RubricheMarginiArchitetture mistiche tra Lovecraft, Nihei e Vaughn-James

Architetture mistiche tra Lovecraft, Nihei e Vaughn-James

Ogni 15 giorni riflessioni sulla narrazione annotate tra le parti bianche di ogni pagina scritta e disegnata. "Margini", una nuova rubrica di Fumettologica a cura di Tonio Troiani.

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Un’immagine da “Blame!” di Tsumoto Nihei

Michel Houellebecq è da poco tornato in libreria con un nuovo lavoro, forte di un titolo emblematico e scontato: Annientare. Purtroppo, dopo l’estenuante lettura di Sottomissione, non nutro molte aspettative. Preferisco ricordarlo prima della fase spettinata e barboneggiante, quando scriveva lavori esaltanti come Le particelle elementari o dedicava un piccolo saggio al solitario di Providence: H.P.Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita.

Il breve saggio di Houellebecq, edito nel 1991 e poi in una seconda edizione nel 2005 (con tanto di postfazione per l’edizione inglese a cura di Stephen King) traccia una biografia sentimentale dello scrittore americano, soffermandosi su alcuni snodi della peculiare visione del mondo che trapela non solo dai grandi testi della maturità, ma soprattutto dal fittissimo scambio epistolare che ebbe con amici, seguaci e scrittori. Al di là dello sprezzante nichilismo – una specie di indifferenza nei confronti del mondo e della vita – e del razzismo che occupano buona parte del saggio, ci sono alcune pagine che Houellebecq dedica al tema dell’architettura. 

Secondo Houellebecq, quando si leggono per la prima volta i racconti di Lovecraft ciò che scatena le impressioni più intense sono le descrizioni architettoniche. Queste strutture colossali, poco inclini a essere rappresentate razionalmente, ma che generano uno stato d’animo prossimo allo sgomento, producono «un’esplosione violenta e definitiva». L’accumulo di aggettivi e di punti esclamativi, l’entusiasmo con cui Lovecraft descrive questi edifici impossibili che potrebbero sfidare le costruzioni di Piranesi lo conducono alle porte di una frenesia estetica.

Houellebecq è certo che queste descrizioni così stimolanti non possano trovare un corrispettivo pittorico o cinematografico: nessuna immagine è in grado di catturare il delirio estetico di Lovecraft. La nona arte si è spesso cimentata con l’adattamento dei grandi testi di H.P. Lovecraft, spesso con ottimi risultati. Alberto Breccia e Gou Tanabe hanno posto in essere due interpretazioni diametralmente opposte: il primo con uno stile espressionista e prossimo all’astrattismo, dove il gesto – anch’esso mosso da una frenesia estetica – veniva prima di tutto, il secondo con un tratto certosino, che ricorda il chiaroscuro e la smania del dettaglio del Gustave Doré illustratore della Commedia.

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La copertina di “The Cage” di Martin Vaughn-James

Ma, in realtà, i tentativi di catturare le descrizioni architettoniche lovecraftiane non riescono a cogliere il segno. Forse sono altre le opere che restituiscono questo delirio mistico. Mi sovvengono alcuni fumetti che sono capaci di suscitare il medesimo sgomento: Blame! di Tsutomu Nihei e The Cage di Martin Vaughn-James. Due lavori distanti e, per certi versi, opposti, ma che convergono nell’intento di liberare lo spazio dall’essere una semplice scenografia su cui le cose appaiono o succedono: non uno spazio d’azione, ma uno spazio in azione

Tsutomu Nihei studia architettura, ma decide come altri suoi colleghi di dedicarsi al fumetto. La sua opera d’esordio, serializzata tra il 1997 e il 2003, Blame! – con tanto di punto esclamativo – usa un’onomatopea per descrivere la quest di Killy. Definire la trama esile sarebbe quasi un eufemismo: il protagonista, dalle sembianze umane, si muove all’interno di una città smisurata alla ricerca di umani superstiti dotati del gene terminale, unica chiave di accesso alla rete e unica possibilità per poter fermare la smania costruttrice degli esseri di silicio che hanno innalzato la vertiginosa realtà in cui si muove Killy.

Ma, come dicevamo poc’anzi, la trama sembra un pretesto per permettere a Nihei di edificare spazi improbabili in cui la vertigine si riflette nelle abissali strutture fuori misura immaginate dal mangaka, che smarrisce il senso di misura addentrandosi sempre più nelle viscere di una Città inutile e inospitale. La desolazione, le vertigini e lo sgomento nutrono uno sguardo che perde ogni senso della proporzione. Il lettore è gettato lungo una verticalità senza alto e senza basso, senza alcuna logica se non quella di colmare – senza alcuna misura – il progetto dei Costruttori, esseri costruiti e programmati solo con il fine di allargare i confini della Città. 

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“Blame!” di Tsumoto Nihei

Gli spazi alieni descritti da Nihei hanno la capacità di fondere l’antico e il futuribile: la completa assenza di presenze familiari, le rare incursioni di esseri transumani ibridati ormai con il silicio, il silenzio costante restituiscono l’idea di una civiltà ormai scomparsa, ma nel contempo le costruzioni vertiginose attive e continuamente mutanti mostrano una città “viva”, in continua trasformazione, una città organica che sembra autosostenersi, totalmente emancipata dalla sua funzione, un’architettura fine a se stessa, priva di qualsiasi funzionalità: un algoritmo incessante, un’emanazione persistente di un programma impazzito, un’intelligenza cieca asservita ad un compito senza scopo. 

La «logorroica schizofonia» di Lovecraft che compare nell’irrefrenabile desiderio di descrivere l’innominabile con una cura maniacale e pedante – una forma quasi schizofrenica e cubista di ipotiposi – sortisce un effetto stordente e, forse, volutamente nauseante. L’irrappresentabile spazio lovecraftiano trova, invece, in Nihei un artista capace di mostrare architetture vertiginose e deliranti che sembrano sospese fuori dal tempo: ormai abbandonate dalla presenza umana, ma brulicanti di organismi transumani. 

L’assenza è, invece, al centro del romanzo grafico di Martin Vaughn-James, The Cage (1975). Influenzato dalla teorie su Nouveau Roman di Alain Robbe-Grillet, l’illustratore britannico dà alle stampe, dopo un lavoro interlocutorio, un’opera allucinatoria e spaesante, dove l’unico protagonista è lo spazio. The Cage è un esercizio di stile, dove lo sguardo del lettore è immerso nella desolazione di una terra ormai priva della presenza umana e dove un tempo non lineare traccia un’ipotetica promenade alla fine dei tempi. Martin Vaughn-James «ha inventato», come scrive lo sceneggiatore e critico Benoît Peeters, «un nuovo genere che si differenzia sia dai fumetti che dalle illustrazioni, un album in cui testo e immagine combattono una guerra sorda e selvaggia, un sontuoso labirinto di sequenze paradossali e intrecci impossibili».

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Una pagina di “The Cage” di Martin Vaughn-James

I luoghi immaginati da Vaughn-James sono apparentemente familiari, ma il suo sguardo descrive delle intime trasformazioni che rendono il consueto perturbante: un dispositivo rigoroso in cui l’estraneo e l’inquietante si compenetrano. Martin Vaughn racconta senza raccontare, mostrando l’incedere del tempo attraverso piccole (per)mutazioni: stanze che progressivamente vengono invase dalla sabbia, muri che si incrinano alla vista (sfaldando la stessa pagina), grandi macchie d’olio, d’inchiostro o molto probabilmente di sangue, una vegetazione aliena che prolifera comprendo delle rovine, quadri e cornici ammucchiate, oggetti ormai liberati dalla loro funzionalità.

Anche in Vaughn – con dispositivi narrativi diversi e totalmente altri rispetto a quelli di Nihei – si rende concreta quella vertigine propria delle aberranti architetture lovercraftiane, nonostante i riferimenti siano altri, come ben evidenza il già citato Peeters. E non è un caso che lo sceneggiatore francese, ma ormai belga d’adozione, abbia compreso la grandezza del lavoro di Vaughn-James.

Le città oscure – disegnata da François Schuiten su testi dello stesso Peeters – è un’opera che fa dello spazio abitato il centro gravitazionale della narrazione. Ma, nonostante la distanza siderale dal dispositivo claustrofobico di The Cage, Peeters e Schuiten creano un mondo oscuro che riflette il nostro ma se ne diverge totalmente, una specie di riflesso straniante e perturbante che attinge alla letteratura fantastica a piene mani.

Una tavola di Schuiten da “Les cités obscures – La fièvre d’urbicande

La capacità di Schuiten poi nel rendere credibili le ardite architetture pensate da Peeters ha del miracoloso. Nelle tavole di Schuiten è facile perdersi, provando un senso di vertigine, ma senza sentirsi necessariamente stranieri e oppressi dall’ignoto. Anzi, le città oscure di Schuiten e Peeters restano sempre “famigliari”. Più che una distopia delle nostre città, sono architetture ucroniche e impossibili. 

Al contrario, Blame! e The Cage sono, ognuna a suo modo, opere distopiche, che prendono il concetto di città ideale e lo ribaltano creando esperienze claustrofobiche, disturbanti e vertiginose, come solo la grande letteratura di genere sa fare. Sono opere dove il silenzio regna incontrastato e la foresta di segni in cui è avvolto il lettore, più che creare un percorso di senso, crea labirinti e trappole: incubi ad occhi aperti in cui rischiamo di perderci per sempre.

P.S. Consiglierei vivamente di affiancare alla lettura una degna colonna sonora. Per l’opera di Nihei sicuramente l’ideale sarebbero gli Autechre più astratti, mentre per Vaughn-James il Philip Glass più metafisico.

Leggi anche: The Cage, o l’esperimento del Nouveau roman fumettistico

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