Hideko Mizuno, la madre degli shōjo manga

di Mario A. Rumor*

hideko mizuno

Per molto tempo, appassionati e studiosi hanno posto al vertice dell’interesse per gli shōjo manga le autrici e le opere anni Settanta, per speciale devozione alle “dive” Riyoko Ikeda, Moto Hagio, Keiko Takemiya, Yumiko Oshima e Ryōko Yamagishi dato il sublime stile di disegno e l’ampia veduta delle storie narrate. La prima ha giovato del successo di Lady Oscar, per le altre ha influito non poco l’appartenenza al Gruppo 24 (da Showa 24, cioè il comune anno di nascita nel 1949) o all’Oizumi Salon sostenuto da Hagio e Takemiya. Quel periodo è considerato definitivo in senso artistico, più rappresentativo di altri negli sconfinati territori del fumetto per ragazze che si fa iniziare con La principessa Zaffiro (1953) di Osamu Tezuka.

Ne sa qualcosa Yoshihiro Yonezawa, uno dei fondatori della fiera Comiket, appartenente alla generazione di critici innamoratasi di quella corrente fumettistica a tal punto da considerare con una frettolosa alzata di spalle tutto ciò che è stato prima. Ma, come ben sa chi se ne occupa (leggetevi esperti quali Hiroshi Aoshima, Dalma Kálovics e l’immancabile Jacqueline Berndt), tutto ciò che è arrivato prima racconta una storia ben diversa: sia in termini numerici e di successo di pubblico, sia in termini di estetica e turbolenza narrativa. Gli anni Settanta sono testimoni preziosi della grandezza già formata dello shōjo, e il primo nome che sentirete è Hideko Mizuno.

Certo, accanto ad altre artiste (Maki Miyako, Masako Watanabe) che hanno reso più splendido il genere in concorrenza con chi l’aveva fino ad allora nutrito e dominato, cioè mangaka maschi. E senza passaggi di testimone: la rivoluzione avviene in maniera spontanea grazie a un differente approccio di Hideko Mizuno e colleghe alla scrittura, che abbandona ufficialmente storie melodrammatiche di madri e figlie per concentrarsi su soggetti più adulti, facili a ibridazioni con altri generi (horror, thriller) e spunti dalla vita reale, raccontando storie drammatiche di lutti, drammi e dolore. Sotto l’estro persuasivo di queste autrici le commedie sentimentali prendono il sopravvento e guardano oltre i confini del Giappone, facendo addirittura apparire i primi protagonisti maschili. Lo stile caratteristico con gli occhioni e gli abbellimenti floreali o “stellari” (invenzione praticata da Tezuka – racconta Mizuno – ripresa da Shotaro Ishinomori e da lei stessa) già fa parte dell’habitat creativo del periodo.

Una delle ragioni per cui gli shōjo manga di Hideko Mizuno all’epoca non ricevono il giusto tributo è pratica: sono opere uscite su rivista e mai raccolte in volumetti, molte sono difficili da recuperare integralmente. In quel periodo le riviste mensili cedono il passo ai settimanali: Shūkan Shōjo Friend e Shūkan Margaret, il più venduto con oltre un milione di copie, il più famoso e il più amato. Indice di un cambiamento non soltanto a fumetti ma anche di contenuti, con articoli e rubriche in cui si affrontano questioni tipicamente femminili e adolescenziali come mai prima. Il mondo che circoscrive il perimetro del manga per ragazze anni Sessanta guarda alle riviste a noleggio, vere palestre di nuovi talenti, mentre il reclutamento diventa frenetico nel cercare nuovi autori: nello storico Tokiwa-sō, dove Mizuno ha vissuto per un periodo (ne abbiam parlato a lungo su FdC n.314), gran parte dei residenti è impiegato in quel tipo di produzioni. Le percentuali dicono che i disegnatori maschi, più numerosi, a fine anni Sessanta sono ormai ampiamente surclassati dalle donne.

Nata a Shimonoseki nel 1939, Mizuno trascorre un’infanzia senza genitori, in casa di una nonna e di uno zio che la introduce alla lettura di fumetti e popolari storie illustrate per ragazzi nelle librerie a noleggio del quartiere. Durante il terzo anno delle elementari s’imbatte nel volume Manga Daigaku (1950) di Tezuka che le scompiglia lo spirito: da un lato è colpita dalla profondità dei temi affrontati (in una maniera che altri non possiedono), dall’altra si lascia travolgere dalla passione e decide di seguire quella strada diventando mangaka. Ha una fretta del diavolo, e data l’età la sola possibilità per mettersi alla prova è il settimanale Manga Shōnen Magazine, dove sono accolti anche i non professionisti. Continua a spedire lavori agli editori e per caso uno viene notato da Akira Maruyama, storico redattore che per Tezuka segue La principessa Zaffiro.

Da qui il debutto nel 1955 su Shōjo Club con il racconto breve Akkake Kōma Poni, che Hideko Mizuno senza avvertire nessuno trasforma in storia western. Singole vignette fanno la loro comparsa su quello stesso periodico, e lì si nota chiaramente quali sono le principali ispirazioni dell’autrice: Tezuka e Ishinomori. Tre anni più tardi la giovane risiede per alcuni mesi al Tokiwa-sō collaborando con Fujio Akatsuka e proprio Ishinomori. Questi le trasmette la passione per la musica e il cinema, che darà vita a numerosi adattamenti a fumetti di celebri pellicole hollywoodiane: Rome no Kyūjitsu (1963) da Vacanze romane (1953), Suteki no Kōra (1968) da Sabrina (1954) e Akage no Scarlet (1968) da Un uomo tranquillo (1952). Un’altra passione è il balletto, convertita a fumetti in Mizuno Hideko Ballet Meisaku Gekijō, scritto da Takako Hino e illustrato sulle pagine di Nakayoshi nel 1968.

Mizuno dimostra doti d’ardita innovatrice fin dai primi manga senza sostegno altrui, nonostante i rimproveri sullo stile poco originale e ancora troppo legato a Tezuka. Nel 1960 crea la prima storia romantica degli shōjo, dal titolo Hoshi no tategoto, mentre con Shiroi Toroika (1964) si dedica con impegno al primo fumetto storico per ragazze svelando la sua passione per la letteratura russa.

La produzione nel decennio è vastissima: opere di poche pagine, alcune a colori, storie più lunghe, ma il baricentro che cambia tutto si ha con Fire! (1969) su Seventeen: fumetto che inizialmente non incontra il favore delle adolescenti, ma in seconda battuta, al cospetto di un pubblico più adulto si rivela un enorme successo anche nelle vendite. Fire! è una dichiarazione d’amore per la musica rock, frutto di un viaggio in Europa e negli Stati Uniti, ed è la cronaca a fumetti di Mizuno giovane artista che si confronta con le contraddizioni di quelle società in piena guerra del Vietnam mentre parla liberamente ai giovani di sesso e droga.

Nel corso degli anni, l’autrice si presenta al mondo come una combattente, sottraendosi alle logiche editoriali dei grandi editori e dei contratti in esclusiva: cresce da sola il figlio nato nel 1973, pubblica a sue spese i nuovi e vecchi lavori, diventando negli ultimi anni la memoria vivente di una tradizione e di un modo di fare fumetti che lei per prima non intende far dimenticare.

*La versione originale di questo articolo è disponibile sul mensile Fumo di China 318, ora in edicola, fumetteria e online.

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