Vita, morte e rinascita delle storie a bivi di “Topolino”

All’inizio degli anni Ottanta, Topolino stava vivendo un periodo di intenso rinnovamento. Gaudenzio Capelli, il nuovo direttore, si era circondato di autori importanti, sia di lungo corso (tornati dopo aver preso bruscamente le distanze dalla direzione di Mario Gentilini), sia nuovi e ansiosi di dire la loro. Tra questi, un giovane sceneggiatore veneziano con un passato da fattorino, interprete, impiegato e guida turistica cercava di farsi strada, proponendo soggetti inediti e interi cicli di avventure. Si chiamava Bruno Concina, ma presto sarebbe diventato “quello delle storie a bivi”.

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Cover promozionale di Marco Rota per ‘Topolino e il segreto del castello’ (1985)

Concina era la recluta ideale della gestione Capelli. Sensibile alla tradizione, ricco di idee e attento alle esigenze del lettore, soprattutto quello più giovane, che doveva essere preso per mano e avvicinato con leggerezza alle problematiche della vita e ai grandi temi d’attualità. Al pari di molti suoi colleghi, Concina era appassionato di letteratura e aveva da poco scritto un romanzo, Il segreto del castello, destinato a rimanere nel cassetto a causa della particolarità che presentava: invece di un unico finale, si concludeva in 33 modi diversi, tante erano le scelte che il pubblico poteva far compiere ai personaggi.

L’opera era a tutti gli effetti un librogame, ma aveva risentito solo marginalmente dell’influenza di questa forma di scrittura, che nel frattempo stava prendendo piede anche in Italia grazie alle celebri collane pubblicate da EL. Come ammise l’autore in un’intervista, avevano giocato un ruolo determinante i grandi movimenti d’avanguardia della letteratura francese degli anni Trenta, che ribaltavano il ruolo canonico del lettore: «Da semplice esecutore passivo del lavoro altrui a protagonista e interprete attivo della storia».

Il libro, però, non fu mai pubblicato. Concina ci rimise mano solo nel 1984, quando da Capelli e dal caposervizio alle sceneggiature Massimo Marconi arrivò il via libera per ricavarne una storia a fumetti con i personaggi Disney. Nacque così Topolino e il segreto del castello, scritta dallo stesso Concina e disegnata da Giorgio Cavazzano.

Il castello dei destini incrociati

Topolino e Pippo vagano per le stanze di un castello che si crede invaso dalle forze occulte. Nei frangenti delicati tocca al lettore scegliere per loro: continueranno a esplorare o faranno ritorno in città? Apriranno quella porta o saliranno le scale? Crederanno ai fantasmi? In base a queste decisioni il racconto si trasforma e gli eventi assumono pieghe sempre nuove. Chi punta sull’esistenza degli spiriti si imbatte in un ectoplasma burlone, che produce suoni spaventosi con le sue catene, ma agli scettici spetta un finale diverso, con i nostri eroi che sgominano una banda di falsari e sequestrano le loro rumorose attrezzature. Insomma, a ogni bivio corrispondono sempre due strade diverse, due universi narrativi distinti.

Delegare la scelta al lettore per mancanza di curiosità (o per eccesso di fifa…)

L’adattamento del romanzo richiese molta fatica. La foliazione della rivista non poteva farsi carico di una vicenda tanto lunga, e dei 33 finali originali ne rimasero soltanto 6. La struttura, però, era già abbastanza semplice e non subì grosse modifiche: dopo un preambolo iniziale, il primo bivio tracciava una netta divisione in due sezioni, due macro-capitoli che facilitavano l’orientamento grazie alle loro differenze visive molto facili da cogliere (ambientazione diurna o notturna). Da qui partivano altre 4 ramificazioni, disseminate lungo tutta la storia senza un ordine preciso. Il risultato? Alcuni “racconti nel racconto” si concludevano dopo pochi minuti, mentre altri sottoponevano il lettore a un gran numero di scelte e duravano anche 15 tavole (quasi la metà dell’intero fumetto).

Per la sua originalità, il format ebbe un grande successo. Per gli appassionati doveva essere divertente immedesimarsi nei loro beniamini; saltare da una pagina all’altra, in avanti e all’indietro; rigirare il giornalino tra le mani in cerca del finale perfetto, a costo di rileggere intere vignette. Era un gioco, un momento di pausa che esulava dagli altri contenuti del settimanale, più simile ai labirinti e ai rebus della rubrica di enigmistica che ai racconti indicati dal sommario.

E ben presto diventò un appuntamento ricorrente. Tra il 1985 e il 1997, Concina scrisse una ventina di storie a bivi, disegnate da alcune delle matite più importanti di Topolino, da Sergio Asteriti a Luciano Gatto, oltre allo stesso Cavazzano. Era stato proprio quest’ultimo a fissare l’impostazione visiva della “serie”, con la classica splash page di apertura dove comparivano le icone che simboleggiavano le scelte da compiere e che con il loro stile scarno ricordavano i pulsanti di un videogame, ottimi per enfatizzare le varie opzioni di gioco, bivio dopo bivio.

Una nuova proposta pedagogica

Ricreare questa sensazione di svago era indispensabile per catturare l’attenzione del lettore più giovane. Concina era convinto di poterlo coinvolgere solo attraverso una forte emozione, come la rottura della quarta parete a opera di un personaggio o dell’autore stesso. «I fumetti a bivi sono quindi soltanto l’estremizzazione di un concetto a cui ho sempre tenuto: quello di stimolare la creatività di chi legge, invitandolo a interagire con lo scrittore». E, dato che nella vita reale non esistono verità assolute, lo stesso deve valere per le storie di fantasia. Il bivio simboleggia l’assenza di certezze, e chi lo supera deve fare i conti con il proprio agire, assistendo al successo di topi e paperi o prendendosi la responsabilità del loro fallimento.

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La morale esplicita di Concina, da ‘Qui, Quo, Qua e la vacanza a bivi’ (1986)

I fumetti di Concina diventavano parte integrante del percorso di crescita dei bambini. A ogni deviazione, sotto la superficie del gioco, si nascondeva un insegnamento morale, una dinamica che faceva scoprire ai più piccoli ciò che era giusto e ciò che non lo era, grazie alle conseguenze (favorevoli o meno, per gli eroi positivi) narrate nei singoli finali. Poteva quindi succedere che Topolino non riuscisse a risolvere il caso o che Paperone si facesse sfuggire un tesoro a causa di una scelta affrettata che un lettore adulto non avrebbe mai compiuto.

Concina aveva fatto proprio il principio dell’educazione negativa di Jean-Jacques Rousseau, che all’apparenza concedeva piena libertà al fanciullo, facendogli credere di essere padrone del suo destino, ma che al lato pratico lo teneva sempre sotto controllo, modellando gli spazi intorno a lui. Anche nelle storie a bivi l’autonomia di scelta è soltanto apparente, perché il narratore ha già stabilito quante e quali strade dovremo percorrere, e sa già come reagiremo ai finali imprevisti. Controlla ogni nostro passo e – se è davvero bravo – può averci in pugno.

Naturalmente Concina non ambiva alla prosa di Calvino o Cortázar (perlomeno non nei fatti), ma non era necessario puntare così in alto per ottenere risultati migliori. La sua scrittura era manichea, i personaggi rispondevano agli stereotipi fissati da Guido Martina, che fino a pochi anni prima era stato uno degli sceneggiatori più prolifici (e influenti) di Topolino, e le scelte da compiere in corrispondenza di un bivio, molto spesso, li snaturavano.

In questo tipo di storie era del tutto normale che Gambadilegno si costituisse, che Pico e un collega suo avversario collaborassero o che Paperone si prendesse gioco dei nipoti senza motivo. Non erano i personaggi Disney nella loro incarnazione più classica e nemmeno delle maschere, come nella poetica di Martina, ma dei fantocci, utili per dare corpo alle grandi lezioni di vita impartite da Concina. Che, nel frattempo, si stava laureando in pedagogia con una tesi dal titolo Una nuova proposta pedagogica: il fumetto a bivi.

Bentornato, divertimento

I primi fumetti della serie parlavano chiaro: il format piaceva, l’idea di fondo era interessante, ma lo stile e i contenuti, a lungo andare, avrebbero potuto coinvolgere solo un pubblico infantile. Era necessario scendere dalla cattedra, abbandonare i sermoni, giocare con l’impianto narrativo, che consentiva di gestire tanti piani di lettura tutti insieme e di azzerarli in qualunque istante. La fantascienza poteva essere il banco di prova ideale per le storie a bivi. E non è un caso che ad avere questa intuizione sia stato l’autore dell’unico racconto riuscito dell’intero ciclo.

Finalmente un po’ di azione! (da ‘Topolino e i futuri futuribili’, Sisti/Asteriti, 1988)

Alessandro Sisti lo ricorda ancora molto bene: «L’idea per Topolino e i futuri futuribili è nata dalla mia predilezione per le trame basate sui viaggi temporali e sulle realtà alternative, il cui realizzarsi deriva proprio da come le scelte che si fanno determinano uno o un altro futuro», spiega a Fumettologica. «All’epoca mi sembrava interessante associare le storie a bivi alla macchina del tempo, perché Concina – un caro amico, oltre che un collega – era l’inventore di entrambi i filoni narrativi.»

Il risultato fu una storia molto semplice, senza pretese, ma ricca di trovate divertenti, che per la prima volta scaturivano proprio dalla struttura non lineare senza sembrare artificiose. Sisti spedì Topolino in un futuro remoto e fece corrispondere a ogni scelta un archetipo della narrazione di genere: dal governo dei robot alla rivolta dei replicanti, dall’inseguimento delle navi spaziali all’incontro con il proprio doppio. Il giochetto poteva proseguire all’infinito, perché il Bene vinceva sempre e non c’era il rischio di prendere decisioni sbagliate. Il prodotto finito non assomigliava più a un labirinto irto di ostacoli, ma a un parco divertimenti tutto da esplorare (la metafora era rafforzata persino da una citazione visiva di Disneyland).

Sisti era riuscito ad alzare il target, ma il suo insegnamento rimase praticamente inascoltato. Alla soglia degli anni Novanta, l’unico ancora interessato alle storie a bivi era il loro creatore, che continuava a dialogare con i più piccoli. Anche lui aveva fuso i due filoni, con Topolino e Pippo eroi del giorno prima, ma l’approccio non era cambiato: tanti epiloghi amari e un’unica possibilità di successo, con una valanga di prediche nel mezzo – come quando i protagonisti fallivano dopo aver mentito spudoratamente alle forze dell’ordine o aver cercato di evadere.

Forse Concina non tentò di rinnovare il format perché si era reso conto che stesse passando di moda, complice la diffusione capillare di nuove “strutture a bivi” come la rete e i videogiochi. Quelle semplici storie a scelta multipla, del resto, rispondevano perfettamente alle esigenze di Capelli che, come ricordava Andrea Fiamma, «volle fumetti dinamici, che tenevano il passo con la contemporaneità, a rischio di produrre materiale dalla scadenza ravvicinata».

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Una tavola da ‘Zio Paperone e l’incredibile avventura di Capodanno’ (2001), la prima storia a livelli, scritta da Alberto Savini e illustrata da 42 disegnatori diversi

Dai bivi ai livelli

Nel frattempo, però, erano trascorsi quasi 15 anni, e le redini della rivista erano passate nelle mani di Claretta Muci, che dovette fare i conti con la disaffezione del pubblico adulto e puntò tutto sui più giovani – proprio come intendeva fare Concina. Nel giorno del suo insediamento Muci chiese idee e consigli a ogni collaboratore, con un occhio di riguardo per le proposte che incentivavano il gioco e l’interattività. Tra gli sceneggiatori si fece avanti anche Alberto Savini, che da tempo avrebbe voluto scrivere una storia dove Paperone non era più in grado di entrare nel deposito e il lettore doveva aiutarlo a ritrovare la sua chiave speciale, compiendo una scelta alla fine di ogni tavola e raggiungendo la soluzione finale livello dopo livello. Naturalmente al primo errore doveva ricominciare da capo, come in tanti videogame.

A differenza di Concina, Savini era cresciuto in un’epoca dominata dalle avventure testuali, software che simulavano un ambiente di gioco solo attraverso la parola scritta, in bilico tra la letteratura e l’esperienza videoludica vera e propria – una sorta di “giochi di ruolo sottovetro”. «Quando lessi la prima storia a bivi di Topolino – racconta l’autore a Fumettologica – ero già troppo grandicello per rimanere folgorato, e ho cominciato a pensare a come si potesse rendere più avvincente il meccanismo della scelta, anche in ambito extra-Disney».

Muci promosse la sua iniziativa seduta stante e la trasformò in un evento. Zio Paperone e l’incredibile avventura di capodanno inaugurò il primo numero di Topolino del terzo millennio e ogni tavola (pardon, livello) fu realizzata da un disegnatore diverso, quasi a sottolineare la decisione unanime degli addetti ai lavori di dare una seconda chance a questi progetti – che dopo le ultime storie a bivi del 1997 erano spariti dai radar. Ma proprio come per il format di Concina, che non era mai stato seguito da vicino dalla redazione né proposto ad altri autori, dei fumetti a livelli si parlò sempre meno e Savini diventò un “maestro senza scuola” (se escludiamo due storie didattiche di Stefano Ambrosio dedicate al risparmio energetico).

L’ultima avventura di questo tipo (Dov’è Trippa?) risale al 2005 e, come ricorda Savini, «era stata richiesta per unire le Storie della Baia, molto apprezzate all’epoca, a una struttura che aveva sorpreso parecchi lettori», e che malgrado l’insuccesso non era passata inosservata. A pensarci bene, era persino più complessa di una semplice storia a bivi, dove non si deve fare altro che imbastire un certo numero di finali. Savini nota che «la difficoltà nasce in fase di revisione, quando devi riuscire a usare alcune pagine di “snodo” rendendole credibili, sia che si arrivi da un punto, sia che si arrivi da un altro. Bisogna far in modo che tutto quadri».

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Le storie a livelli erano adatte alla prima infanzia, con una forte componente ludica e una scrittura user friendly che rendeva possibile la sconfitta senza urtare la sensibilità di nessuno. Scimmiottavano i videogiochi in segno di resa, quasi a riconoscerne la supremazia («i lettori più piccoli erano cambiati – rileva Savini – e avevano bisogno di stimoli più forti»), ma erano in grado di parlare una lingua semplice e diretta, nonostante il loro impianto così sofisticato. Per un po’ di tempo provarono a tenere in vita l’idea di Concina, che, se proprio non era morta, giaceva in coma da molti anni, mentre tutto ciò che la circondava stava cambiando.

Rinascere in sordina

Quando su Topolino fu pubblicata la prima storia a bivi dopo quasi due decenni, nel 2014, ad accompagnarla non ci furono schede di presentazione o roboanti annunci in copertina, come nel 1985. L’unica a spendere due parole fu Valentina De Poli, la direttrice dell’epoca, che nel suo editoriale si congratulò con i due autori (Marco Bosco, ai testi, Nicola Tosolini, ai disegni) senza aggiungere nulla, dando per scontato che tutti conoscessero il format e il suo passato. Era un segnale. Significava che i destinatari di quel rilancio non erano i bambini di allora, ma quelli di un tempo, che avevano adorato i fumetti di Concina e che ne avrebbero tanto voluto leggere ancora.

Proprio perché si rivolgevano alle stesse identiche persone, le “nuove” storie a bivi dovettero alzare l’asticella, intercettare il pubblico di una volta (più o meno invecchiato) e fargli provare le sensazioni della giovinezza osservando un’unica, ovvia, regola: niente prediche da scuola materna. Le si sarebbe dovute scrivere per il solo piacere di essere lette, per riportare alla mente il ricordo di quella struttura, di quell’atmosfera labirintica, di quella libertà di scelta. Fin dalla prima, Gambadilegno, Macchia Nera e i bivi del crimine, si capiva che l’unico aspetto in comune tra i due “cicli” era l’impianto. La trama era lontana anni luce dai racconti di Concina: al bivio iniziale bisognava decidere se rapinare una banca o trafugare un computer di ultima generazione, i personaggi brandivano pistoloni e attrezzi da scasso, e uno di loro rimaneva quasi “ucciso”. Pur nei limiti di un disegno cartoonesco, tutt’altro che trasgressivo, gli autori scelsero di usare un tono adulto che si faceva perdonare anche qualche semplificazione.

Le storie successive, uscite pochi mesi dopo, chiarirono ulteriormente lo scopo del progetto. Vito Stabile si cimentò con una riscrittura delle origini di Paperinik, sfruttando le biforcazioni per approfondire tutti gli elementi di contorno dell’avventura d’esordio, in pieno spirito nerd. Marco Bosco fece quasi lo stesso, quando gli fu chiesto di scrivere un racconto speciale per gli 80 anni di Paperino: a ogni strada fece corrispondere una sfumatura della personalità del protagonista, tirando dentro anche gli universi di Pk e DoubleDuck. Più che per il pubblico, il format stava tornando in auge come strumento a beneficio degli autori, una sorta di jolly che ci si poteva giocare in qualsiasi occasione. L’importante era rivolgersi a uno zoccolo duro di lettori in grado di cogliere i riferimenti più specifici, come nelle migliori operazioni-nostalgia.

L’esperimento durò meno di sei mesi. Le storie a bivi ricomparvero nel 2015, ma assunsero una periodicità sporadica e la loro qualità media diminuì drasticamente. Forse per mancanza di buone idee, forse per via di un feedback negativo, o forse perché gli sceneggiatori (Bosco e Stabile, tuttora gli unici eredi di Concina e Sisti) non avevano saputo valorizzare i pregi del racconto, conferendo un tocco di originalità a qualche fumetto mediocre, dove magari l’unico divertimento stava nello scegliere… se mandare Paperina in vacanza al mare o in montagna.

Non sono sicuro di voler scegliere. Posso astenermi?

Oggi, nello stesso silenzio che le ha viste tornare, per le storie a bivi si sta aprendo una crisi che deciderà le loro sorti. Anche agli autori di Topolino tocca prendere una decisione: meglio fare finta di nulla e pubblicarne ancora qualcuna ogni tanto o sbarazzarsene definitivamente, restituendo l’invenzione al tempo a cui appartiene? Perché la vera certezza è che il modello educativo di Concina è stato superato. «Abituato nella sua quotidianità allo zapping o alla navigazione sul web, il bambino ha già in sé la percezione della scelta multipla e non ha certo bisogno di un fumetto per capire che ogni scelta influenza il futuro» commenta Savini.

«Vero è però che a livello di impianto queste storie sono solo state sviluppate dalle nuove tecnologie ed estese in maniera impossibile per un racconto a opzioni multiple declinato nei limiti della carta stampata» gli fa eco Sisti. «Ma la fruizione di questi fumetti rimane più rapida e può essere altrettanto divertente, con costi molto più contenuti.»

Orfane di uno scopo, le storie a bivi continueranno però a inciampare nel loro difetto più evidente: esaurirsi nell’esibizione del proprio meccanismo. Forse c’è ancora tempo per rilanciarle, ma questo avverrà solo quando gli autori giustificheranno la scelta di segmentare il racconto e giocheranno un po’ con il linguaggio, rendendo finalmente sensato per i lettori di tutte le età chiedersi “da che parte andare”.

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