“Stranger Things 4” racconta quanto è difficile vivere in un mondo nel caos

stranger things stagione 4 netflix recensione

La stagione 4 di Stranger Things – arrivata su Netflix a tre anni di distanza dalla precedente – è il nuovo e penultimo capitolo di una serie che è stata in grado di influenzare in modo enorme la produzione seriale e cinematografica degli ultimi anni, nonché di imprimersi nell’immaginario collettivo in un modo che pochi titoli più o meno recenti sono riusciti a fare.

Autori e produttori hanno scelto di suddividere la quarta stagione in due parti. La prima, composta da sette episodi, è stata messa a disposizione degli utenti di Netflix il 27 maggio; la seconda sarà composta da due episodi, disponibili il 1 luglio. Quindi, per una riflessione sulla reale conclusione di Stranger Things bisognerà attendere ancora un po’.

La storia riprende poco dopo (nove mesi) i fatti avvenuti nella terza stagione: Undici è andata a vivere in California con Joyce, Will e Jonathan. Gli altri del gruppo sono rimasti a Hawkins ma, sebbene tutti ne abbiano passate di tutti i colori, tanto da fortificare la loro personalità, le difficoltà del periodo adolescenziale non li risparmiano. E così il gruppo, che un tempo era molto unito, sembra essersi sfilacciato. Ma una nuova minaccia dal Sottosopra, il terribile Vecna, porterà tutti a ritrovarsi e a compattarsi.

Da un punto di vista narrativo, la scelta di frammentare le linee di racconto, suddividendole per personaggi e situazioni che tendono a convergere, è in coerenza con la stagione precedente. Ci sono blocchi narrativi che funzionano di più (quello con Dustin, Max e Lucas), altri che funzionano meno (quello relativo a Hopper), ma è evidente che ciascuno sia funzionale all’altro. 

In Stranger Things 4 l’impianto citazionista è come sempre importante, e in questo caso persino più coerente del solito. Pensiamo a Vecna, che comunica con le sue vittime attraverso il sogno (anzi, l’incubo): per idea e messa in scena, il riferimento principale è Nightmare – Dal profondo della notte, seminale film horror di Wes Craven del 1984, che lavorava proprio sugli elementi sospesi e immaginifici del sogno per dar vita a orrori molto concreti. 

Che Nightmare sia, tra i vari omaggi, quello più incisivo, lo dimostra il fatto che a interpretare un personaggio piuttosto importante sia proprio quel Robert Englund che ha personificato per anni il terribile Freddy Krueger. E non è un caso allora che questa stagione, più delle altre, spinga sul fronte horror e splatter: la spiegazione sta anche nella consapevolezza da parte di chi la serie l’ha realizzata che i fan della prima ora – specialmente quelli più giovani – sono ormai cresciuti e quindi pronti per un’esperienza più viscerale.

La durata degli episodi è insolitamente lunga – si va dai 64 minuti del terzo episodio ai 98 del settimo, praticamente un film – e questo incide sul ritmo, non sempre adeguato e talvolta annacquato. Non è però il solo elemento a far storcere il naso: in questa stagione, più che nelle precedenti, la cosiddetta sospensione della realtà dello spettatore è messa a dura prova. Troppe sono le forzature narrative, alcune davvero esagerate.

Se non altro, i limiti e i difetti vengono ricompensati dalla potenza di alcuni momenti o di interi segmenti. Tra tutti, l’episodio 4, Caro Billy (diretto da Shawn Levy, regista di Una notte al museo e The Adam Project), in particolare nel finale, già divenuto cult e che è stato in grado di far schizzare in cima alle classifiche di ascolto sui vari servizi di streaming musicale Running Up That Hill di Kate Bush, una canzone di quasi quarant’anni fa (anche perché non si tratta di una mera citazione ma di una parte integrante dell’andamento della storia). 

Ma anche il finale di questa prima della quarta stagione, alla fine dell’episodio 7, è altrettanto funzionale, perché dimostra una coerenza narrativa solida e compatta, grazie alla quale si è in grado di ricollegarsi direttamente alla prima stagione e di chiudere un cerchio iniziato sette anni fa.

Alcuni personaggi con un particolare potenziale sono stati messi da parte o hanno perso forza: è il caso di Will Byers, di Jonathan o della stessa Undici, capace di riprendersi la scena solo nel finale. Ma, al di là di questo, su cui bisognerà tornare solo dopo la visione dei due episodi finali, ciò che rende Stranger Things un titolo di così robusto richiamo sono proprio i personaggi, che rappresentano uno spettro di emozioni nel quale è impossibile non ritrovarsi.

Nelle scorse analisi si era detto che la prima stagione era un addio all’innocenza dell’infanzia, la seconda una fotografia della famiglia disfunzionale e la terza il passaggio all’età adulta. Questa quarta stagione pare continuare un’analisi sociologica sui generis, che con il suo racconto prova a riflettere su quanto sia difficile trovare se stessi e mantenersi coerenti in un mondo atomizzato, dove le forze storiche, sociali, persino economiche tendono a essere disgreganti. Rimanere compatti, uniti, umani in un mondo fatto di disperazione e dolore: questo, forse, è il messaggio nascosto tra le righe di Stranger Things.

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su Instagram, Facebook e Twitter.