Il Rorschach di Tom King tra cospirazioni e paranoia

rorschach tom king

Un attentato ai danni del candidato per la presidenza degli Stati Uniti Turley, nel corso di un comizio elettorale, è sventato all’ultimo secondo. La coppia di malintenzionati dietro al tentato omicidio – un anziano vestito da Rorschach e una ventenne nei panni di una cowgirl – vengono abbattuti senza pietà dagli agenti dell’intelligence incaricati di vigilare sulla sicurezza dell’evento. La minaccia è disinnescata, ma per la polizia rimangono diverse domande a cui trovare una risposta. Chi erano i due terroristi? E quale era il loro movente? 

Da questo spunto prende il via la serie Rorschach, scritta da Tom King per le matite di Jorge Fornés e i colori di Dave Stewart. Forse si tratta dell’incursione nell’universo di Watchmen più vicina alla fonte originale, sia per tematiche che nello stile. In questo caso però, nello scorrere della narrazione, superpoteri e costumi bizzarri quasi non vengono neppure menzionati, e gli autori hanno preferito concentrarsi piuttosto sulla psicologia dei personaggi e su una disincantata descrizione del presente.

A livello superficiale Rorschach è a tutti gli effetti un fumetto investigativo, dal ritmo lento e compassato, dove seguiamo passo passo le indagini portate avanti da un risoluto detective senza nome. Si tratta di un richiamo esplicito all’avvio di Watchmen, dove due agenti di polizia ci accompagnano sulla scena del crimine. Nella saga di Alan Moore e Dave Gibbons a morire era il Comico, qui invece è un emulo del più violento dei vigilanti narrati in quelle pagine.

Rorschach Tom King

La scelta coraggiosa di Tom King in Rorschach è quella di optare per una scrittura asciutta, figlia di certo poliziesco anni Settanta. I piani temporali scorrono con agilità uno sopra l’altro – aspetto facilitato dalla colorazione di Stewart, che guida in continuazione il lettore – mentre indizi e svolte investigative vengono a galla poco a poco. Non si tratta di un fumetto pieno di effetti speciali o di svolte drammatiche troppo forzate. La stessa griglia delle pagine è regolare, cambiando il numero di riquadri ma evitando layout troppo eclettici.

Fornés fornisce una prova esemplare e mantiene il polso della narrazione in maniera molto più decisa dello sceneggiatore. Il suo tratto pare riprendere quello di Gibbons, così misurato e discreto, a cui associa una regia impercettibile. In nessuno dei 12 numeri della serie ci sono stacchi o aperture roboanti. Si ha sempre l’impressione di essere testimoni silenziosi di una catena di eventi che si svolgerebbero benissimo anche senza il nostro sguardo.

Se dovessi fare un paragone con una serie televisiva – modello linguistico a cui evidentemente Tom King si inspira per Rorschach – probabilmente il nome più convincente sarebbe Mindhunter di Netflix. Lenti movimenti di camera, la classica regia invisibile di David Fincher e più attenzione alla costruzione dei dialoghi rispetto a one-liner spacconi e gratuite esplosioni di spettacolarità.

Il legame della serie a fumetti con la televisione è tangibile anche da come pesca dall’ottimo prodotto HBO creato da Damon Lindelof nel 2019 e basato sul Watchmen originale. Prendiamo a esempio lo strano limbo in cui è ambientata. Non esistono i cellulari – il massimo della tecnologia è il cercapersone – Osama Bin Laden è stato catturato a inizio 2001 e un poliziotto può permettersi di malmenare in maniera piuttosto spinta tre sospetti senza sollevare il minimo dubbio circa il suo operato.

La paletta cromatica e l’abbigliamento dei protagonisti ingannano il lettore facendogli credere che la vicenda sia ambientata negli anni Ottanta, ma in realtà siamo nel 2021. E, come nello spin-off televisivo, Robert Redford è Presidente degli Stati Uniti. Questa intersezione con un prodotto di cui nessuno si era posto il problema se fosse aderente o meno a un presunto canone – la definizione stessa era difficile: sequel? spin-off? reboot? – è testimonianza di una scrittura labirintica, che affastella richiami e collegamenti ma non chiarisce mai quale sia il punto della situazione.

Il protagonista di Rorschach è un fumettista reso famoso dalle sue storie di pirati, ma non stiamo parlando di QUEL fumetto sui pirati. Sarebbe stato troppo facile. Anche l’aspetto metalinguistico contribuisce ad aumentare la confusione. Per esempio a un certo punto compare un fumettista di nome Frank Miller, ispirato anche graficamente alla sua controparte reale, autore di The Dark Fife Returns e parte integrante del complotto cospirazionista tipicamente alt-right che porterà all’attentato del primo volume. Omaggio al revisionismo supereroico portato avanti negli anni Ottanta dal vero Frank Miller? Oppure riferimento velenoso alle sue derive reazionarie diventate sempre più frequenti con il passare degli anni? 

In Rorschach si attinge a piene mani dal fumetto come dalla televisione, mantenendo il risultato di un tale ginepraio di richiami volutamente impalpabile, mentre il senso di minaccia è costante e tangibile. Con il passare dei numeri il confine tra realtà e finzione si sfalda sempre più, e il nostro protagonista finisce per sprofondare nella follia. Come in una sorta di Taxi Driver è impossibile capire quanto il finale sia autentico e quanto invece stia succedendo solo all’interno della sua testa.

Dobbiamo essere noi stessi a leggere tra le righe e a decodificare i continui, minuscoli indizi disseminati dagli autori. Quando l’ultima battuta di un episodio è «Hurm», messa in bocca al protagonista ormai ossessionato in maniera irreversibile dall’eredità di Walter Kovacs e contenuta in un balloon dai bordi seghettati e tremolanti, è facile intuire cosa succederà nel numero successivo (il link non riporta alla serie di cui si sta parlando, ma immagino che possa trattarsi comunque di spoiler). Il piano della follia è ormai percorso per intero. Eppure non si tratta di un semplice giochetto narrativo, anzi. L’impressione è che Tom King abbia fatto davvero sul serio con questa sua interpretazione di Rorschach.

Rispetto al progetto Before Watchmen di qualche anno fa – incentrato maggiormente sul far collimare la poetica di ogni autore con il personaggio più congeniale – questa nuova iterazione del capolavoro di Moore e Gibbons trova nel tempismo con cui è stata lanciata la sua principale ragione d’essere. Dopotutto Walter Joseph Kovacs è una sorta di esponente in anticipo sui tempi della moderna alt-right. Vive in un mondo tutto suo, dove ogni aspetto della nostra società cade a pezzi sotto l’influenza di una presunta e inarrestabile decadenza.

Rorschach Tom King

In Watchmen, mentre tutti si ammorbidiscono e finiscono per sciogliersi come cristalli di neve, lui è l’unico a non arretrare mai di un passo. «Tutte le puttane e i politici leveranno lo sguardo gridando “Salvaci!”… E io dall’alto gli sussurrerò: “No”» era una delle sue battute più famose e rappresentative. Il New Frontiersman di cui è accanito lettore e a cui spedisce il suo diario prima di intraprendere l’ultima missione non è che la versione primigenia dei vari Alex Jones e dei loro Infowars.

Nella serie televisiva il suo operato ispirava un intero movimento di suprematisti bianchi, che troppo assomigliano ai malfamati Proud Boys o Boogaloo che abbiamo imparato a conoscere durante l’ultima campagna per la Presidenza per Stati Uniti. Se avessimo la possibilità di osservare questi anni dall’esterno l’aspetto più palese sarebbe sicuramente la completa confusione tra la realtà e le varie narrazioni che ogni giorno riempiono social network e gruppi Telegram. Ognuno si crede portatore di una verità assoluta, anche se crede nelle fesserie più assurde.

Non è più così raro assistere, anche in luoghi istituzionali, ad accorati discorsi basati sulle credenze più folli, così come non ci si stupisce di vedere uno sciamano italo-americano con tatuati simboli della mitologia norrena su tutto il corpo mentre prende d’assalto il Congresso degli Stati Uniti. Senza arrivare oltreoceano basta la narrazione portata avanti da Byoblu, o una puntata qualsiasi della Zanzara, per capire quanti aspiranti Rorschach ci siano in circolazione. È ironico come tutti i complottisti si rivedano invece in un altro protagonista dei fumetti di Moore, il misterioso e machiavellico terrorista nascosto dietro la maschera di Guy Fawkes, quando invece sono pericolosamente simili a un picchiatore religiosamente convinto di avere il diritto di imporre la sua visione del mondo con la violenza.

Rorschach Tom King

La completa immersione in una narrazione pervasiva e soffocante può convincerci di qualsiasi cosa, impiantando sotto pelle il seme della violenza e dell’intolleranza. Ed è proprio questo il punto di tutta la serie. Tom King, Jorge Fornés e Dave Stewart raccontano di come l’eredità di Rorschach si estenda di persona in persona seguendo un’intricata serie di collegamenti, arrivando infine a intaccare la capacità di valutare la realtà. 

Evitando facili didascalie gli autori ci consegnano un fumetto che abbraccia alla perfezione l’originale ma che ci proietta dalla Guerra Fredda ai nostri giorni, spostando il campo di battaglia dall’esterno all’interno. Ci riesce evitando l’approccio esplicitamente politico ma rimanendo un racconto appassionante e carico di tensione. Scritto e disegnato in maniera ottima, oltre che ben allineato ai grandi esempi di narrazione mystery a cui anche lo streaming ci ha abituato negli ultimi anni.

Rorschach 1 – 12
di Tom King, Jorge Fornes e Dave Stewart
traduzione di Leonardo Rizzi
Panini Comics, aprile 2021 – marzo 2022
spillati, 24 pp., colori
3,00 € ad albo (acquista online)

Leggi anche: “Peter Cannon: Thunderbolt” vuole superare “Watchmen”

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su InstagramFacebook e Twitter.