“Ratatouille” e l’importanza della diversità

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Nel 2007, nel pieno del suo apice creativo, gli Studi Pixar sfornarono un film piccolo eppure enorme, destinato a rimanere negli annali del cinema e sicuramente tra le sue creazioni più riuscite: Ratatouille. Il film ha per protagonista un topolino di nome Remy, dal fiuto eccezionale e appassionato di cucina. Quando, per colpa sua, la colonia di topi è costretta a fuggire e a cercarsi una nuova casa, lui rimane solo. Ma, quasi per caso, fa amicizia con Alfredo Linguini, appena assunto come sguattero nel famoso ristorante Gusteau’s, il cui chef, ormai morto, è proprio il padre di Linguini (senza però che lui lo sappia).

Remy e Linguini collaborano per dar vita a una nuova esperienza… culinaria, ma le minacce incombono: non solo lo chef Skinner, spietato imprenditore che vuole vendere il marchio Gusteau, ma anche il critico Ego. A 15 anni di distanza dalla sua distribuzione al cinema, Ratatouille conserva ancora tutto il potere e la bellezza di una storia a suo modo semplice eppure efficace, un film che sintetizza l’approccio vincente della Pixar degli anni d’oro.

Partiamo dalla scelta del protagonista: un topo. C’erano già stati animali antropomorfi in altre produzioni Pixar: gli insetti di A Bug’s Life o i pesci di Alla ricerca di Nemo. Persino gli oggetti avevano avuto modo di trovare vita in un film: i giocattoli in Toy Story o le auto in Cars. Pixar, insomma, in quel periodo escludeva la figura umana dal centro delle proprie storie, come in parte già faceva Disney, utilizzando però un approccio assai diverso da questa e marcando ancora di più sull’intuizione postmoderna dell’animale/oggetto/sentimento pensante. Lavorando, se possibile, ancora di più sugli elementi allegorici, oltre che su quelli strumentali da un punto di vista narrativo. 

Ratatouille andò addirittura oltre e mise in scena un’amicizia fra il piccolo protagonista Remy e il co-protagonista Linguini. Qui si nasconde il primo, grande elemento di forza di Ratatouille: l’amicizia fra un uomo e un topo e il loro modo di interagire, così come la collusione fra i loro mondi, sono ottenuti seguendo un percorso equilibrato, credibile, in coerenza con il resto del film e della storia, tanto da non risultare affatto straordinario ma il naturale evolversi di un percorso narrativo.

In quell’amicizia così naturale, che nasce dagli impedimenti esistenziali dei personaggi e dalla loro difficoltà nell’accettarsi per quello che sono si cela la bellezza nonché la forza di Ratatouille. Remy e Linguini sono due apolidi, due alieni in un universo che non comprendono. Ma, attraverso un’amicizia surreale, riescono a scoprire di più ciascuno dell’altro. Comprendono i limiti, le paure. Comprendono i propri desideri. E lo fanno in un’ottica di totale rispetto dell’altro, pur sempre in un contesto in cui, nel terzo atto, avviene il canonico scontro che scombussola le certezze e costringe tutti a ripensare il mondo da una nuova prospettiva. 

Remy e Linguini non sono gli unici protagonisti di Ratatouille: lo è anche Colette, di cui Linguini si innamora, con la sua pesante consapevolezza che l’essere donna limita i suoi sogni di chef; lo sono Emile o il padre di Remy, che non comprendono questo fratello/figlio che non riesce ad adeguarsi alla comunità di topi e che, invece, aspira a un mondo da sempre considerato ostile; lo è persino Ego, il temibile critico, che nella scena finale – ricordata come una delle più possenti in termini emozionali della storia dell’animazione recente – acquisisce uno spessore identificativo di quanto la Pixar di quegli anni fosse attenta innanzitutto all’universo esistenzialista nascosto dietro ad architetture favolistiche e solo apparentemente banali. 

Perché dietro a un impianto narrativo semplice, lineare, godibile, fruibile, molto divertente, si innestano discorsi molto più profondi, che riguardano appunto la sfera umana, lo spettro emozionale e tutto ciò che concerne le grandi difficoltà esistenziali. Argomenti, questi, che partono dai personaggi ma che arrivano facilmente al cuore dello spettatore, che si trova a vivere un’avventura coinvolgente con risvolti mai banali

Con grande lungimiranza, Ratatouille raccontò l’accettazione del diverso, di quella sfera che è respingente agli occhi di una società “normalizzata” e piatta, ma che ne è, invece, la ricchezza. Perché un topo in cucina può trasmettere una sensazione repellente, ma in un contesto favolistico e allegorico può raccontarci del percorso di integrazione e di inclusione che la società sta lentamente e faticosamente intraprendendo.

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