RubricheSofisticazioni PopolariLa cultura pop è morta?

La cultura pop è morta?

Tendenze e direzioni della pop culture viste da chi non riesce a farne a meno, anche se vorrebbe. "Sofisticazioni popolari": una rubrica di Fumettologica a cura di Marco Andreoletti. Ogni 15 giorni riflessioni sullo stato dell’industria dell’intrattenimento, cercando di capire come sopravvivergli.

cultura pop morta

Qualche anno fa, agli albori di Fumettologica, scrivere questo tipo di articoli – dove si aveva la pretesa di avere un minimo di coscienza del presente – era molto più facile. Bastava un minimo di ricerca e spuntava sempre una serie a fumetti che tutti leggevano o che, anche senza grandi numeri, dettava comunque gli standard da seguire. La cultura pop era un ambito autenticamente di massa, da fruire in maniera collettiva. In televisione tutti guardavano Games of Thrones e si passavano i giorni tra un episodio e l’altro a leggere riassunti arguti e divertenti, un fenomeno così trasversale da diventare quasi un genere giornalistico a sé. 

Poi, poco a poco, le cose si sono fatte più difficili. I vari trend sono andati via via sgretolandosi tra le nostre dita, dispersi in mille rivoli di sabbia bagnata. O almeno quella è stata la mia impressione. Se si voleva scriverne le opzioni erano due: o investire ogni minuto di ogni giorno cercando di stare dietro a tutto, rischiando il burnout per lavorare a un articolo con una vita di (forse) un giorno, o scegliere di gettare la spugna per concentrarsi su altro. Magari smettendo di cercare di dare un nome a micro nicchie assolutamente inesistenti fuori dalla bolla dei social. Non dovendo campare di scrittura avevo preferito spostare la mia attenzione, pensando che fosse un problema mio senza rendermi conto di non essere il solo nella stessa situazione.

Seguire lo sviluppo di trend che coinvolgono in maniera uniforme grosse fette di pubblico è un modo per definire il momento storico che stiamo vivendo e dare una forma a quello che contribuisce a darci un’identità. Questo finché era possibile farlo, cosa che adesso sembra più difficile che mai. Sono molto lontani i tempi in cui Lida Hujić celebrava il suo lavoro di trend forecaster con un libro autobiografico o in cui Google commissionava alla studiosa di tendenze Lidewij Edelkoort ricerche sul lavoro da casa da esporre alla Milano Design Week

Nel cercare di capire cosa potesse essere successo mi sono messo alla ricerca di una spiegazione un minimo soddisfacente per giustificare un cambio di paradigma tanto importante. Trey Taylor, redattore di magazine come Dazed, Interview e The Face, dà una lettura molto efficace di questo fenomeno: «La cultura pop non è più una monocultura. Secondo i tradizionali organi di governo che ci dicono dove dirigere la nostra attenzione – Grammy, Emmy e Oscar – il miglior album del 2021 è stato registrato da un artista di nome Jon Batiste (chi?), il quale dopo la sua vittoria ai Grammy ha ottenuto un aumento di streaming del 950%. CODA – I segni del cuore ha avuto un successo minimo nelle sale prima di vincere l’Oscar per il miglior film ed è disponibile per lo streaming esclusivamente sul settimo servizio di streaming più popolare al mondo, Apple TV+. Entrambe le vittorie erano meritate, credo, secondo i pochi tweet che ho visto da persone che consumavano queste cose, ma sono riuscite a penetrare oltre i circoli di nicchia anche dopo aver ricevuto questi riconoscimenti?».

Un modo come un altro per dire che non esistono più autentici fenomeni di massa, ma solo nicchie. Al più possiamo sperare che arrivino sul mercato prodotti così significativi da attirare l’attenzione di tutti. Durante i mesi scorsi l’unica esperienza vagamente collettiva di cui si è parlato è stato il successo mainstream – tanto che ne ha scritto anche il New Yorker – di un videogioco punitivo come Elden Ring.

Si tratta comunque di mode legate al consumo, non viceversa. Non esiste più un legame con il reale, come poteva esserci con le mode punk, mod o hippy (per fare esempi lontanissimi nel tempo ma ancora pregnanti). La giornalista e strategist Ayesha Siddiqui teorizza che si sia passati da sottoculture a aesthetic submarket, “sottomercati estetici”. «Questi submarket non sono del tutto privi di politica. Al contrario, spesso promuovono una sorta di anestetizzazione politica. L’incarnazione digitale di una certa estetica o atteggiamento ha la precedenza sulla genuina resistenza politica. Il recupero, almeno su TikTok, non è sempre un processo di depoliticizzazione. È un tentativo di riconfezionare idee, atteggiamenti ed estetica in tendenze identificabili, qualcosa che può essere sfruttato per l’attenzione o il profitto, compreso e ampiamente consumato da un pubblico di massa». Tanto per chiarire come tutto debba essere monetizzazione e solo in un secondo momento vagamente culturale.

Per amore di cronaca va chiarito che anche prima di questa segmentazione di cui stiamo parlando chi si dimostrava più sensibile ai trend non ha comunque mai vissuto in un mondo di pura speculazione, dove il fattore economico e produttivo fossero del tutto assenti. Ogni forma di controcultura ha sempre portato alla creazione di un mercato alla ricerca di nuovi fruitori. In pochi hanno sperperato più soldi in paccottiglia inutile degli hipster (ve li ricordate?). Eppure viene da pensare che certe spinte avevano un minimo di radicamento in bisogni interiori riconducibili a un preciso momento storico. La ricerca di presunta autenticità dei suddetti hipster, il bisogno di ironizzare su tutto, il successivo desiderio di banalizzarsi il più possibile per finire a vestirsi come il proprio padre (dad-core) nascevano prima che il mercato trovasse il modo per renderle vendibili. Naturale che la possibilità di guadagnare bene cavalcando un trend sulla cresta dell’onda abbia spinto imprenditori o aspiranti tali a sfruttare il momento.

Quando uno scrittore di fumetti come Mark Waid riportava Daredevil alla popolarità scrivendone la versione più classica possibile era la dimostrazione che stesse lavorando su di un nervo scoperto, comune a una buona percentuale dei lettori di comics. Qualcosa che andava al di là del microtrend della settimana e che infatti si concretizzava in grandi (e durature) vendite e un’influenza facilmente verificabile. Oggi i titoli in grado di monopolizzare in maniera simile l’attenzione sono sempre meno, soprattutto quando si parla dei lettori più giovani. 

«La viralità non è sempre una cosa negativa, ma intacca l’idea di autenticità, un tempo apprezzata, che si provava nello scoprire per primi una scena musicale o una nuova moda. Oggi, questo sentimento non ha più molta importanza. La trend mania è considerata superata tra i giovani utenti dei social media. Gli adolescenti, per esempio, sono abituati a provare le varie estetiche nate dal digitale come i vestiti (e anche ad acquistare fast fashion per rappresentare questi gusti), scambiando quelle che non si adattano più alle personalità, agli stili e atmosfere a cui si ispirano» spiega Terry Nguyen di Vox. «Il problema, per così dire, non è il cottagecore, il night luxe [esempi di trend effimeri portati dall’autrice dell’articolo, ndr] o il concetto di microestetica. È il fatto che i consumatori moderni siano bombardati da un flusso infinito di tendenze irrilevanti di cui prendere nota: veicoli di marketing per prodotti che rientrano in un paradigma privo di significato. Questo non riguarda solo il mondo della moda: gli effetti del marciume cerebrale indotto dalle tendenze si sono riversati nel discorso online. Gli argomenti e le cifre ritenuti più importanti su Internet si basano su dove rientrano in questo spettro di tendenza, a seconda della scala di attenzione che impongono.»

In parole povere Nguyen sostiene che ci sia troppa roba, e che ci venga sparata in faccia a un ritmo così martellante da farci credere che questa sia la normalità. Ne siamo così convinti che il prevedibile rallentamento delle varie produzioni dovuto tanto alla pandemia quanto alla sempre maggiore complessità richiesta dalle aspettative dell’utente medio sia accolto con cori di rabbia e incredulità. Come se non avessimo un sfilza infinita di videogame da giocare, libri da leggere o serie da vedere. Anzi, in maniera ancora più grave, come se al di là di queste cose non ci fosse altro da fare

Questa situazione è riassunta in maniera drammatica dal filosofo Byung-Chul Han, che nel suo libro La scomparsa dei riti scrive: «Il nuovo si appiattisce rapidamente diventando routine, è una merce che si consuma e riaccende il bisogno di nuovo. La coazione a dover respingere tutto ciò che è routine produce altra routine. Nel nuovo è quindi insita una struttura temporale che sbiadisce presto in routine, senza consentire alcuna ripetizione appagante. La coazione a produrre in quanto coazione verso il nuovo non fa perciò che incrementare il pantano della routine. Per sfuggirle, per sfuggire al vuoto, ecco che consumiamo ancora più cose nuove, nuovi stimoli ed esperienze». Una corsa senza fine come in un endless runner, senza mai prenderci un attimo per riordinare i pensieri e sviluppare un minimo di senso critico.

Quindi la cultura pop è morta? Direi di no. Il problema è la sua diffusione eccessivamente pervasiva e volatile. Si è resa più impalpabile e sfuggente, senza appigli al reale a dargli un minimo di peso specifico. Semplicemente molti di noi, tra cui io, non sono riusciti ad adattarsi a questo cambio di passo così drammatico. Secondo Allison P. Davis del New York Magazine (l’articolo è stato tradotto in Italia da Rivista Studio), «non tutti sopravvivono a un “vibe shift”. Quelli ancora aggrappati all’autenticità e alle ghirlande di luci si sono cristallizzati nel loro mondo hipster, mentre la cultura è andata avanti. Hanno piantato le tende a Greenpoint e si sono sposati o si sono trasferiti a Hudson con le loro barbe incerate e le braccia ricoperte di tatuaggi nautici. E stando a questa legge, chi è sopravvissuto a questo cambiamento solo per rimanere bloccato nell’era, per esempio, degli hypebeast/Woke, ebbene, si è già trasferito a Los Angeles in case abbastanza spaziose da poter mettere in mostra le sue collezioni di sneaker che valgono una fortuna. Purtroppo, ho accolto quest’analisi sociale con l’agitazione a mille. È agghiacciante renderti conto che potresti essere uno di quelli bloccati o, se non lo sei, potresti esserlo presto». 

Oppure potresti prendere la palla al balzo e decidere di tirare il freno a mano, rassegnandoti serenamente alla tua nuova condizione. In fin dei conti fare nottata per vedere nel più breve tempo possibile la nuova stagione di Love, Death & Robots per accorgerti che si tratta dell’ennesima pila di paccottiglia targata Netflix potrebbe non valerne più la pena.

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