“Porco Rosso”, il grido di libertà di Hayao Miyazaki

porco rosso hayao miyazaki Meglio maiale che fascista

Il 18 luglio 1992 usciva nei cinema giapponesi Porco rosso (in originale Kurenai no buta, letteralmente “Il maiale cremisi”), un’opera destinata a rimanere nella storia del cinema e nell’affetto di molti spettatori legati allo Studio Ghibli e al suo regista Hayao Miyazaki. Dopo trent’anni Porco rosso mantiene infatti intatta la sua forza poetica, e l’attualità dei suoi temi è più forte che mai, dimostrando inoltre quanto il cinema di Miyazaki riesca, in virtù della sua peculiare bellezza, a essere impermeabile alla prova del tempo.  

La storia, per chi non la conoscesse, racconta di Marco Pagot, un asso dell’aeronautica che, in seguito alla Prima guerra mondiale, per via degli orrori di cui è stato testimone, decide di ritirarsi sulla costa dalmata e di trasformarsi in un maiale. Ma una serie di eventi e l’incontro con la giovane Fio lo porteranno a riconsiderare tutto.

All’interno dell’affascinante percorso artistico di Miyazaki, Porco rosso rappresentò un crocevia, la perfetta sintesi di tutte le tematiche e suggestioni che compongono il cinema del suo regista. Uscì dopo un film, Kiki – Consegne a domicilio, che era stato erroneamente classificato come il suo più leggero, e precedette Princess Mononoke, il film che all’epoca avrebbe dovuto chiudere la sua carriera e che avrebbe segnato un radicale cambiamento nel modo di rappresentare la violenza e la favola, intrecciandosi con gli elementi fantastici della tradizione animista e folkloristica giapponese.

In questo senso Porco Rosso fu un film di transizione, che si trovò a metà di due opposti, compreso fra gli estremi rappresentati da una parte dal desiderio di leggerezza poetica e favolistica di Kiki (o di Il mio vicino Totoro e Laputa – Castello nel cielo) e dall’altra dall’urgenza di mitigare le violenze dell’uomo nei confronti del mondo (Nausicaä della Valle del vento, Princess Mononoke e Si alza il vento).

D’altra parte, che Porco rosso sia un film che vive di dicotomie lo dimostra ciò che racconta e il modo in cui è messo in scena. Nel saggio Studio Ghibli – L’animazione utopica e meravigliosa di Miyazaki e Takahata (Bietti Edizioni), io stesso scrivevo che «il film si muove tra due dimensioni ben precise, ciascuna con caratteristiche specifiche. Da una parte il cielo, dall’altra il mare, ciascuno il riflesso dell’altro, entrambi luoghi-simbolo di libertà e di emancipazione dell’uomo dai vincoli terreni, dalla gravità, dal peso della sofferenza esistenziale che spesso attanaglia i personaggi di Miyazaki». 

Ed è proprio tra questi due elementi che si libra lo spirito di Porco rosso, sintetizzato dall’amore di Miyazaki per il volo, che per lui rappresenta un atto di libertà, il modo in cui l’uomo sfida se stesso, il mondo intero e trova una dimensione poetica assoluta. Uno strumento con cui l’uomo miyazakiano si confronta con i propri limiti e si apre a nuove scoperte in virtù di essi.

In Porco rosso, Miyazaki poté così sfoggiare il proprio virtuosismo nella messa in scena di sequenze d’azione di livello molto alto, grazie anche alla precisione ingegneristica con cui rappresentò i velivoli e le stesse manovre. Ma Porco rosso era – ed è ancora oggi – tanto altro.

Fu in particolare il primo film con cui Miyazaki esplicitò un pensiero ideologico che era presente altrove ma mai in modo così evidente. Il fatto che Marco Pagot fosse in netta contrapposizione con l’ideologia fascista rappresentò una dichiarazione politica da parte del suo autore (che era stato vicino al pensiero marxista e protagonista delle manifestazioni sessantottine). In tal modo, il personaggio è addirittura diventato un’icona: in Italia, per esempio, ogni 25 aprile, l’immagine di Marco Pagot che dice «Meglio maiale che fascista» è ormai rappresentativa della festa della liberazione. Una sintesi della frase pronunciata dal protagonista durante il film, che nell’adattamento italiano è: «piuttosto che diventare un fascista meglio essere un maiale».

Con Porco rosso, Miyazaki portò a un nuovo livello il suo essere autore. Prese tutto ciò che aveva rappresentato il suo cinema degli anni Ottanta e lo sintetizzò con sfumature reali, mettendoci dentro George Orwell (La fattoria degli animali) e una tendenza poetica che abbandonava la dimensione dolce di film come Il mio vicino Totoro o Kiki – consegne a domicilio per assumere connotati più nostalgici

Porco Rosso, inoltre, radicalizzava un certo nichilismo, altrove solitamente più celato: la scelta di essere maiale anziché uomo del protagonista formalizzava un rifiuto netto degli orrori dell’umanità e, in qualche misura, connotava una visione pessimistica dell’uomo stesso. Questo nonostante in Miyazaki non ci sia mai stata una presa di posizione netta in proposito, quanto una riflessione dinamica e modulare mutata nel tempo. La trasformazione in maiale, per esempio, l’avremmo poi vista anche ne La città incantata, quando i genitori di Chihiro mangiano a dismisura senza chiedere per poi trasformarsi proprio in quell’animale. Lì è simbolo di avidità e ingordigia, mentre in Porco rosso aveva un preciso significato ideologico. 

Miyazaki, però, non è pessimista in senso assoluto, ma si apre a una possibilità. Perché, se è vero che è un disilluso, è altrettanto vero che crede ancora (e ci ha sempre creduto) nella bellezza del mondo: l’amore, la poesia, l’innocenza, quel senso comunitario fatto di aiuto reciproco che è tutto dell’uomo, aprono a un orizzonte di speranza. E a Porco rosso dovremmo rifarci per fare, di questa speranza, la bussola in questi tempi difficili.

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