Paperino e la leggenda dello Scozzese Volante (che prese spunto dalla realtà)

Nel cuore dell’Honduras c’è una piccola area urbana, La Unión, popolata da agricoltori molto poveri. All’apparenza non ha nulla di diverso da altre zone dell’America Centrale, ma è citata in decine di riviste scientifiche, paper accademici o articoli divulgativi, per via di un fenomeno inspiegabile. Ogni anno, d’estate, il cielo si rannuvola, si odono dei tuoni in lontananza e si scatena una torrenziale pioggia di pesci che può durare ininterrottamente per ore e ore.

Diverse sono le ipotesi degli esperti: c’è chi chiama in causa le trombe marine, chi ritiene che le perturbazioni “normali” gonfino certi corsi d’acqua sotterranei spingendo in superficie tutta la fauna che ci vive dentro, ma nessuna delle due teorie è mai stata comprovata. Dopo oltre un secolo questo fenomeno continua a stimolare l’immaginazione di molti. Proprio come nel 1957, quando Romano Scarpa ne ricavò il soggetto per una nuova storia a fumetti con i personaggi Disney: Paperino e la leggenda dello scozzese volante.

paperino e la leggenda dello scozzese volante romano scarpa
La “ben strana pioggia” nell’incipit della storia

Scarpa ragionava per accumulo, si divertiva a infarcire le vicende di battute, siparietti, scene d’azione, monologhi e trovate bizzarre (o meglio, “inusitate”, per usare un termine a lui caro). Era raro che strutturasse una storia lineare, facente capo a un solo personaggio o a un solo genere. Intessere trame complesse, ricche di fili narrativi da intrecciare o dispiegare è sempre stata la specialità della casa. Tanto è vero che tutti i suoi fumetti migliori nascevano dalla fusione – sensata – di temi e soggetti molto diversi fra loro, apparentemente scollegati.

Paperino e la leggenda dello scozzese volante lo dimostra molto bene. Da qualche tempo Paperone si sente depresso e per combattere la solitudine decide di acquistare un animale domestico, il kaibì, un volatile che si nutre solo di mezza sardina alla settimana. Sfortuna vuole che nel giro di poco questo pesce scompaia misteriosamente dal mercato. Zione e nipoti scoprono che c’è lo zampino di un vascello “fantasma”, capitanato da un loro vecchissimo antenato che è lo stesso responsabile delle piogge in Honduras, e che deve finire di scontare una pena per aver saccheggiato i poveri abitanti del luogo, in un remoto passato coloniale.

Oggi uno sceneggiatore qualsiasi ne ricaverebbe come minimo una serie di quattro puntate, o metterebbe da parte qualche idea per i progetti futuri. Ma Scarpa non era una penna parsimoniosa. Quando poteva, preferiva sacrificare l’afflato epico a beneficio del ritmo, a costo di giocarsi subito una buona gag o un’intuizione fenomenale su cui costruire un’altra storia. Nella Leggenda dello scozzese volante i fili narrativi sono tre e ruotano tutti attorno allo stesso tema. Nella prima parte Paperone va a caccia di sardine per sfamare la bestiola, mentre nella seconda assistiamo al racconto del suo avo, che per secoli ha fatto lo stesso ma per ragioni quasi opposte: non per altruismo, ma per rimediare alla propria avidità. Nel frattempo, sullo sfondo e nell’incipit, continuano a piovere pesci in Honduras.

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Qualche informazioncella…

Con così tanta carne al fuoco è quasi impossibile ascrivere la storia a un genere preciso. C’è una forte componente avventurosa, che si respira fin dal soggetto, ma che non toglie spazio alla commedia urbana (memorabile l’inseguimento del gatto per la città) o all’horror, con Paperone che si incatena come un forzato per espiare le proprie “colpe” ai danni del kaibì e del suo patrimonio.

Ma a fare la differenza sono gli espedienti comici. Quando pensava ai dialoghi e alle gag, Scarpa aveva in mente le strisce giornaliere di Floyd Gottfredson, che si concludevano sempre con una battuta o un cliffhanger per invogliare i lettori a seguire la vicenda. Questa tecnica non si prestava per Topolino, ma Scarpa fece lo stesso qualche tentativo, specialmente nelle storie con i topi. Capì che era l’unico modo che aveva per dare fondo al proprio raptus creativo, perché lo obbligava a escogitare una trovata ogni quattro vignette e gli consentiva di tenere sulle corde chi leggeva, senza ricorrere a didascalie inutili. Ben presto avrebbe adottato questo approccio anche al cast di Paperopoli (come dimostra l’immagine più sopra).

Affari in famiglia o affari di famiglia?

Paperino e la leggenda dello scozzese volante termina con una sequenza che, da sola, basterebbe a riassumere lo spirito con cui Scarpa rifiniva i suoi personaggi. Paperone, dopo aver concluso un affare vantaggioso con il vecchio antenato, si lascia scappare una frase che fa luce su ciò che lo ha spinto ad agire così: assicurare un po’ di riposo all’avo senza farlo sentire umiliato. Alle sue spalle Paperino e i nipotini lo fissano sbigottiti, dando corpo allo stupore dei lettori.

Finali a confronto. Da un lato, ‘Zio Paperone e la Stella del Polo’ (1952); dall’altro, ‘Paperino e la leggenda dello scozzese volante’

La vulgata vuole che Scarpa si fosse fatto un’ottima opinione di Paperone e che lo ritenesse un personaggio propositivo, dinamico, altruista, di buon cuore, pronto a scherzare con i suoi parenti. Sul piatto opposto della bilancia c’è sempre stata la maschera spregevole e arrivista di Guido Martina, che aveva ignorato quasi del tutto il retroterra sentimentale del miliardario scozzese. Eppure questa visione delle cose è molto parziale. È vero, Scarpa credeva senza riserve nell’umanità di Paperone, ma per lui era quasi scontato che il suo cuore fosse d’oro, perché traspariva chiaramente già dai fumetti più maturi di chi l’aveva creato, cioè Barks.

Dipingendogli un’espressione benevola sul becco, Scarpa non disse niente di nuovo su di lui. È un’immagine perfetta, ma non è quella a cui dovremmo rifarci quando lodiamo i personaggi a tutto tondo del fumettista veneto. Se facciamo un salto all’indietro di poche tavole ne troviamo una migliore, dove Paperone interrompe il racconto dell’avo ma è subito zittito dal nipote, che non si cura nemmeno della sua reazione. E prima ancora, a bordo di un peschereccio, si era respirata la stessa atmosfera: il ricco zio aveva imposto la propria decisione ma era stato “superato” dai parenti che, dopo essersi ammutinati, gli avevano dimostrato di avere ragione a non voler conservare un intero bastimento di sardine nella stiva della nave.

Il Paperone di Scarpa è, più ancora di quello di Barks, un individuo fragile e fallace che sogna di elargire le proprie ricchezze, ma che è addirittura capace di sperperarle dietro a una minestra di lenticchie. Se non vivesse decine di avventure, sarebbe davvero «solo un povero vecchio» bisognoso di cure. Di lui non ci vengono quasi mai mostrate le leggendarie ricchezze, pur non essendo messe in discussione, ma solo qualche amuleto o una stanza da letto un po’ spartana. In Paperino e la leggenda dello scozzese volante i nipoti lo trattano quasi con tenerezza: non ne sono schiavizzati, come capita di norma nei fumetti di Martina, ma non si trovano nemmeno al cospetto di un genio sul finire degli anni che conosce ancora qualche trucchetto per farsi beffe dei rivali, bensì di un anziano (un po’ suonato) che soffre di depressione. Paperone è invecchiato, ha perso colpi. E quando i suoi familiari non lo assecondano, lo ricoprono di attenzioni.

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I panni sporchi si lavano in famiglia. Anche ad alta quota

Paperino, invece, è rimasto lo stesso di sempre. Il classico “papero medio” che non ha una chiara percezione della realtà e che si lascia trasportare dagli eventi. «Un pasticcione nato, un inconcludente, un buono a nulla, uno scansafatiche», lo vidimava l’autore. Scarpa non era molto generoso nei suoi confronti ma, al contrario di Martina, ha sempre rispettato la sua indole ribelle e non l’ha mai ridotto a uno stereotipo dell’accidia. Nelle sue prove migliori Paperino è un perdente che si dà da fare per ribaltare un risultato già scritto nel match esistenziale contro la malasorte. A volte ha delle buone idee, e assistere al loro fallimento ci fa empatizzare con lui.

In una scena dello Scozzese volante tenta di far mangiare al kaibì delle sardine sott’olio, che al volatile fanno ribrezzo. Per convincerlo impianta una messinscena da Oscar, fingendosi un pescatore e ricorrendo all’elettrotecnica per far credere che la sardina sia viva e guizzante. Naturalmente il tentativo va in fumo, ma è molto importante che ad avere l’idea sia Paperino perché è l’unico da cui ce la si può aspettare, complice il suo pensiero laterale. Qui, Quo e Qua, invece, sono l’emblema di una mentalità più quadrata e razionale, e non a caso poco dopo fanno notare che sarebbe stato più semplice rivolgersi alla ditta produttrice piuttosto che complicarsi la vita in quel modo.

Una parola va spesa anche sull’antenato scozzese a bordo del vascello volante che, come tutti gli altri personaggi creati da Scarpa in carriera (da Brigitta a Filo Sganga), può essere descritto con un solo aggettivo: enfatico. Il suo modo di porsi, il suo lessico, le sue smorfie di rabbia o di stupore tradiscono uno scavo psicologico un po’ manicheo, mitigato proprio da questi aspetti di facciata e dalla sua backstory, senza la quale scadrebbe nello stereotipo. Scarpa forse ne era consapevole, infatti gli dedicò pochissimo spazio, quel tanto che bastava al lettore per accorgersi che, sotto sotto, altri non era che il “gemello diverso” di Paperone. Un individuo nel quale il multi-miliardario poteva anche riconoscersi per riflettere più a fondo su se stesso.

Dallo Scozzese all’Olandese volante

Scarpa, proprio come Barks, adorava rivisitare la Storia e le sue leggende. Sia quelle del presente, come le famigerate piogge di sardine in Honduras, sia quelle del passato, come la vecchia favola dell’Olandese volante che, stando ai racconti dei marinai, invece di solcare le acque fende i cieli. Nel 1957 il maestro dell’Oregon era un riferimento obbligato, dato che si era già misurato con miti di ogni tempo e cultura (unicorni, serpenti marini, magie persiane), ma il veliero misterioso mancava ancora all’appello. Barks avrebbe rimediato due anni più tardi con Paperino e il vascello fantasma, una storia molto diversa da quella di Scarpa, almeno tanto quanto lo erano le posizioni dei due autori riguardo al mito e al fantastico.

olandese volante carl barks
L’Olandese volante secondo Barks, da ‘Paperino e il vascello fantasma’ (1959)

Barks, ad esempio, aveva un’ironia pungente. Quando doveva riscrivere qualche leggenda in chiave disneyana se ne faceva amorevolmente beffe, la ridimensionava in modo drastico per invitare i lettori ad abbandonare ogni forma di superstizione. Logico quindi che per lui la nave fosse semplicemente un miraggio, la proiezione di un relitto imprigionato nei ghiacci, e non lo spettro colpito da una maledizione. Secondo Scarpa, invece, l’Olandese (pardon, Scozzese) vola davvero: il legno si è talmente corroso col passare degli anni che per sollevarsi gli basta uno spiffero. A ribadire la lucida follia su cui poggiano tutte le storie del fumettista veneto, e che ha influenzato tantissimi altri autori italiani, da Rodolfo Cimino a Giorgio Pezzin a Casty.

La “storia della pioggia di sardine”, come la ricordano gli appassionati, resta quindi un’opera seminale, che permise a Scarpa di fare propri i personaggi e far dire loro cose nuove senza snaturarli. Anzi, le loro origini furono rispettate a tal punto che gli edifici di Paperopoli furono disegnati per assomigliare alle villette di periferia americane, con le finestre a saliscendi e con le pareti esterne costituite da assi sovrapposte per impedire le infiltrazioni d’acqua. Due dei (tanti) dettagli che sprovincializzarono il racconto ricollegandolo alla tradizione statunitense.

Eppure Paperino e la leggenda dello scozzese volante riservò anche qualche dispiacere a chi l’aveva realizzata. Stando alla testimonianza di Luciano Gatto, che aveva inchiostrato la storia, alcune tavole originali erano custodite nello stesso deposito della documentazione relativa a Rete 4, che Mondadori aveva fondato nel 1982. Due anni dopo, in seguito alla cessione del canale da Mondadori a Fininvest, tutto il contenuto di quel deposito finì al macero, originali compresi.

Un vero peccato, perché, se solo qualcuno li avesse custoditi, oggi potrebbe possedere i semi di un capolavoro.

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