare, scrivere, fare Topolino è molto più di un mestiere. È far parte di una famiglia a cui dedicare pezzi di vita, a volte tutta, e quando a prevalere è la realtà sul sogno, allora lì ti senti tradito.

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