Per quanto la si dipinga come degradata e irrecuperabile esistono posti peggiori di Gotham City. Rimanendo nei suoi confini si potrebbe fare l’esempio del Calderone, quartiere operaio popolato principalmente da immigrati, dove abita ed esercita la sua professione Tommy Monaghan, il protagonista di Hitman. Veterano della Guerra del Golfo, ora sicario a pagamento specializzato nell’eliminazione di cattivi soggetti e portatore di mediocri superpoteri – telepatia, vista a raggi X – con più controindicazioni che altro.

Nel vagare tra la Saint e la Peckinpah incontreremo presto il nostro protagonista e tutti i suoi compagni di scorribande. Una variopinta schiera di personaggi più o meno sopra le righe, dall’amico fraterno Natt the Hat al socio-rivale Ringo Chen, senza dimenticare il barista e figura paterna Noonan, la fidanzata Deborah, il signore infernale Baytor, lo sgangherato gruppo di eroi Sezione 8. E ancora Hacken, Pat e un sacco di altre personcine (o demoni) niente male.

Parlare di Hitman di Garth Ennis e John McCrea significa fare un lungo elenco di nomi più che stendere una sinossi dei 61 numeri – più speciali vari – della serie. Perché quello che rimane nella mente dopo averne concluso la lettura non sono le strampalate avventure del killer prezzolato e dei suoi compari, e neppure i momenti più duri e crudeli come quelli dello storyarc Chi osa vince. Piuttosto persiste la quotidianità e il senso di appartenenza a un gruppo di underdog, parti integranti dell’universo DC ma mai in primo piano.

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Come se le vicende della JLA e del resto della serie A si svolgessero a un altro livello rispetto agli eventi del Calderone, destinato a vivere i mega eventi della casa editrice solo di riflesso. Rispetto alle epiche avventure di Superman e compagnia, Hitman è un fumetto costruito sui battibecchi, sulle sparate da bar, sul continuo punzecchiarsi e sul valore dell’amicizia fraterna.

Come tanti altri lavori scritti da Garth Ennis, in Hitman si è sospesi tra concretezza tipicamente working-class e derive vagamente reazionarie. Come quando, in Rabbia ad Arkham, Tommy si introduce nel celebre manicomio criminale e si chiede perché certi soggetti non vengano semplicemente uccisi, piuttosto che tenuti in condizione di fuggire con una frequenza imbarazzante. 

Così lo si vede sparare al Joker – il lavoro per cui era stato pagato – mentre Batman interviene rapidamente per medicarne la ferita da arma da fuoco. Si tratta del prodromo di quanto si vedrà più avanti nella carriera dello scrittore, da The Pro fino a The Boys passando per i crossover tra il suo Punisher e altri personaggi Marvel. Ennis mette sempre davanti a tutto una concretezza esibita, come un duro da film western.

In Hitman a Garth Ennis e Jon McCrea interessa poco tessere saghe epiche o infiniti crossover. La loro attenzione è tutta sui personaggi, sulle loro storie e sul senso di appartenenza. Poco importa se fino a poco prima stavano affrontando una famiglia mafiosa, demoni, pesci zombi o agenti delle forze speciali. Si finirà sempre da Noonan a bere una pinta e a prendere in giro Hacken. Anche se poco alla volta si starà sempre di meno seduti a quel bancone. 

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Non è un caso se la fine della serie sia quasi incontrovertibile. Dopo quattro anni passati a scrivere e disegnare le loro avventure con un trasporto tale da rendere palpabile l’affetto dei due autori per i protagonisti era difficile immaginare che li lasciassero in mano a qualcun altro. Magari un mestierante che neanche li capiva così bene. Chi altro avrebbe potuto scrivere un’intera sequenza dove vediamo Tommy e Nat seduti al bancone del bar mentre cercano di imitare Clint Eastwood ne Il buono, il brutto, il cattivo?

Dopotutto, la collaborazione tra i due autori – entrambi nord-irlandesi – ha radici lontanissime. Nel 1989 McCrea disegnò addirittura l’esordio da sceneggiatore di Ennis sulle pagine dell’antologico Crisis. La sinergia continuò poi sulle pagine del solito Judge Dredd ma trovò pieno compimento solo nel 1993 con The Demon, fortunato rilancio del personaggio di DC Comics creato da Jack Kirby nel 1972. Tommy Monaghan fece la sua prima comparsa proprio su quelle pagine, acquisendo i suoi poteri e ponendosi inizialmente come qualcosa di non troppo diverso dai consueti personaggi grim & gritty degli anni Novanta.

Ennis all’epoca era considerato la next big thing del fumetto statunitense, e la sua gestione di Hellblazer aveva raccolto un plauso enorme. Preacher era solo al secondo story arc ed era già considerata una delle migliori serie Vertigo di sempre. Così non gli fu difficile nel 1996 farsi approvare una serie incentrata proprio su quello strano personaggio creato da lui stesso tre anni prima. Curioso come proprio nello stesso anno Tommy non fu l’unico killer di cui scrisse. Dalla sua tastiera prese il via per Top Cow Production – un’etichetta di Image Comics – anche la serie dedicata al sicario malavitoso Jackie Estecado, alias Darkness, nato sulle pagine di Witchblade nello stesso anno. 

Ne scrisse dieci numeri in tutto, un’inezia rispetto al suo amore per le gestioni lunghe e tutte curate dalla stessa coppia di sceneggiatore e disegnatore. Sarà stata essenzialmente l’inconsistenza dell’idea dietro al personaggio, o le matite ipertrofiche ed ultra-estetizzanti di Marc Silvestri – unite alla colorazione esplicitamente digitale tanto in voga in quel periodo – oppure semplicemente un contratto svantaggioso. Rimane il fatto che non scattò la scintilla e il giocattolone Image smise in fretta di interessargli.

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John McCrea rappresentava invece un sodale perfetto per quel progetto che doveva essere prima di tutto un gioco tra amici. Impossibile scrivere di bisbocce da pub se a disegnarle non c’è qualcuno con cui le faresti. Lo stile del nord-irlandese, ormai lontanissimo dagli esordi pittorici e realistici, si era spostato verso una narrazione grottesca e gommosa. Fatta di deformazioni, anatomie sghembe e proporzioni sbagliate. Ma anche di abbondanti campiture nere, tratti pastosi e di una cura maniacale per l’espressività dei personaggi. Ci sono interi scambi di battute che non funzionerebbero in nessuna maniera se non ci fosse McCrea a tratteggiare sguardi e sorrisi complici tra gli interessati. 

Hitman veniva pubblicato in anni dove il disegno doveva per forza di cose essere esplosivo, fatto di splash page, colori tiratissimi, corpi scultorei e pose plastiche. McCrea si poneva esattamente all’opposto. Era sghembo e sgradevole, non riusciva neppure a inserirsi nella coda dei fumetti indipendenti minimali alla David Lapham. Ancora una volta Tommy e la sua ghenga finivano per definirsi come i sottoproletari del fumetto, contro tutto e tutti. 

Ed evidentemente a loro non fregava neppure nulla di sedersi nei salotti buoni preferendo giocare su un campo tutto loro. Fatto di storie deliranti come lo speciale Una taglia su Babbo Natale, da recuperare evitando la traduzione edulcorata e bacchettona di Planeta DeAgostini. Si tratta di uno dei rarissimi casi di favola natalizia talmente cinica e nera da fare il giro e da rappresentare un’autentica pausa di serenità nella tribolata vita di Tommy. 

Oppure potremmo parlare del sentito incontro con Superman in Di te io canto, dove si affronta il discorso dell’immigrazione e della possibilità di un nuovo inizio rappresentata dall’unione di più popoli. Ennis canta come al solito le lodi dell’America – vista come simbolo più che come nazione, proprio come succedeva in Preacher – e per una volta evita di fare il discolo senza rispetto.

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Sono questi balzi repentini da una parte all’altra di uno spettro di umori lontanissimi tra loro – eppure sempre coerenti e organici nel susseguirsi in una continuity strettissima – che rendono Hitman il vero capolavoro di Garth Ennis e Jon McCrea. Oltre che uno dei pochissimi esempi di racconto dove il postmoderno ha davvero lasciato qualcosa di destinato a durare

Certo, non tutto funziona alla perfezione e sporadici scambi di battute risultano un pochetto fuori luogo a 25 anni dall’esplosione tarantiniana, ma sono piccolezze. In realtà ci si diverte alla grande e i momenti più cupi risultano sentiti ed efficaci. Ennis limita perfino il suo romanticismo da romanzetto Harmony tanto profuso in Preacher, preferendogli un tono più scanzonato. Hitman gira benissimo perché non si limita al mero citazionismo fine a se stesso – enciclopedico e pedante – ma pagina dopo pagina la passione dei due autori per le storie che tanto amano è resa tangibile e palpabile.

Tutto è vissuto in maniera così profonda da essere adattato perfettamente all’universo narrativo del Calderone, anche se gli ingredienti sono di una vastità spesso soverchiante. Negli oltre sessanta numeri della serie trovano spazio le sbruffonate da buddy movie, l’epica crepuscolare di Peckinpah, l’horror di frontiera di Carpenter, le storie di guerra e gli heroic bloodshed di Hong Kong. Ma anche la verve nera e dissacrante di 2000 AD, i dinosauri, Sergio Leone, le commedie romantiche anni Novanta e tanta altra roba.

Gli autori non si limitano a fare un collage di tutte queste influenze, ma le fanno proprie come mai erano riusciti prima. All’epoca le basi delle carriere di Garth Ennis e Jon McCrea erano già solide e ben definite, ma Hitman rappresentò un’autentica consacrazione, anche se magari non sfavillante come altri titoli. Dopotutto parliamo di una serie minuscola, piena di personaggi strani – Bueno Excellente, con il suo potere della perversione, rimane il punto più alto di questa tendenza – e con qualche ospite celebre che finiva puntualmente per essere ridicolizzato.

Una piccola e lercia nicchia dove i personaggi morivano per per non tornare più in maniera definitiva, il protagonista non faceva che inanellare una cazzata dietro l’altra e il body shaming era la cosa più carina che ti potesse succedere una volta varcata la soglia di Noonan. Dal punto di vista tecnico la sinergia tra i due autori era di una precisione chirurgica – nella carriera dello sceneggiatore si è arrivati allo stesso livello solo con Steve Dillon su Preacher e con Goran Parlov su Punisher MAX – e l’equilibrio tra gioco iconoclasta e cuore veniva gestito con il mestiere di chi aveva già macinato centinaia di pagine.

Dei tanti anti-eroi che il mainstream anni Novanta aveva provato a venderci come evoluzione definitiva del fumetto popolare non è rimasto quasi più nulla, persi tra eccessi da adolescente edgy, ritorni a un classicismo inamovibile e l’ansia di rincorrere lo zeitgeist dell’epoca. A distanza di oltre vent’anni le avventure di Tommy e della sua ghenga si confermano invece una lettura entusiasmante e sanguigna, e che difficilmente non lascerà nulla a chi ci si approccia per la prima volta.

Noonan’s puzzerà anche di piscio, sarà popolato dalle facce peggiori che tu ti possa immaginare e probabilmente finirai presto per perdere una fortuna in qualche scommessa truccata, ma ti sentiresti di dire di no a una birra con una compagnia simile?

L’edizione più recente di “Hitman” di Garth Ennis e Jon McCrea è pubblicata da Panini Comics.

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