Il finale di “Stranger Things 4”

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Due puntate, disponibili dal 1 luglio su Netflix, a chiudere la quarta stagione di Stranger Things, in attesa della quinta e (probabilmente) ultima. L’ottava, intitolata Papà (titolo originale Papa) e la nona, intitolata Il piano (The Piggyback), con una durata rispettivamente di un’ora e 27 minuti e di due ore e 22 minuti. Insieme, fanno un film dalla durata monstre (o comunque due film piuttosto corposi).

Si era rimasti, con la prima parte, con le varie direttrici narrative pronte a convergere l’una sull’altra. Hopper, Joyce, Murray, Yuri e Anotov cercavano di fuggire dalla prigione sovietica facendo una scoperta spaventosa; Undici riacquistava i poteri con la rivelazione della settima puntata, ma era ostacolata dal dottor Brenner prima e dal tenente Sullivan poi; Nancy incontrava Vecna e decideva di organizzare un piano per sconfiggerlo. 

Dei nove episodi che compongono la quarta stagione, ben cinque sono scritti e diretti dagli stessi fratelli Matt e Ross Duffer, i creatori della serie, a testimonianza di quanto i due tengano a muovere con mano ferma e sicura una barca che è diventata, negli anni, una vera e propria ammiraglia. Ciò non toglie che, come dimostrano questi due episodi, Stranger Things abbia acquisito, con questa quarta stagione, una propria epicità e mitografia, sbarazzandosi dell’elemento citazionista come fattore cardine ed essenziale avente la funzione di motore dell’intera serie.

I riferimenti alla cultura pop, musicale, videografica degli anni Ottanta, naturalmente, contraddistinguono anche questa stagione, ma sono sottotraccia, come elementi che accompagnano un percorso che, pur zoppicando, raggiunge vette emozionali impossibili da ignorare (con un riferimento esplicitato a Il Talismano di Stephen King e Peter Straub che rivela un’ispirazione di spessore per questo segmento narrativo).

Purtroppo, però, queste ultime due puntate confermano il problema principale della quarta stagione (di cui avevamo già detto qui): sono troppo lunghe. E non è la lunghezza in sé a essere un problema, quanto la densità che le contraddistingue. Si percepisce in modo evidente che si è allungato un po’ troppo il brodo per cercare di raggiungere il minutaggio scelto, con intere sequenze inutili ai fini della storia, se non addirittura stonanti (amabili chiacchierate nel bel mezzo del Sottosopra, personaggi che si aprono e si confessano nei momenti più sbagliati). 

C’è, peraltro, una certa prevedibilità ad accompagnare queste due puntate: se il grande twist finale della settima puntata aveva mitigato questi limiti – che sono per lo più dovuti alla scrittura – in assenza di un vero e proprio colpo di scena lo sviluppo narrativo soffre di momenti che uno spettatore minimamente attento aveva già capito molto prima. [SPOILER] Persino il lungo pre-finale (lo scontro con Vecna), per quanto coinvolgente, ottimamente ritmato e persino visivamente impressionante, arriva alla conclusione con una certa stanchezza, in una dinamica (i vari personaggi che stanno cedendo nel corso della battaglia per poi ribaltare il tutto grazie a un singolo evento deus ex machina) che è diventata standard in molte serie tv dall’afflato epico. Provate a paragonare questa battaglia con quella finale di Game of Thrones e vi sarà impossibile non notare somiglianze nel modo in cui si sviluppano le linee narrative e si gestisce la suspence [FINE SPOILER].

Questi limiti non rendono Stranger Things e questa quarta stagione deludente. Schizofrenica, ricca di alti e bassi, ma qualitativamente molto alta, di certo superiore alla media delle serie televisive con dichiarato intento mainstream. Stranger Things è diventata una serie dalle pressioni commerciali molto forti, che ha aspirazioni innanzitutto mainstream e che cerca di accontentare i nostalgici attempati e le nuove generazioni ignoranti sugli anni Ottanta, ma che tenta – talvolta con successo altre volte fallendo – di coniugare qualità e quantità, sfumature autoriali con esigenze commerciali. 

In questo, i fratelli Duffer possono dirsi soddisfatti, e il merito è anche della crescita che hanno avuto i personaggi nel corso di queste quattro stagioni. Alcuni – introdotti persino tardi – con un fascino e una bellezza che odora di empatia come di rado si vede nella serialità contemporanea.

Ci si è affezionati a questi ragazzi e a queste ragazze, insomma, e si soffre con loro. E la veridicità dei loro problemi adolescenziali – che sono il fulcro dell’intera serie – non fa che ampliare questo sentimento di affezione. In attesa, naturalmente, del gran finale della serie.

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