Da Carlos Trillo al nuovo fumetto argentino: intervista a Gato Fernández

Gato Fernández ha vinto in Argentina il premio del Fondo Nacional de las Artes e ottenuto una discreta attenzione a livello internazionale con il suo primo graphic novel, Giù le zampe, pubblicato nel 2020 e tradotto in italiano da ComicOut (qui la nostra recensione). L’opera mescola autobiografia e realismo magico nel raccontare la quotidianità di una bambina che frequenta un mondo immaginario popolato da grotteschi animali antropomorfi e chiacchiera con Dio, ossia il getto del bidè, mentre vive un contesto familiare disagiato nel quale subisce abusi da parte del padre.

Giù le zampe è una forma di denuncia delle violenze subite ma, come si intuisce dalla postfazione, è anche una testimonianza di sopravvivenza rivolta a tutte quelle persone che tentano di superare un passato di abusi. Nella migliore tradizione del fumetto argentino, il graphic novel rispecchia un forte impegno politico e sociale: Gato Fernández ha cominciato a disegnarlo mentre prendeva parte alle prime manifestazioni di denuncia dei femminicidi che poi avrebbero portato alla nascita, nel 2015, di Ni Una Menos, il movimento che dalla realtà argentina è poi dilagato in tutto il mondo (anche in Italia).

L’intervista che segue sfiora diversi argomenti, dalle esperienze personali raccontate in Giù le zampe alla militanza transfemminista, fino al lavoro accanto a Carlos Trillo e a un efficace ritratto della historieta argentina di oggi. Di recente Gato Fernández ha dichiarato di essere una persona non binaria. Abbiamo cercato di rendere al meglio il linguaggio inclusivo proprio delle sue risposte utilizzando la lettera schwa (“ǝ” al singolare e la schwa lunga “з” al plurale). Grazie alla libreria Tuba e alle organizzatrici di Bande de femmes che ci hanno ospitate per l’intervista e soprattutto a Laura Scarpa, editrice di ComicOut, che l’ha resa possibile. E infine grazie a Bárbara Monteserín González per la preziosa revisione della traduzione.

giu le zampe gato fernandez comicout

Il titolo originale del tuo graphic novel autobiografico, tradotto in italiano con Giù le zampe, è El golpe de la cucaracha, letteralmente “il colpo dello scarafaggio”. Come mai hai scelto come metafora di violenza fisica e depressione un insetto, lo scarafaggio, che per quanto repellente è comunque piccolo e facile da schiacciare, rispetto a un altro animale più grande e predatore, che oggettivamente sarebbe più difficile da affrontare?

Il titolo viene da un modo di dire francese, le coup de cafard, che significa avere una profonda depressione, e tener la cucaracha in spagnolo significa essere triste. Inoltre io ho la fobia degli scarafaggi, e la fobia è qualcosa di irrazionale, è meno logica della paura di un animale feroce e penso che sia più forte dell’idea normale di pericolo riconosciuto.

La protagonista del fumetto cerca di proteggersi dalla realtà che vive attraverso il gioco e l’immaginazione. Perché hai scelto di raccontare una storia così forte e traumatica attraverso il filtro del realismo magico?

Mi è sembrato che il filtro del realismo magico fosse necessario perché la storia è raccontata dal punto di vista di una bambina, ed è il suo mondo fantastico a renderla forte. Tuttз lз bambinз attingono al loro modo fantastico per avere gli strumenti per affrontare quello che gli succede, e nel caso della protagonista del mio libro il gioco e la fantasia, e i personaggi che li popolano, la affiancano in modo da renderle possibile affrontare la realtà e difendersi.

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Nella storia che racconti, gli adulti – il padre, la madre, la nonna – sono quelli che sbagliano e non trovano la forza di affrontare gli orrori di cui sono responsabili. I bambini invece lottano con tutte le forze e anche se hanno paura guardano in faccia quello che accade. L’impressione è che solo da bambini si può essere davvero eroi dal cuore puro. È così?

No, la risposta è no. Lз adultз dovrebbero avere cura dellз bambinз e proteggerlз. Nella storia che racconto, il fratello prova a proteggere sé stesso e la sorellina, la bambina si rifugia nel suo mondo fantastico, eppure per proteggerli davvero ci sono soluzioni a portata di mano, ma lз adultз che possono attuarle non lo fanno.

Tutto questo è raccontato però in un modo in cui chi legge può dare la sua interpretazione.

Per esempio molte persone mi hanno detto «però la mamma è buona», e io mi sorprendo di questa conclusione, probabilmente collegata all’idea tradizionale di madre come protettrice, e anche se il mio personaggio della madre è ambiguo molta gente preferisce pensare invece che stia facendo la madre, ossia che stia proteggendo. Non dovrebbe essere così, non dovrebbe toccare allз bambinз fare lз eroз. 

Lз bambinз di cui racconto non sono fortз, non sono purз né niente, sono solo bambinз che hanno bisogno di essere protetti e fanno quello che possono per affrontare una situazione difficile. Una situazione da cui dovrebbero essere tenutз al riparo dallз adultз. Sono bambinз che si trovano a svolgere, senza riuscirci, il ruolo dellз adultз, e non è giusto che sia così.

«Il bisogno di parlare ad alta voce è ancora più forte di tutti i mostri», hai scritto nella postfazione al libro. Questa frase non si applica solo al graphic novel, ma anche alla tua militanza transfemminista, in particolare al tuo impegno contro la violenza sulle donne, penso in particolare al siluetazo (un’azione collettiva, tipicamente argentina, in cui chi partecipa disegna delle silhouette su carta o su strada per indicare le vittime di violenza) di cui hai realizzato il manifesto. Quanto la militanza influenza la tua arte?

All’epoca il siluetazo era l’unico strumento di protesta che avevamo per manifestare contro i casi di femminicidio, poco prima della nascita del movimento Ni Una Menos, che ora è diventato una cosa grandissima. 

La militanza per me è molto faticosa, e in un certo senso si è scontrata con il mio lavoro sul libro. L’anno prima di mettermi a disegnare la mia storia avevo sostenuto una denuncia congiunta ai danni di un personaggio famoso, musicista e politico, colpevole di pedofilia e violenza sessuale, che ora è in prigione. In quell’occasione ho deciso di denunciare anch’io mio padre, ma poiché mi dissero che avevo lasciato passare troppo tempo e il reato non era più punibile mi sentii in colpa e decisi di denunciare in quest’altro modo, disegnando.

I tre anni in cui ho lavorato al libro ho sospeso la mia militanza attiva. La militanza è necessaria ma è esigente. Molti mi dicono che sono coraggiosǝ, ma non mi sento coraggiosǝ, conosco donne che affrontano cose che io non sarei mai capace di sostenere. Quando ho scelto di dedicarmi al libro ho preso una decisione: questa è la mia militanza adesso, non posso affrontare questo e anche altro tutto insieme, devo fare una cosa alla volta. La militanza è una parte importante della mia vita, mi costa e non voglio rinunciarci, ma la faccio solo quando sento di poter sostenere l’impegno a livello emotivo. La verità è che è molto difficile.

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Carlos Trillo è stato uno dei giganti del fumetto argentino. Com’è stato essere sua allievǝ prima e suǝ collaboratorǝ poi?

Infatti, il nome Gato viene da un personaggio di Carlos Trillo, una delle fidanzate di El loco Chávez, protagonista di un libro a parte. Mi era piaciuto molto il modo in cui descriveva il personaggio, non ho pensato che fosse strano che una donna possa chiamarsi “Gatto”.

Volevo quindi lavorare con questo autore, e quando vidi che c’era la possibilità di fare un corso con lui mi iscrissi. C’erano 21 partecipanti e 20 erano maschi, e lui mi tempestava di scherzi e battute, però nello stesso tempo teneva in considerazione il mio lavoro e mi mandava le sue sceneggiature perché studiassi come si scriveva in modo professionale. 

Poi conoscendolo un po’ meglio ho capito che fare battute in continuazione era il modo che lui aveva di dimostrare un po’ di affetto alle persone, mi diceva che ero sua nipote. Mi diceva anche che ero la sua disegnatrice preferita (in quel momento io mi riconoscevo come donna, adesso mi riconosco come persona non binaria) perché ero l’unica donna. 

È stato come un papà del fumetto, ho imparato tanto anche dal suo approccio caratteriale, dal suo modo ironico di guardare le cose. È stato un grande sostegno perché il mondo del fumetto in Argentina, e un po’ ovunque, è dominato dal maschilismo. Carlos era un buon alleato per alcune cose, e soprattutto nell’approccio con gli editori, sempre difficile, mi dava consigli e mi diceva «Tranquilla, che l’unico editore buono è un editore morto».

Grazie a lui sono passata dalle fanzine a pubblicare in modo professionale come sua disegnatrice sulla rivista Animals, di cui Laura Scarpa era editrice. È stato fin dall’inizio un piacere lavorare con lui e con Laura, che ha una grande sensibilità. È bello rapportarsi con qualcuno che non solo decide di pubblicare il libro con la sua casa editrice, ma anche si relaziona a me in un modo adeguato al tema di cui il mio libro parla.

La prima versione di Giù le zampe ha debuttato in un’antologia, DisTinta, che raccoglie il lavoro della cosiddetta “generazione orfana”, ossia di tutte quelle autrici e tutti quegli autori argentini che hanno alle spalle una tradizione a fumetti fortissima. Com’è cambiato il fumetto in Argentina dalla generazione di Trillo alla tua?

Ci sono meno soldi, ma in un certo senso è un sollievo che non ci siano più le riviste che imponevano un unico stile e linea editoriale dove certi temi, le donne, la dissidenza, non potevano essere presi in considerazione. Adesso tutto questo convive perché non c’è un mercato così definito, quindi c’è piú ricchezza perché trovano posto diversi stili e diversi argomenti, questioni politiche di vario tipo, temi come quelli trattati nel mio libro, altre tematiche come quelle LGBTQ, il femminismo, il transfemminismo (o almeno quello che leggo io è transfemminista), e poi c’è più attenzione alle problematiche della vita quotidiana, c’è più sensibilità rispetto alla linea di Skorpio o di Fierro

Fierro ha per forza di cose dovuto adattarsi ai tempi, e per esempio ha accolto delle autrici ma le ha inserite in una sezione a parte chiamata Las flores de Fierro, cui fino a qualche anno fa ho partecipato anche io, e che ha finito per ospitare una storia realizzata da tutte le autrici che ironizzavano proprio sull’esistenza di questa sezione separata. Gli autori maschi avevano ognuno una propria voce e avevano diritto ciascuno al suo spazio, mentre le autrici no, essendo tutte donne contavano come una sola cosa, come la stessa cosa. Questo non esiste più per fortuna.

La scomparsa di quel tipo di mercato, di quel tipo di riviste, di quella linea editoriale ha lasciato campo libero a una varietà molto ampia di stili e di temi, e penso che se si creasse un nuovo mercato sarebbe molto più ricco dell’epoca passata del fumetto argentino.

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Puoi consigliare a lettori e lettrici italiani dei fumetti argentini da leggere, soprattutto di tuoi contemporanei?

Vi consiglierei Jules Inés Mamone, in arte Femimutancia, Paula Azucar Marcado, Ignacio Minaverry, Federico Passos, Camilla Rapetti, China Ocho. Ma potrei fare una lista infinita.

A proposito di fumetti da leggere in futuro, a che cosa stai lavorando? Continuerai a raccontare di te?

Sto lavorando a una seconda parte di Giù le zampe. E poi, grazie al premio del Fondo Nacional de las Artes, a Las leyes de la termodinámica, un’altra storia con una protagonista non binaria e una sorta di triangolo amoroso ambientata in una specie di universo magico. L’idea di fondo è raccontare attraverso sequenze di danza disegnata.

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