Il ritorno di Mefisto su “Tex” fa paura

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Che cosa definisce la modernità di un personaggio, soprattutto se si tratta di un cattivo? Se lo sono chiesti per mesi o forse per anni autori e dirigenti di Sergio Bonelli Editore, sino ad arrivare a maturare un’idea: i cattivi sono importanti quasi quanto i buoni, e bisogna accettare l’idea che ritornino. Solo, bisogna trovare un twist, un modo per reintrodurli in maniera tale che siano diversi pur rimanendo fedeli a se stessi.

La ricetta è questa, e Tex la applica con grande precisione: il ritorno di un arci-cattivo, che forse si candida a diventare la nemesi di Tex Willer, cioè Mefisto. Che con il numero 738 di Tex serie regolare, intitolato Il manicomio del dottor Weyland, scritto da Mauro Boselli (che è anche il curatore della serie) e disegnato da Gianluca e Raul Cestaro con la copertina del “solito” Claudio Villa, non solo torna in pista ma lo fa alla grande. L’arco della storia, il formato di racconto lungo che Boselli predilige, si snoderà per sette mesi sino all’ottobre di quest’anno. Abbiamo deciso di seguirla passo passo, anche perché la stessa Bonelli sta dando particolare rilievo al ciclo inserendo un logo, una grande “M” colorata, in copertina di tutti i numeri che raccontano le vicende di Tex e Mefisto, aka Steve Dickart.

In antitesi al razionalismo di Tex – uomo pragmatico e capace di grandi e rigorose sintesi per smontare qualsiasi fenomeno trascendente o paranormale – Mefisto è un illusionista che è andato un passo oltre, che ha aperto una porta che non doveva toccare e ne ha oltrepassato la soglia.

Mettere le carte in tavola

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Come tutte le saghe moderne e di grande respiro che si rispettino, questa prima avventura parte in quarta con una sequenza di una dozzina scarsa di tavole che potremmo chiamare “il sogno di Yama“. Dove Yama è il figlio di Mefisto, Blacky Dickart, che ha cercato di vendicare il padre ucciso da Tex abbracciando magia e arti oscure in passato ma venendo sconfitto duramente dal ranger. Boselli, che ama creare una continuità e coerenza nella più che settantennale vita di Tex, ha messo ordine anche in questo angolo e ha invertito i fattori, come si capisce a partire dalla fine del sogno.

Yama infatti sogna di sconfiggere e distruggere Tex, Carson, Kit e Tiger, ma in realtà sta delirando ed è il padre stesso Mefisto, evocato e comparso all’interno di una sfera magica in una profonda grotta, a spiegare che «non è così che andò a finire! E tu lo sai!». Yama è prigioniero della sua stessa mente e fisicamente trattenuto in stato di sedazione nel manicomio di San Francisco.

Facciamo conoscenza con due personaggi che avranno un ruolo chiave nelle prossime pagine: il giovane dottor Crane, appena arrivato al Black Mountain Lunatic Asylum, e l’infermiera Ruth Wilson (con l’aggiunta di un infermiere e uomo di fatica di stazza importante che ritroveremo più avanti). Crane è il personaggio perfetto per introdurci nel mistero del manicomio d’avanguardia, con una struttura e architetture d’interni ben rese dai disegni in generale un po’ sporcati dei Cestaro. In pratica, Crane e la sua guida, la Wilson, servono per contestualizzare la scena dove si aggrumano i misteri senza svelarli, incluso il misterioso fondatore della clinica, il dottor Weyland.

Con una serie di passaggi anche storicamente interessanti: una tavola sulla cura dell’isteria femminile che pare presa da un libro di storie dell’orrore ottocentesco, seguita da un’altra di contenimento dei matti con strumenti di moderna tortura “elettrica”. Il sanatorio sembra più una fabbrica il cui prodotto sono i sistemi di contenimento dei malati di mente. Ma sono veramente tali?

L’incontro con Weyland

Ci sarà tempo per incontrare Tex e i suoi, sostiene Boselli. E infatti per le prime trentacinque tavole non se ne vede l’ombra, se non nelle primissime (ma si tratta di un sogno). Invece c’è l’incontro con il dottor Weyland, con la tensione di uno studio vuoto dove è lasciato il dottor Crane, che trova anche un ritratto di Lily Dickart, la sorelle di Mefisto, che dovrebbe essere rassicurante ma che invece è di suo pauroso.

Mentre Crane comincia a trovare cose strane e “magiche” (ma in senso molto negativo) si arriva finalmente al professor Weyland, che emerge da lontano e compare in primo piano solo nell’ultima vignetta di pagina 34. Una battuta e via, Mefisto ha fatto la sua entrata in scena rivelando finalmente il suo volto. E a quel punto noi cambiamo di nuovo scena.

Le fogne di San Francisco

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Emerge più chiaramente che questa non è, almeno per adesso, una storia del West, intesa come grandi praterie e altro. Invece siamo nelle fogne di San Francisco, la città più moderna della costa occidentale, dove i quattro pards sono stati varie volte e hanno anche un po’ di amici (Mike e il capo della polizia Devlin), che stiano per incontrare.

L’azione però comincia ancora senza Tex o i suoi: come detto siamo nelle fogne della città dove sta avendo compimento un delitto. Un maniaco sta minacciando di uccidere un ragazzino che distribuisce i giornali. Lo strillone si chiama Willy e il cattivo Harry Gradmore, il “Macellaio di Mission District”. È un’operazione di polizia in stile Tex Willer: con una finta portata avanti da Kit Carson è Tex a risolvere tutto con una combinazione destro-sinistro. 

Mentre il Macellaio va al tappeto, entriamo in una delle sottotrame della storia, come scopriremo in seguito. Intanto, noi passiamo all’Alameda Hotel. Assieme a Tex e a Carson incontriamo il titolare dell’hotel, Mike, e il capo della polizia di San Francisco, Devlin, entrambi avviliti quando si apprende che il Macellaio non sarà giustiziato ma, giudicato pazzo da un giudice, verrà mandato al manicomio criminale Black Mountain Asylum. A quel punto arrivano anche Kit e Tiger Jack per completare il quartetto.

Una pista fra le montagne

Cambio di scena. Seconda entrata al manicomio, questa volta con una inquadratura basata su un campo ancora più lungo: due poliziotti scortano il cattivo al manicomio. È la scusa per vedere dal di fuori come si arriva a Black Rock Asylum e com’è entrare nella grande struttura, ben disegnata ed evidentemente messa in mostra in maniera così dettagliata per fare da sfondo alle prossime avventure dei nostri eroi. Boselli ci ha abituato a questo tipo di effetto visivo che è molto cinematografico e al tempo stesso aiuta a portare avanti la trama perché ci fa familiarizzare con un nuovo luogo che poi si rivelerà cruciale. 

Ed è un bene che familiarizziamo perché la struttura è davvero grande: un fortino con un ampio giardino e una villa nel mezzo, dove risiedono il personale e i pazienti. Questa volta a stupirsi è il Macellaio, che si chiede come fare a scappare. E scopre invece non solo che la sua volontà è rapidamente soggiogata da quella del professor Stephen Weyland (al punto che viene lasciato libero e gli sono tolti i ceppi) ma che molti degli inservienti e persino l’infermiere di grossa taglia delle prime tavole della serie sono in realtà efferati criminali diventati docili come agnellini.

Nel manicomio infatti diventa evidente che sono riuniti tanti criminali, sottratti alla sedia elettrica e lasciati nelle mani di una mente ancora più pericolosa, anche se sotto travestimento, cioè Mefisto-Weyland.

Quella sera…

Mentre il dottor Crane va in città a prendere un nuovo paziente finalmente scendiamo nei sotterranei dove si trova il laboratorio di Mefisto e lo vediamo nei suoi veri panni: tra alambicchi e pentoloni, Mefisto evoca Marzedhek, messaggero dei regni oscuri, per fare quello che scopriamo essere il suo trucco migliore: uscire dal proprio corpo ed entrare in quello di altri, a distanza. L’importante è che il corpo originario non venga toccato. Con un “Whoooossh” da film dell’orrore il tratto qui molto espressivo e completo dei fratelli Cestaro ci porta nella città californiana.

San Francisco

Richard Morrison è un vecchio ricco e malato che all’improvviso si riprende (perché posseduto da Mefisto) e decide di uscire per andare a cena fuori al Belvedere Club. È al China Basin, un ristorante alla moda dove, oltre al capo della polizia, sono a cena Tex e Kit Carson. Bistecche e patatine, ovviamente, assieme a un discreto malumore per il ricovero del Macellaio. Qu il capo della polizia Tom Devlin, Tex, Kit e gli altri capiscono che forse è il momento di andare a fare una visita al manicomio di Black Mountain per vedere cosa succede, dato che i giudici stanno «salvando l’osso del collo di Grandmore dalla meritatissima forca» assieme a molti altri, come dice Kit Carson. Il sospetto che il trasferimento di criminali incalliti anche da altri stati possa essere un trucco comincia a prendere corpo nella mente pragmatica di Tex.

È una sequenza lunga, una mezza dozzina di tavole “parlate” attorno a un tavolo. Un classico di Tex, che ha bisogno di alternare alle fasi di azione serie di tavole di spiegazioni (la novità casomai sta nel fatto che Boselli fa ricorso ad atmosfere che portano avanti l’intreccio con uno spirito più dark di quelli degli autori classici di Tex, cioè GL Bonelli e il figlio Sergio alias Guido Nolitta).

La sequenza si anima però con l’arrivo di Morrison, posseduto da Mefisto, che incappa nei nostri beniamini e capisce che si trova in una situazione un po’ complessa. Contemporaneamente, mentre il posseduto comincia ad avere un po’ di giramenti di testa, è il momento di Tiger Jack di fare l’indiano, nel senso che ha la percezione di qualcosa di metafisico che non torna: «Quell’uomo… in lui c’è una specie di ombra!».

È un po’ scontato che il “selvaggio” spiritualmente più puro e misterioso perché in contatto con una magia naturale più ampia, “percepisca” la presenza del soprannaturale “cattivo” grazie al suo “sesto senso navajo”, ma tant’è: Boselli si muove a suo agio con i luoghi comuni dell’universo di Tex Willer e questa dopotutto è un’avventura dark e magica.

Questo in ogni caso basta perché il posseduto vada fuori di testa con una bella sequenza degna di un album horror (le citazioni ci sono) e venga bloccato proprio da Tex con un coltello del pesce spianato. Interviene anche il dottor Crane, che recupera il vecchio impazzito e al tempo stesso entra in contatto con Tex e gli altri. La scoperta che si tratta di un nuovo medico del manicomio accende ancora di più la curiosità di Tex, che a questo punto desidera andare a visitarlo di persona.

Intanto, nel manicomio

Nel frattempo, Mefisto torna nei suoi panni in maniera piuttosto letterale, rinvenendo nel laboratorio e comprendendo che si è presentata una buona opportunità. È il momento di far tornare in scena il Macellaio, che sta cercando di orientarsi. Mefisto lo visita e finisce di sottometterlo (la potenza dei muscoli e della brutalità non può nulla, perché le menti inferiori vengono dominate dalla potenza psichica di Mefisto). In pratica, il Macellaio deve diventare la mano con la quale compiere la vendetta.

Siamo alla tre quarti di questo primo albo ma le sorprese ancora non mancano. Infatti andiamo anche a visitare il sotterraneo più profondo di tutti, dove il fido Mandip (forse indiano, chissà) vigila su Yama, prigioniero della sua mente, una specie di inferno psichico che gli impedisce di liberarsi.

Bella anche la caratterizzazione dell’amore paterno: Yama (sangue del suo sangue) è stato salvato dal fido Mandip ma è giudicato un povero scemo dal padre: «Uno sventurato apprendista stregone! Mio figlio Blacky, che in uno uno slancio di folle ambizione non sostenuta né da forza né da capacità né tantomeno dal suo inadeguato intelletto ha creduto di poter essere pari o addirittura superiore a suo padre! E il fato l’ha punito, attraverso la folgore vendicatrice degli dèi dei neri abissi!». Il ritratto perfetto del padre bipolare, narciso e castrante, insomma.

Il tentativo di salvare Yama quasi lo ammazza e capiamo che qui c’è l’altro nodo della trama: come farà Mefisto a estrarre il figlio dalla follia metafisica e demoniaca? «Fatemi uscire! Voglio uscire!», e l’inferno di Yama sembra più un progetto di Neil Gaiman che non un numero di Tex. Frustrato non tanto per il dolore del figlio quanto per la sua impotenza, Mefisto riflette sullo sgarro subito per via di Tex e dei suoi e promette, parlando al cielo e sollevando la mano ad artiglio: «Avrò la mia vendetta, Mandip! E sarà oscura e terribile!».

La mattina seguente

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Chiariti per bene i conflitti principali e trovate le motivazioni giuste per i vari personaggi, scendiamo finalmente nel concreto. Con quattro tavole di dialogo Tex e i suoi spiegano a Devlin perché stanno andando al manicomio, mentre il dottor Weyland praticamente si rivela a Crane, spiegandogli che ha raccolto informazioni su di lui e può ricattarlo (Mefisto ha scoperto un po’ di errori mortali fatti da Arthur Crane). L’infermiere delle prime tavole intanto si rivela essere il criminale Medina, che spiega al Macellaio come gli convenga collaborare, perché lo stregone è potente e fa star bene tutti se gli sono fedeli e gli obbediscono alla lettera.

Scendiamo tutti nel sottoscala dove, nel laboratorio segreto, Mefisto fa vedere a tutti i “cattivi” con una proiezione magica sopra il focolaio l’arrivo dei nostri eroi a cavallo. Una specie di ologramma di Star Wars, per intendersi, che serve solo a indicare in maniera chiara “Quelli sono i miei nemici” e motivare le truppe su chi colpire. Scopriamo che tra gli alleati di Mefisto ci sono strangolatori, avvelenatori, sventratori, ingannatori, locandiere assassine e un ruffiano. È il Macellaio stesso a chiedere di avere un ruolo attivo per far fuori i pards che lo hanno arrestato. In realtà, Mefisto ha un piano più articolato: non vuole uccidere i nostri nel manicomio, ma vuole ingannarli ancora una volta di più.

Il Black Mountain Asylum

Per la terza volta ritorniamo a vedere da zero il manicomio: questa volta sono i nostri eroi a vedere “il castello”. I pards si stupiscono, e Devlin che li accompagna spiega la nascita del manicomio risalente a una decina di anni prima, ricollegandolo all’idea del personaggio reale dietro al racconto, lo psichiatra Thomas Story Kirkbride (1809–1883), che ne aveva progettati alcuni “solari e luminosi” sulla costa est.

Mentre Weyland e alcuni suoi fidi escono da un passaggio segreto lontano dall’entrata principale per andare a fare altro, rimangono alla guida il dottor Crane e l’infermiera Wilson. Qui c’è uno sdoppiamento. In pratica, Tex e i suoi rimangono in “stallo” al manicomio, dove trovano il povero Morrison chiuso in una cella imbottita con la camicia di forza (un filo anacronistico ma ci sta). Crane fa del suo meglio per illustrare l’aspetto “positivo” del manicomio, fino a mostrare il Macellaio completamente soggiogato.

Intanto, con una pattuglia di assassini su una carrozza Mefisto arriva in città e si dirige alle Wells Fargo Bank dove vuole mettere a segno il colpo dell’anno con due complici che intanto si prendono cura anche della gioielleria Shreve & Co. all’angolo (gioiellieri storici, figli della corsa all’oro, presenti a San Francisco nella realtà dal 1852). Fumi ipnotici e finezze servono a incantare il personale della gioielleria. Mentre Tex vede il Macellaio addormentato che riposa sul tavolaccio adibito a letto, chiuso in una cella e “neutralizzato”, il numero si chiude con la promessa di mostrare cosa succederà con I misteri di San Francisco, albo di Tex numero 738.

Yama e Mefisto

Prime considerazioni su questo album di esordio della serie: la storia parte bene, bella distesa. Il tono è quello giusto, il racconto porta avanti un buon numero di personaggi in parallelo e ben caratterizzati ma senza creare confusione nel lettore. Il fronte è ancora sufficientemente aperto da consentire ribaltamenti e cambi di casacca (quale cattivo tradirà? quale buono sarà ucciso?) mentre la tensione alla fine del numero è abbastanza alta da far venire la voglia di andare avanti per vedere cosa sta per succedere.

Il disegno è quello giusto: il nero quasi a carboncino, con sfumati e tratteggiati che tendono a scomparire in prospettiva rende l’idea di un’indagine dell’incubo senza esagerare nelle inchiostrature o nelle deformazioni, come invece ci ha abituato per anni Dylan Dog. Il disegno di questo albo di Tex rimane sempre chiaramente leggibile, a tratti un po’ legnoso, ma i momenti di esaltazione mistica ci sono e sono forti. E le inquadrature notevoli, restituendo quella sensazione da film Western classico che fa parte dello stile del ranger texano.

Dal punto di vista più tecnico i fratelli Cestaro sono bravi soprattutto nella tecnica della sovraesposizione, con linee chiare che scompaiono o sfumano come in una immagine troppo schiarita: è un effetto gradevole di “bruciato” delle linee più sottili che offre un generoso contrasto con le tavole più cupe ed espressivamente scure. Vedremo nella prossima puntata come procederà anche questo fronte, ricordiamoci che a un certo punto Fabio Civitelli darà il cambio ai fratelli Cestaro.

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Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. La sua newsletter si intitola: Mostly Weekly.

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