La storia del fumetto secondo Martin Mystère

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Alfredo Castelli, creatore di Martin Mystère, non è solo uno sceneggiatore ma anche uno storico del fumetto tra i più importanti, ambito che l’ha accompagnato per tutta la carriera. O forse anche da prima, ovvero da quando diciannovenne, nel 1966, fondò Comics Club 104, ritenuta la prima fanzine italiana sui fumetti, in cui pubblicò cronologie di autori e personaggi classici. Negli anni in particolare si è concentrato nello studio e nella riedizione di fumetti di fine Ottocento e inizio Novecento, in opere come Eccoci ancora qui!, monumentale saggio a dispense sulle strip americane del 1895-1919, o con le riedizioni di materiali di quell’epoca per Comicon Edizioni.

Tutta questa conoscenza e questa passione, Castelli le ha riversate spesso nelle sue sceneggiature. In Martin Mystère, soprattutto, quando può inserisce citazioni a strisce d’epoca, a Tintin, a serie classiche italiane, per non parlare degli albi dedicati a Rodolphe Töpffer (il primo vero fumettista, vissuto a inizio Ottocento), a Yellow Kid (primo personaggio seriale americano), ai Katzenjammer Kids di Rudolph Dirks. Molti di questi divertissement sono raccolti nel volume Martin in Comicsland.

La storia più famosa di questo filone è Il mistero delle Nuvole Parlanti, disegnata da Giancarlo Alessandrini nel 1996 per il centenario di Yellow Kid. Storia che è rimasta fuori per un pelo dalla nostra top 10 solo perché l’intuizione geniale che le sta alla base si sviluppa in modo tutto sommato canonico. È infatti ambientata in un mondo in cui non è la marijuana a essere vietata ma lo sono i fumetti. Diana e Java vengono arrestati per “possesso di albi” in un tentativo di incastrare Martin da parte di un misterioso gruppo di potere, e lui è aiutato proprio da una versione adulta del bambino con la camicia gialla.

A chiudere l’albo, Castelli volle un inserto che riassumeva 100 anni di storia del fumetto, utilizzando Martin Mystère come guida. I suoi testi erano infatti accompagnati da tavole, vignette, strisce realizzate da collaboratori della testata o da storici amici dello sceneggiatore, che disegnavano dei falsi d’autore di varie epoche, facendo vestire al detective dell’impossibile i panni del protagonista di fumetti diversi.

Se avete sempre voluto sapere come sarebbero stati Diabolik, Flash Gordon o i manga di Osamu Tezuka se a interpretarli fosse stato Martin Mystère, la gallery che segue fa al caso vostro.

Un paginone nello stile di Richard F. Outcault, ma disegnato da Corrado Roi, è l’omaggio a Yellow Kid. Il ruolo del bambino che si fa capire tramite scritte sul camicione giallo viene assegnato a Java, altrettanto incapace di parlare l’inglese. Tutto intorno, una reinterpretazione dei ragazzini di strada che affollavano Hogan’s Alley, il vicolo in cui era ambientata la serie, qui trasformata in Washington Mews, indirizzo di Martin Mystère. Anche le scritte sgrammaticate sono a tema, come quelle in inglese scorretto che affollavano le illustrazioni di Outcault.

Happy Hooligan fu una delle prime star del fumetto, protagonista di film, merchandising e spettacoli teatrali, ispirati alla strip firmata da Frederick Burr Opper tra il 1900 e il 1932. In Italia era noto con il nome di Fortunello, pubblicato sul Corriere dei Piccoli insieme alla mula Checca (And her name was Maud) dello stesso autore. Le due serie furono anche protagoniste di quello che è forse il primo team-up della storia del fumetto: sarà per questo che Castelli e Michele Pepe ne hanno approfittato per far incontrare Martin/Fortunello con Dylan Dog?

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Little Nemo in Sluberland di Winsor McCay, una delle serie più influenti di sempre, non ha forse bisogno di presentazioni. In questo caso, Vittorio Giardino spedisce il “piccolo Martin” in un mondo onirico fatto di architetture art nouveau, strani personaggi e inquadrature rivoluzionarie per l’inizio del Novecento. Alla fine della tavola, l’immancabile risveglio dal sogno, che sarebbe continuato la settimana successiva.

Ancora con Michele Pepe, Castelli fa interpretare a Martin e ai suoi amici un omaggio a Hairbreadth Harry, «la prima serie a fumetti di carattere avventuroso», inaugurata nel 1906 da Charles William Kahles. Siamo ancora lontani dalle serie puramente d’avventura, che tradizionalmente furono inaugurate da Tarzan e Buck Rogers il 7 gennaio 1929, ma la striscia con protagonista Harold Hollingsworth fu tra le prime a introdurre una continuity giornaliera.

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Fino agli anni Trenta, infatti, le serie sui quotidiani americani erano umoristiche, anche se con gli anni molte inserivano nella trama sempre più frequentemente elementi avventurosi. Dall’altro lato vi erano serie come Tillie the Toiler – “Tillie la lavoratrice”, qui trasformata da Luciano Bottaro in Diana the Typist – che raccontavano storie di vita quotidiana, spesso con toni quasi da soap opera.

Anche da questa parte dell’Atlantico il fumetto d’avventura nacque nel 1929, in contemporanea agli USA. O almeno in quell’anno uscì la prima storia del suo più classico rappresentante: Tintin di Hergé, uno degli ispiratori di Martin Mystère. Non stupisce quindi vederlo in questa galleria, più sorprendente vederlo disegnato addirittura da Hergé stesso! Per questa tavola, infatti, Castelli non coinvolse nessun disegnatore. Prese invece una tavola dalla prima versione di I sigari del faraone, uscita in bianco e nero sul giornale Le Petit Vingtième tra il 1932 e il 1934, ne modificò i testi, fece due ritocchini al ciuffo e al giubbino del protagonista, ed ecco una perfetta tavola di Les nouvelles aventures de Martin et Java.

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Con l’esplosione delle serie d’avventura negli anni Trenta, il fumetto entrò nella sua vera età dell’oro, le pagine a lui dedicate sui supplementi a colori dei quotidiani aumentarono… e molti fumettisti divennero ricchi sfondati. L’emblema di questa epoca sono Flash Gordon e il suo creatore Alex Raymond, il fumetto sindacato d’avventura e il disegnatore classico per eccellenza, di cui Lucio Filippucci omaggia lo stile in questa pagina. Le due tavole, però, non vengono da Gordon ma sono remake degli incipit di altrettanti classici dell’epoca, Brick Bradford, di William Ritt e Clarence Gray e The Phantom, di Lee Falk e Ray Moore. Alla prima è dedicata la topper – una serie secondaria che serviva a riempire l’impaginato dei giornali in grande formato, qui abbinata a una bambolina da ritagliare proprio come le ha avute a lungo Gordon -, alla seconda la serie principale che occupa la maggior parte della pagina.

La Seconda guerra mondiale portò alla “mobilitazione” di tutti i supereroi, personaggi nati da pochissimi anni (se non mesi) che dopo Pearl Harbour si trovarono in copertina di comic book economici a pubblicizzare la vendita di buoni per sostenere l’esercito e a combattere minacce naziste. Se pensate a Capitan America siete nel giusto, ma lui non fu l’unico: da Superman e Batman della National (oggi DC Comics), a Namor, a Capitan Marvel, ai plotoni di supereroi ormai dimenticati, tutti si diedero da fare per la salvezza degli USA. E così anche Martin e Java in tutina, disegnati da Filippucci ispirandosi alle prime opere di Jack Kirby.

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Tra tutti questi omaggi, non poteva mancarne uno a Milton Caniff, autore classico americano che insieme a Raymond influenzò più di tutti i disegnatori successivi. Per citare un “caniffiano” per eccellenza basta fare il nome di Hugo Pratt. Questa tavola, che nell’albo apre la galleria ma che abbiamo spostato qui per seguire l’ordine cronologico, è il rifacimento di una del 1943 di Terry e i pirati, la serie più celebre di Caniff, in cui Castelli e Filippucci hanno sostituito Terry e il colonnello Corkin con Martin e la versione adulta di Yellow Kid del Mistero delle Nuvole Parlanti.

Il 1948 fu un anno fondamentale per il fumetto italiano perché uscirono per la prima volta albi a striscia, formato che avrebbe caratterizzato tutta la produzione avventurosa (e non solo) per oltre un decennio: i primi furono Il piccolo sceriffo, di Tristano Torelli e Camillo Zuffi, e naturalmente Tex di Gianluigi Bonelli e Aurelio Galleppini. La finta copertina è un rifacimento dell’albo 28 della seconda serie di Tex, del 1950.

Gli anni Cinquanta furono un decennio di svolta per le strisce umoristiche, che divennero sempre più raffinate. Proprio nel 1950, ad esempio, uscirono i Peanuts di Charles Schulz, mentre è del 1958 B.C. di Johnny Hart. Di poco precedente era Pogo di Walt Kelly, nato in albi e diventato una strip solo nel 1949, che proprio negli anni Cinquanta trovò la sua formula definitiva, che metteva in bocca a simpatici animaletti parlanti una spietata satira politica e sociale. Pogo è la strip preferita di Silver, che in questa tavola l’ha omaggiato insieme a Zagor, altro “abitante” delle paludi nordamericane.

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Novembre 1962. Nelle edicole italiane esce il primo numero di Diabolik. Per la sua parodia, Castelli si è affidato a Sergio Zaniboni, che fu a lungo la matita più importante della serie. L’illustrazione riprende l’iconica copertina di Il re del terrore, rendendone protagonista l’antagonista di Martin Mystère Sergej Orloff e aggiungendo un terzo personaggio, Martin, in posa da ispettore Ginko.

A guardare le tavole di Giancarlo Alessandrini, creatore grafico di Martin Mystère, è chiarissima l’influenza che ha avuto su di lui Moebius. Lo si vede dal segno sporco, dall’uso delle ombre, dalle superfici puntinate che abbondano nelle sue tavole degli anni Settanta e Ottanta, come nella serie Anni 2000 scritta da Mino Milani per il Corriere dei Ragazzi o nei primi albi del detective dell’impossibile. Naturale, quindi, incaricare lui dell’omaggio al fumettista francese, con una tavola che trasporta Martin in un mondo onirico fantasy e/o fantascientifico uscito dritto dritto dalle pagine di Métal Hurlant.

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Non tutti sanno che Alfredo Castelli fu il primo a pubblicare in Italia Osamu Tezuka. Nel numero 11/12 di Eureka del novembre/dicembre 1983, infatti, insieme al co-direttore Silver propose ai lettori un episodio di Black Jack, lanciandolo già in copertina con tanto di nome del suo autore. Una mossa non scontata in quegli anni: nonostante il boom dell’animazione giapponese, i manga erano ancora rari da noi. Candy Candy della Fabbri, prima serie manga in edicola, era uscita solo dal 1980, seguita da pochissime altre pubblicazioni. Anche per questo Castelli, per rappresentare l’arrivo dei manga in Italia, nella sua dispensa di storia del fumetto chiese a Teresa Marzia, disegnatrice di Legs Weaver e Jonathan Steele, una tavola che richiamasse lo stile del dio dei manga.

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Se Martin Mystère fosse stato pubblicato in America negli anni Novanta probabilmente sarebbe stato come in questa illustrazione degli Esposito Bros: muscolosissimo (e non per forza anatomicamente corretto), con armi di fogge irrealistiche, donne abbondanti di seno e con vitini da vespa. In quegli anni questo stile ipertrofico aveva un successo enorme, tanto che albi come X-Men 1 di Jim Lee e Spider-Man 1 di Todd McFarlane battevano qualsiasi record di vendite. E che un gruppo di disegnatori poteva fondare una casa editrice, Image Comics, e avere successo senza scrivere buone storie, ma solo con la potenza delle loro matite.

Le immagini sono estratte dal volume “Martin Mystère: Martin in Comicsland” pubblicato da Sergio Bonelli Editore e qui pubblicare per gentile concessione dell’editore.

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