“Love Death & Robots 3” racconta l’apocalisse

Giunto alla terza stagione – o meglio volume – Love, Death & Robots si conferma sempre di più un contenitore di sperimentazione tecnica e visiva. Chi ancora cerca vastità narrative o concettuali in questa serie non ha compreso quali sono le intenzioni di chi sta portando avanti questo progetto, nonché i limiti dello stesso. Dopo aver recensito il volume uno e il volume due, stavolta si è scelto di analizzarla episodio dopo episodio, proprio in virtù dell’eterogeneità che contraddistingue Love, Death & Robots.

Tre robot: strategie d’uscita

love death robots 3

Il corto d’apertura si ricollega al primo corto in assoluto di questa serie, il primo episodio della prima stagione, e racconta di tre robot che vagano per una Terra desolata osservando i resti di un’umanità che si è autodistrutta. Il corto è diretto da Patrick Osborne, che ha una discreta esperienza in veste di animatore, ed è scritto da John Scalzi, dal cui racconto è tratto l’episodio. Non aggiunge niente a quanto già visto in altre sedi, è poco incisivo e non riesce a essere divertente quanto vorrebbe. Forse è l’episodio più debole e prevedibile di questa stagione.

Un brutto viaggio

Su questo cortometraggio c’era molta attesa. Il motivo è molto semplice: la regia è di David Fincher, che è anche produttore della serie. Inoltre, è tratto dall’omonimo racconto di Neal Asher, scrittore di fantascienza già presente nel secondo volume con Snow nel deserto. Un gruppo di marinai si trova a dover scendere a patti con un essere marino mostruoso, e solo uno di loro si deciderà ad affrontarlo. Un  brutto viaggio è, nella sua complessità, altalenante, ma ciò che c’è di buono si deve alla mano di Fincher, che con una regia attenta e coinvolgente crea un’atmosfera lugubre, inquietante, tesa e con poche sfumature di ottimismo. 

Non a caso, è un corto immerso nell’oscurità della notte, quello stesso buio in cui si cela la mostruosità affamata che minaccia le vite di un’intera isola. Fincher, pur calando il tutto in un contesto fantastico, si concentra soprattutto sull’uomo, sulle relazioni distorte e malate dell’equipaggio e su ciò che si è disposti a fare di fronte a una situazione estrema come quella raccontata in questo corto.

La pulsazione della macchina

love death robots 3

Un’astronauta si ritrova sola, in assoluta emergenza dopo che la sua astronave si è schiantata sul suolo di Io, una delle lune di Giove. Tratto dall’omonimo racconto del 1998 di Michael Swanwick, è diretto da Emily Dean, la quale ha lavorato come animatrice in film come Lego Batman – Il film e The Lego Movie 2: Una nuova avventura. Con un’animazione 2d in stile rotoscopico, La pulsazione della macchina punta a essere l’episodio più evocativo di questa stagione di Love, Death & Robots (evidenti i riferimenti a Moebius), quello più sospeso e filosofico, amplificando l’aspetto visuale e creando un territorio del pensiero che è quello della protagonista. Molto affascinante.

La notte dei minimorti

L’apocalisse zombi osservata in miniatura. Diretto da Robert Bisi e Andy Lyon, che l’hanno anche scritto a partire dal racconto di Jeff Fowler e Tim Miller. Semplice, eppure efficace: è un time lapse della fine del mondo, raccontato con piglio ironico e originale.  

Morte allo squadrone della morte

È l’unico episodio realizzato con animazione classica in 2D. Diretto da Jennifer Yuh Nelson, racconta di un gruppo di soldati che si ritrova a combattere contro un orso androide. Il vuoto narrativo e concettuale è compensato da una qualità tecnica impressionante, che però non basta a renderlo un episodio all’altezza di altri. È per di più un già visto: nei volumi 1 e 2 c’erano diversi episodi con questo approccio e non si capisce davvero quale sia il senso di ripeterne dinamiche e messa in scena.

Sciame

Diretto da Tim Miller, co-creatore della serie con Fincher, e tratto dall’omonimo racconto di Bruce Sterling, narra di due esseri umani, in un futuro distante, che convivono all’interno di uno sciame spaziale per cercare di carpirne i segreti, salvo poi pagarne il prezzo. Realizzato con un’animazione in CGI che tende al fotorealismo, è affascinante per alcuni elementi narrativi ma debole sia per quello che sta raccontando sia per come lo racconta

Questo tipo di animazione è quella che paga ancora il prezzo di un’arretratezza tecnologica: non basta la precisione millimetrica dei solidi e dei corpi per ricreare la sensazione di un movimento che sia naturale.

Mason e i ratti

Un fattore non sa come liberarsi dei ratti che infestano la sua fattoria e che sembra si stiano organizzando con armi di loro fabbricazione. Decide di fare intervenire una ditta specializzata con conseguenze inaspettate. Diretto da Carlos Stevens e tratto dal racconto di Neal Asher, racchiude in sé lo spirito satirico e provocatorio del racconto, intersecandolo con un’ottima animazione in 3D e offrendo un character design funzionale.

Sepolti in sale a volta

love death robots 3

Un gruppo di soldati si ritrova ad affrontare un essere mostruoso ancestrale. Diretto da Jerome Chen e tratto da un racconto di Alan Baxter, è realizzato con animazione in CGI di alto livello che tende a un fotorealismo assoluto e che, per una volta, ben si integra con le atmosfere lovecraftiane del corto. Tra Cthulhu e Alien, Sepolti in sale a volta riesce nel tentativo di generare orrore dal mistero.

Jibaro

love death robots 3

E veniamo al corto finale, quello più atteso. Jibaro è diretto da Alberto Mielgo, lo stesso che aveva diretto il notevole La testimone, episodio 8 del primo volume di Love, Death & Robots, ma anche The Windshield Wiper, il cortometraggio animato che ha vinto l’Oscar quest’anno. Mielgo è un nome da tenere d’occhio, perché con il suo prorompente desiderio di sperimentazione visiva e narrativa, sta proponendo un nuovo modo di fare e intendere l’animazione

Jibaro riprende le caratteristiche tipiche del cinema dell’autore: regia schizofrenica, macchina da presa che simula le riprese a spalla, un fuoco che cambia continuamente, un montaggio adrenalinico, un desiderio di riprodurre la realtà con un’animazione unica. Qui, forse più che in altre occasioni, Mielgo cede a un lirismo che dona a Jibaro un respiro ampio, poetico, sebbene spietato

È, forse, il miglior episodio di questo terzo volume, non solo per il modo in cui è realizzato, ma anche per il suo ibridare corpi, musica, amore, morte e tragedia. Restiamo in attesa di un lungometraggio diretto da Mielgo, anche se rimangono i dubbi sul fatto che questo modo adrenalinico di raccontare possa reggere i ritmi di un film lungo (o se lo spettatore possa sopportarlo fino alla fine).

Conclusioni

Il terzo volume di Love, Death & Robots racconta l’apocalisse in otto differenti modi, modulando il discorso attraverso le tre coordinate dichiarate: l’amore, la morte e i robot. Si conferma come un’operazione interessante, soprattutto per capire in quale direzione si sta muovendo l’animazione, quali sono i confini da superare, quali le asticelle da alzare. L’impressione, però, è che stia diventando sempre di più solo quello: la componente narrativa si sta riducendo in favore di quella estetica e tecnica.

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