Il più grande dei supereroi

Da minuscolo webcomic disegnato male a patinato successo mondiale. Tra un pugno e l'altro, One-Punch Man compie 10 anni, gran parte dei quali passati a superare il confine tra presa in giro e serietà. Tanto che oggi ci si può vedere una parodia dei supereroi oppure una celebrazione, senza che una cosa escluda l’altra.

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Nel 2009 nessuno si sarebbe aspettato che lo sgangherato webcomic One-Punch Man sarebbe diventato un successo planetario. Probabilmente nemmeno il suo autore, il misterioso One. Un aspirante mangaka che, come tanti, ha disegnato fumetti per tutta la sua vita con il sogno di vederseli pubblicati. Scottato dai primi rifiuti, finì presto per chiudersi in se stesso e perdere ogni speranza. La grande svolta avvenne con la possibilità di caricare i propri lavori in maniera del tutto anonima sul web. «Puoi disegnare un webcomic anche se non sei così bravo, sfidando te stesso, e se la cosa non funziona sei libero di mollare quando ti pare» spiegava

Effettivamente l’autore non brillava di certo per perizia tecnica. Più che dalle parti del cosiddetto manga heta-uma – alla Hanakuma Yusaku per capirci – eravamo proprio nei territori del dilettantismo più spinto. I disegni erano appena abbozzati, le prospettive sgangherate e le anatomie approssimative. Anche la storia era del tutto campata in aria: il protagonista era Saitama, un tizio pelato che passava dall’essere un anonimo colletto bianco a diventare, seguendo un allenamento tutt’altro che proibitivo (100 flessioni, 100 addominali, 100 squat e 10 chilometri di corsa al giorno), il supereroe più potente della Terra. Così forte da risolvere qualsiasi conflitto con un solo pugno. Di conseguenza finiva per annoiarsi molto presto. Un bel problema quando uno fa l’eroe solo per hobby.

Nessuno ci avrebbe scommesso un soldo, ma il surreale umorismo di One, lo strampalato concept dietro tutta l’operazione, i continui richiami espliciti e impliciti alla tradizione dello shonen e le inclassificabili matite formarono un connubio unico. Il successo fu immediato, e il webcomic diventò un fenomeno così sopra le righe da attirare l’attenzione di diversi professionisti del settore, compreso Yusuke Murata. Già character designer della nota serie videoludica Megaman a soli 14 anni, aveva trovato il suo più grande successo disegnando tutti i 333 capitoli di Eyeshield 21, manga sportivo scritto da Riichiro Inagaki, con un tratto pulito ed elegante, dinamico e ricco di dettagli. Un tasso tecnico non indifferente messo a disposizione della storia, senza grilli per la testa.

Dopo essersi letto tutto d’un fiato il webcomic, che nel frattempo cominciava a subire i colpi dell’incostanza di One, Murata non ebbe dubbi: volle collaborare con l’autore e realizzarne un remake. Non voleva stravolgere nulla del lavoro originale, solo disegnarlo alla sua maniera. Fece qualche telefonata e l’accordo fu subito stretto. Nel giugno del 2012 esordì sul sito di Weekly Shonen Jump, sempre in formato digitale, il primo episodio di questo assurdo progetto, e il pubblico dimostrò da subito di adorare questa nuova veste di Saitama. Tre anni dopo sarebbe arrivò l’anime prodotto dal noto studio Madhouse, una hit mondiale che consacrò in maniera definitiva il successo del più improbabile dei supereroi.

Uno dei motivi di tale successo è sicuramente legato alla trasversalità dell’umorismo di One, aspetto che emerge in maniera cristallina con il cambio di stile del remake. Se nella sua prima incarnazione l’aspetto comico era dato proprio dalla sinergia tra una sceneggiatura strampalata e l’approssimazione delle tavole, più simili allo schizzo di uno studente annoiato che al lavoro di un autore, ora il registro è totalmente diverso. Il fondamentale apporto di Murata sposta le avventure di Saitama dal territorio dei fumetti disegnati male a un prodotto iper patinato, che rappresenta alla perfezione tutto quello che ci si aspetta da uno shonen manga di alto profilo. 

Il processo di redesign non è stato dissimile da quanto fatto in Italia quando Manuele Fior ridisegnò il Batma e Robi del dr. Pira. Nonostante testi e impalcatura del fumetto rimanessero identici, lo humor ne uscì stravolto. Così nel nuovo One-Punch Man ci sono fondali ultra dettagliati, mostri orrendi, eroi in pose plastiche, tecnologie piene di arzigogoli, ragazze bellissime, botte da orbi, esplosioni, raggi di energia, corpi che esplodono, prospettive assurde, linee cinetiche come se piovesse. Il tutto messo su pagina con un tratto chirurgico e puntuale che non esce mai dai ranghi. Non c’è traccia di vezzi autoriali, di licenze poetiche o idiosincrasie personali.

Il lavoro di Murata è una monumentale opera di plastificazione dei cliché del manga, interpretati nella maniera più adulta e professionale possibile. Anche se occasionalmente il tratto si fa volutamente naïf e grossolano, classica strategia per mettere l’accento su passaggi particolarmente comici, il meccanismo funziona meglio quando è celato e la tavola rimane terribilmente seria ed enfatica. Presto ci si rende conto che non c’è grande differenza tra la parodia portata avanti dalla coppia One/Murata e gli shonen più seri. Ed è in quel preciso momento che ci si rende conto dell’autentico valore di tutta l’operazione. One-Punch Man è al contempo presa in giro, lettera d’amore, strip comica e fumetto di supereroi con tutti i crismi, fresco e appassionante come pochi altri titoli riescono a essere.

Sapendo di poter puntare su basi così solide One è abbastanza intelligente da portare avanti un’operazione di costante espansione dell’universo di One-Punch Man. Leggendo i primi volumi era legittimo il dubbio che la gag del mostro-of-the-week ucciso in un pugno fosse estremamente divertente ma anche a clamoroso rischio di esaurimento prematuro. Lo sceneggiatore è stato il primo a cogliere il problema e ad abbandonarla prima di quanto potessimo aspettarci. Anzi, ancora più elegantemente, l’ha mantenuta come costante ma spostando l’attenzione su altri aspetti. Saitama diventa gradualmente un personaggio laterale e al contempo acquista uno spessore inaspettato. Volume dopo volume vengono sempre più disseminati dubbi su di lui e sulla sua stupidità, che pare sempre più un travestimento. 

Rimangono costanti le gag sulla passione per gli sconti dei supermercati e la sua indifferenza verso minacce mortali, ma qualcosa lentamente cambia con il passare dei capitoli. Superati i venti tankobon risulta evidente come Saitama si sia trasformato in una sorta di entità destinata a fare da legante tra i diversi altri protagonisti del manga. Con il passare del tempo impariamo a conoscere i variegati eroi e la gerarchia dell’organizzazione che li raccoglie, scopriamo faide interne e le storie alle loro spalle. Un personaggio come Garou passa da essere un semplice antagonista – per la precisione uno spietato cacciatore di eroi – a personaggio più complesso e in divenire di tutta la testata. Nel frattempo, come vuole la tradizione degli shonen, le minacce si fanno sempre più grandi e drammatiche.

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Nonostante le premesse parodistiche, One-Punch Man si pone come autentico blockbuster del manga, con un cast sconfinato e una profusione di splash page che si fa poche remore ad alzare sempre più l’asticella della spacconaggine. Si continua a ridere, ma gli eventi ormai hanno un afflato epico e grandioso che il solito Murata ci restituisce in tutta la loro grandezza. Tutto questo sviluppo era forse già contenuto in potenza nel personaggio di Spatent Rider, uno dei più amati della serie. Eroe dotato di cuore d’oro ma privo di patente e particolari abilità, lo si vede rincorrere i nemici a bordo della sua fedele due ruote fin dai primissimi numeri. Inutile specificare come finiscano gli scontri e le condizioni pietose in cui viene puntualmente lasciato. Il meccanismo comico è chiaro, eppure la serietà del personaggio è totale. Si tratta forse dell’unico, autentico paladino senza macchia di tutta la serie. A pensarci bene più patetico che demenziale, retto e integro fino allo sfinimento. 

One-Punch Man funziona alla stessa maniera: ci puoi vedere una parodia dei supereroi oppure una celebrazione, una cosa non esclude l’altra. Per questo semplice motivo la platea a cui si rivolge è molto più ampia e trasversale di quello che ci si aspetterebbe. Lo legge con la medesima soddisfazione chi ama il genere e chi lo vuole solo prendere in giro. Sebbene non manchino di certo svarioni e cadute di stile – il personaggio queer di Pri Pri Prisoner a tratti risulta esilarante nella sua rozzezza, ma questo non toglie che sia del tutto fuori tempo massimo – l’intelligenza e il mestiere dei due autori è palese, e i risultati sono stati fin da subito sotto gli occhi di tutti. 

Saitama è uno dei pochissimi personaggi lanciati dall’iperproduttiva macchina dell’intrattenimento giapponese negli ultimi anni ad aver travalicato il muro degli appassionati. Se non bastassero le collaborazioni con giganti dell’intrattenimento videoludico come Arena of Valor o Puzzle & Dragons e le tonnellate di felpe con la stampa oppai a tappezzare le fumetterie, la consacrazione definitiva la si ha avuta con l’ingresso in pompa magna nel mondo dello streetwear, vera cartina tornasole di cosa possa essere considerato sul pezzo o meno. 

La collaborazione tra il brand Bait e Adidas Original per realizzare le (splendide) Montreal 76 dedicate a Saitama è un traguardo notevole, soprattutto in anni di collezionismo sfrenato di sneaker come quelli che stiamo vivendo. Non siamo ancora ai livelli di stile di un Hirohiko Araki ma, a 10 anni dal suo debutto, la storia di Saitama è ancora ben lungi dall’essere conclusa.

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