Quando Dino Buzzati diceva che i fumetti di Zio Paperone erano grandiosi

Colleghi e amici, quando per caso vengono a sapere che io leggo volentieri le storie di Paperino, ridono di me, quasi fossi rimbambito. Ridano pure. Personalmente sono convinto che si tratta di una delle più grandi invenzioni narrative dei tempi moderni.

Fra i disneyofili, questa presa di posizione è celeberrima, ma potrebbe sorprende chi non ha mai frequentato paperi e topi. Non è stata scritta, infatti, da un direttore di Topolino o da un appassionato qualunque, bensì da uno dei massimi scrittori italiani del Novecento: Dino Buzzati. È l’apertura della sua prefazione a Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni (1968), primo Oscar Mondadori sul fumetto Disney, interamente dedicato al Paperone di Carl Barks.

dino buzzati paperone

L’amore di Buzzati per il fumetto è meno sorprendente. Negli stessi anni in cui ha firmato questo testo stava scrivendo e disegnando il suo Poema a fumetti, opera spiazzante per la critica letteraria, che mai si sarebbe aspettata dall’autore del Deserto dei tartari una “discesa” nel mondo delle nuvolette. Probabilmente erano gli stessi critici che ridevano di lui, pensando che fosse rimbambito quando lodava le storielle di Paperone. E gli stessi che, ancora oggi, scrivono le stesse cose sulle stesse colonne del quotidiano con cui lui collaborava.

Evidentemente avevano anche dimenticato che Buzzati aveva pubblicato inizialmente La famosa invasione degli orsi in Sicilia sul Corriere dei Piccoli. Si trattava di un racconto illustrato e non di un fumetto, è vero, ma il suo autore non si era minimamente scandalizzato per i suoi “vicini di casa” signor Bonaventura e sor Pampurio.

Che a Buzzati piacessero i fumetti, quindi, è appurato. Ma che cosa dice realmente in questa sua introduzione? In pratica, fa un lunghissimo elogio di Paperone e Paperino. Non senza contrattaccare le critiche alla sua passione con puntute stilettate nei confronti dei suoi colleghi.

Lasciamo pur stare la vertiginosa fantasia e ingegnosità delle vicende, ammirevoli in un mondo dove la regola quasi sovrana dei romanzi è la noia. Sono i due protagonisti, Paperino e Paperon de’ Paperoni, a fare la gloria maggiore di Walt Disney. La loro statura, umanamente parlando, non mi sembra inferiore a quella dei famosi personaggi di Molière, o di Goldoni, o di Balzac, o di Dickens.

Per Buzzati, Paperino e Paperone non sono macchiette, ma «sono, con tutti i loro indistruttibili difetti, creature ogni giorno e in ogni avventura un po’ diverse da se stesse», ed è questo a renderli così interessanti agli occhi dello scrittore. 

Di Paperone evidenzia la discendenza da Scrooge, ma anche le differenze con il personaggio di Charles Dickens. Lo Zione è molto più simpatico perché «è capace di soffrire, è capace di piangere, e quando piange (per la perdita di un soldo) fa pena come un bambino maltrattato […] un personaggio vivo, insomma, persuasivo, simile a tanti di noi». 

dino buzzati paperone

Altro elemento di grandezza è il suo non vergognarsi di essere ricco. È «un plutocrate che, senza pudori, ostenta lo splendore dei suoi miliardi, e se li tiene bene stretti», molto diverso dai ricconi dell’epoca degli anni Sessanta, che si dipingevano ipocritamente come uomini vicini al proletariato. E questa cosa a Buzzati piaceva un sacco: «Un capitalista di carattere, finalmente».

A leggere tra le righe, si nota però che lo scrittore aveva in realtà una visione un po’ stereotipata del personaggio, basata sulla lettura del Topolino di quell’epoca. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, infatti, la figura di Paperone si era spesso allontanata da quella delineata da Barks: molto spesso gli autori italiani della rivista l’avevano descritto soltanto come un arido avaro, incapace di slanci di generosità. 

Buzzati questo aveva in mente, e lo scrisse chiaramente: «Io posso anche aver dimenticato, però in tanti anni che lo pratico, mai che abbia avuto un gesto di bontà veramente disinteressato». Il paradosso è che la storia di Barks emblematica per il buon cuore di Paperone, Zio Paperone e la Stella del Polo, è contenuta proprio in Vita e dollari.

Anche la visione che lo scrittore ha di Paperino è basata sulle storie made in Italy. «Un lazzarone, per cui il lavoro è la più triste condanna», «sempre pronto all’inganno e al raggiro, pur di sistemarsi in qualche modo», e ancora «così baldanzoso in ogni vigilia, al momento buono è la pavidità, la fifa personificata». 

Non è lo stesso personaggio raccontato da Barks, quello che si prodiga con successo in mestieri assurdi, che va all’avventura senza ripensamenti, che si caccia nei guai senza nulla in cambio convinto di proteggere il suo Paese. Ma non è neppure il pasticcione iracondo di Al Taliaferro o dei corti animati.

Per lui, Paperino non è l’uomo medio, sfortunato ma di buon cuore, in cui il lettore può identificarsi: «è la falsa vittima di tutte le ingiustizie il conculcato, l’incompreso. […] noi, specchiandoci in lui, nel segreto del nostro animo ci riconosciamo, ma nello stesso tempo ci sentiamo migliori».

Insomma, analizzando l’introduzione di Dino Buzzati per Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni ci si accorge che era davvero un lettore assiduo di Topolino. Alla sua epoca, le storie non riportavano i crediti degli autori, non c’erano articoli di commento o apparato filologico, non esistevano ancora ristampe ragionate. Gli intellettuali fumettofili della generazione successiva avrebbero amato Barks, letto spesso in lingua originale. Lui non ne conosceva nemmeno il nome – citato peraltro per la prima volta in assoluto in Italia da Mario Gentilini nell’introduzione allo stesso Oscar – e forse aveva letto pochissime storie firmate da lui.

Il Paperone che conosceva Dino Buzzati era quello scritto da Guido Martina, dai fratelli Barosso, da Carlo Chendi, da Attilio Mazzanti, che spesso non seguivano il modello originale. E quello era il personaggio che amava, e che non si vergognava di leggere, nonostante il disprezzo dei suoi colleghi.

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