“Thor: Love and Thunder” è un film sgangherato ed estenuante

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Se uno volesse essere buono, ma molto molto buono, potrebbe dire che Thor: Love and Thunder è una fiaba della buonanotte per bambini fortunati. Se uno invece volesse essere malizioso, potrebbe dire che Thor: Love and Thunder è un atto di grande tracotanza, che dimostra che nessuno, neanche i registi più quotati e vincitori di premi Oscar, sono onnipotenti. Se uno volesse essere sfacciato, potrebbe dire che Thor: Love and Thunder è un atto di nepotismo senza fine, con i figli del regista e dell’attore principale nella parte dei bambini della storia. Casomai dimostra che per fare un film davvero stupido servono autori e attori molto intelligenti e di talento.

Insomma, giratela come volete, ma Thor: Love and Thunder ha un problema e bello grosso. E il problema è che è un film sbagliato. Innanzitutto è una storia per bambini. Sul serio. Proprio per bambini. Il regista e co-autore ci gioca sopra, creando una narrazione da vecchia storia (e usando il personaggio a cui dà la voce), ma l’effetto è quello di un arrogante mattatore che pensa che basta salire sul palcoscenico, dire qualche cavolata improvvisata a caso e poi può tornare a gestire la propria fama e la propria ricchezza senza che ci sia altro da fare.

Manca di rispetto al pubblico, insomma, e lo fa in maniera tale da dare la sensazione che sia quasi una decisione premeditata: i pistolotti attorno al caminetto di Korg prima e Thor stesso dopo con la gang dei bambini prigionieri sembrano quasi un divertimento improvvisato in una villa per ricchi su un’isola esotica durante una giornata di brutto tempo quando gli adulti decidono di voler intrattenere i più piccoli (e sarebbe un film già molto più interessante, a ben vedere).

L’effetto che dà Taika Waititi è proprio questo. Il giovane prodigio neozelandese ha perso il contatto con la realtà, si sente a cavallo tra Wes Anderson e Mel Brooks, però con questo film dimostra di non essere nessuno dei due. La storia è di una banalità sconcertante, e quelli che dovrebbero essere passaggi surreali, intuizioni situazioniste, afflati creativi per cui la gente dovrebbe alzarsi in piedi e urlare «Genio! Genio! Maestro!», come in una puntata di Boris, si dimostrano invece delle tavanate galattiche.

Se a un ipotetico consesso degli dei di qualche mitologia fumettistica fosse intervenuto Waititi per rappresentare la sua visione del cosmo, l’avrebbero prontamente trasformato in un sasso e lasciato a rotolare sul crinale di una vallata senza fine. Raramente così poco ha avuto bisogno di così tante parole per essere raccontato.

Thor: Love and Thunder è una storia piccola, sgangherata, a tratti soporifera, oltretutto avvelenata dal bisogno manicheo di mostrare coppie non tradizionali per rendere omaggio al politicamente corretto e al politicamente diverso con una tale mancanza di naturalezza da chiedersi se dietro non ci sia invece una astuta critica sociale di Waititi (hint: no, neanche per idea).

A tenere assieme la baracconata è la macchina da guerra di Kevin Feige: è ormai matematicamente dimostrato che il produttore può mettere in scena anche due capre giganti e urlanti come due esseri umani scannati mentre giocano a polo, e nessuno ha niente da ridire. La storia utilizza la depressione come sostituto della personalità e cerca di far credere che, se i personaggi sono abbastanza amari e incasinati, non ci accorgiamo di quanto sono noiosi e artificiali.

Il problema di questo film non è la recitazione di Chris Hemsworth, non è la costante sensazione di disperazione che emerge dal volto di Natalie Portman (che sembra quasi lanciare un messaggio cifrato «aiuto, salvatemi» o forse vuole solo pagare il conto dell’estetista, chissà), non è la noia mortale dei dialoghi, la costante sensazione che il trattamento della storia sia stato fatto da uno studente delle medie non particolarmente brillante, non è che Ogni. Singola. Cosa. Che. Compare. Nel. Film. Debba. Essere. Considerata. Come. Il. Fottuto. Fucile. Di. Checov.

Perché tutto quello che vedete nel film lo vedrete sostanzialmente due volte: la prima volta per un malinteso senso estetico, la seconda volta perché Checov ha detto che se nel primo atto di una pièce teatrale appare un fucile appeso al muro, nell’ultimo atto questo fucile sicuramente sparerà. Beh, lo studente delle medie pare averlo preso un po’ troppo alla lettera.

A un certo punto, in maniera surreale e apparentemente autoironica (ma quella autoironia di quando ti ripeti uno scherzo da ubriaco davanti allo specchio ma poi quando lo dici ad alta voce agli amici nessuno ride e cala anzi un certo silenzio imbarazzato) fa la sua comparsa anche Russell Crowe. Che avremmo preferito non vedere. Così come non avremmo voluto vedere Tessa Thompson, che è una ottima attrice da film d’azione ma adesso è ridotta a fare la guerriera valchiria frustrata e single.

Fanno di nuovo la loro comparsa anche i tre attori della rappresentazione teatrale della storia di Thor e Loki (c’erano già anche in Thor: Rangarok) e sono tre camei famosi: Sam Neill, Matt Damon e Luke Hemsworth, il fratello maggiore di Chris. Sommati ai figli e a qualche altro parente fanno sembrare la riduzione di questo film come un recital progettato da Nerone per far divertire i romani con i suoi amici e parenti. I più imbarazzati però paiono essere proprio loro.

Ma al di là del tono di grande condiscendenza che supera l’idea stessa di “storytelling mansplaining“, al di là di quelle secchiate di effetti speciali e movimenti di camera che sono figli della computer grafica, al di là delle scene girate sul “pianeta del Piccolo Principe in bianco e nero” (ma manca la rosa) oppure sul “pianeta di Mario Galaxy in bianco e nero”, a scelta, al di là di alcune ingenuità di scrittura – quelle sì davvero epiche -, al di là del fatto che Jeff Goldblum, Peter Dinklage e Lena Headey si sono salvati perché le loro parti sono state tagliate in fase di montaggio (credetemi: meglio non essere associati a questo film), il problema è un altro.

Il problema è che è un brutto film. Tutto quello che c’è di interessante nella saga Marvel di Thor è già stato ampiamente detto nelle pellicole precedenti, ma come molte persone che non hanno nulla da dire, Thor: Love and Thunder non vuole stare zitto e continua ad andare avanti. Portando con sé uno dei ruoli più inquietanti che siano stati assegnati da decenni: Christian Bale nel ruolo del cattivo, Gorr il macellatore di dei.

Il concetto di recitazione di Christian Bale in questo film è quello di farsi strada con prepotenza attraverso le sue battute senza badare a niente e a nessuno; si può letteralmente percepire la sua impazienza che l’altro interprete smetta di parlare per poter prendere di nuovo il comando. E stiamo parlando di un ruolo nel quale il 90% delle sue battute sono monologhi. La cosa che lo salva è il mascheramento, che rende difficile capire che si tratti di lui. Come dicevo, meglio non essere associati a questo film. Quindi, che i Guardiani della Galassia non vengano poi a piangere e a dire che io non glielo avevo detto.

Infine, lasciatemi spendere due parole sulla regia. Si, quella delle scene dove ci sono degli attori di carne e ossa, non quella fatta a tavolino dai Rommel degli effetti speciali. Quella in cui il regista dovrebbe avere un ruolo di un certo spessore, insomma. E invece è un altro problema. Perché la narrazione visiva di Waititi non è mai stata splendida. Il suo è un cinema fatto di idee, situazioni, fotografia pettinata e storia brillante. È l’equivalente, come regista, di uno scrittore di best seller che viene tradotto da un’altra lingua: nel suo idioma d’origine magari è bravo, ma quando viene tradotto in italiano diventa tutto piatto e anodino. Come i vecchi western doppiati dalle nostre attrici e attori di teatro con la dizione perfetta, mentre John Ford voleva che i suoi cowboy si mangiassero le parole con un twang da confederato e le sue “belle da Saloon” parlassero con un accento europeo da carne immigrata di fresco e assai disperata.

Beh, Waititi all’improvviso, quando la tracotanza della storia e la complicità con l’eroe della serie Hemsworth – che qui è anche uno dei potenti produttori esecutivi – diventa eccessiva, si perde. Si scioglie. Waititi diventa una specie di geometra delle inquadrature, uno storyteller da cenone di capodanno, un raconteur da viaggio in treno. Un viaggio che dura 119 interminabili minuti, inclusi i titoli di coda (tremendi) che la Marvel ti costringe a vedere per non perderti le ormai consuete scenette post credits. 119 minuti, segnatevelo.

Personalmente non solo sono stato sorpreso dal colpo di scena finale (multiplo) del film, ma non lo stavo nemmeno cercando. Pensavo semplicemente di stare guardando un brutto film. Speravo solo finisse con meno danni possibili all’universo cinematico Marvel che nelle prime fasi tanto ci ha dato e adesso tanto si sta disperdendo senza una direzione o un senso. E invece guardare questo film è un’esperienza esasperante e autolesionista, un po’ come ascoltare una ninfomane che decanta le virtù del celibato.

Mi hanno punto zanzare che mi hanno provocato emozioni più profonde e durature della visione di Thor: Love and Thunder. E, per dirla tutta, forse l’unico modo per recuperare un po’ di divertimento con questa pasticcio sarebbe quello di addormentarsi durante la visione e sognare da soli un film migliore. Provate. Almeno eviterete un antipatico mal di testa quando uscite dal cinema. Se invece riuscirete a tenere entrambi gli occhi aperti per tutte le sue due ore (meno un minuto) di durata, beh, siete persone migliori di me.

Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. La sua newsletter si intitola: Mostly Weekly.

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