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DisneyElegante come José Carioca

Elegante come José Carioca

Mettetevi nei panni di un personaggio di finzione e immaginate di essere stati creati da alcuni dei più talentuosi animatori in circolazione, in un progetto pensato per far conoscere gli usi e i costumi del vostro Paese nel resto del mondo proprio mentre là fuori si consumano le fasi più delicate di un conflitto senza precedenti. 

Come vi sentireste se, dopo aver raggiunto la fama e aver prestato il volto alla cultura popolare di un’intera nazione, vi rendeste conto di essere stati dimenticati, nel giro di poco, da chi aveva puntato per primo su di voi? Ne sa qualcosa José Carioca, il celebre pappagallo brasiliano antropomorfo che per quasi 80 anni ha vissuto questa sfortunata parabola e che solo di recente è tornato in auge.

josé carioca
José Carioca in un fotogramma di ‘Saludos Amigos’, il film in cui esordì nel 1942

Uno strepitoso biglietto da visita

Tutto cominciò all’inizio degli anni Quaranta. Poco prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra, il Coordinatore degli Affari Interamericani Nelson Rockefeller propose a Walt Disney di trascorrere un breve periodo in America del Sud con il proprio staff, per mettersi al lavoro su un film che raccontasse le tradizioni e gli stili di vita di quel continente. All’epoca, la maggior parte dei cittadini statunitensi non aveva idea di quanto fossero grandi le “metropoli” dei loro confratelli meridionali, e un lungometraggio destinato a un folto pubblico si sarebbe potuto rivelare più eloquente di qualsiasi lezioncina scolastica. 

Inoltre molti governi del Sud erano in ottimi rapporti con la Germania nazista: il rischio che si schierassero al suo fianco nell’imminente conflitto era un motivo in più per promuovere in fretta un prodotto che si concentrasse sulle affinità culturali tra America del Nord e America Latina.

Disney fu lieto di cambiare aria per un po’, anche perché era reduce da una serie di attriti con alcuni dipendenti, che il 29 maggio 1941 avevano cominciato a scioperare fuori dagli Studios. Walt e i suoi collaboratori furono accolti calorosamente in Brasile, Argentina, Perù e Cile, con il permesso di studiare da vicino anche le frange più umili e caratteristiche della popolazione. La maggior parte del materiale raccolto andò a comporre Saludos Amigos, un package film (il primo di una lunga serie) suddiviso in quattro episodi, che fungeva sia da diario di viaggio sia da vetrina promozionale per gli animatori. 

A dispetto di una prima parte trascurabile, che faceva leva su situazioni e personaggi ampiamente consolidati, fu il segmento conclusivo a decidere le sorti del film: un piccolo corto animato in cui Paperino scopriva le meraviglie di Rio de Janeiro sulle note di Aquarela do Brasil, in compagnia di un pappagallo talmente forbito e ben vestito da avere persino con sé il suo biglietto da visita: José Carioca.

Doppiato dal compositore José Oliveira in tre edizioni del film (inglese, portoghese e italiana), si dice che José Carioca non fosse nato dalla fantasia di Walt Disney, né da quella di un suo collaboratore. In Brasile, la comitiva aveva assistito a una mostra che esponeva i più importanti artisti locali, tra i quali c’era anche José Carlos de Brito e Cunha, meglio noto come J. Carlos. Disney era rimasto colpito dalla sua bravura e gli aveva proposto di collaborare con lui, a Hollywood, ricevendo un netto rifiuto. 

La scrittrice Isabel Lustosa sostiene però che Carlos gli avesse fatto avere «il disegno di un pappagallo con l’uniforme della forza militare brasiliana abbracciato a un Paperino vestito da marine» e che quel pappagallo (eccetto gli abiti) fosse molto simile al futuro José Carioca. Stando ad altre fonti, invece, il giorno della mostra alcuni membri dello staff di Walt avrebbero fotografato con particolare insistenza proprio certi pappagalli disegnati da J. Carlos, come riporta anche Simone Sbarbati su Frizzifrizzi.

Walt Disney negli anni Quaranta, insieme a Donald Duck e José Carioca

Naturalmente il pittore brasiliano non aveva intenzione di creare un nuovo personaggio. Fu lo stesso Disney a intuirne le potenzialità e a curarne il character design. C’era bisogno di un volto nuovo, che richiamasse il caloroso modo di fare dei giovani di Rio de Janeiro e attirasse subito la loro attenzione. Un pappagallo antropomorfo era perfetto, non solo per via della sua natura esotica ma anche perché all’epoca era il protagonista di tutte le più famose barzellette brasiliane, ed era piuttosto intuitivo associarlo a un ruolo comico.

Nonostante in Saludos Amigos comparisse per pochi minuti, José Carioca fece letteralmente impazzire il pubblico di casa, grazie al suo stile raffinato e alla sua nonchalance nel muoversi sulla scena. Affiancarlo a Paperino si rivelò una scelta vincente, perché mise subito in chiaro per sottrazione tutto ciò che non era: non era goffo o dozzinale, non esitava mai, manteneva i nervi saldi e sapeva tante cose sul suo paese.

Prima di lui, nessun altro personaggio Disney aveva mostrato un rapporto tanto intenso con le proprie radici, e lo stesso vale oggi. Amelia, nata nel 1961, è italiana solo sulla carta e tutto ciò che condivide con Sophia Loren (una delle sue fonti d’ispirazione) è il suo fascino mediterraneo; mentre Zenobia, la “regina d’Africa” creata da Romano Scarpa nel 1983, non è mai stata utilizzata in quanto tale e ha fatto carriera come attrice, perfettamente inserita nel contesto urbano di Topolinia.

Cinema e quotidiani

Saludos Amigos fu proiettato in anteprima mondiale a Rio de Janeiro il 24 agosto 1942, e nel giro di pochi mesi José Carioca divenne popolare anche nel resto del mondo. La rivista Time scrisse che era «tanto superiore a Paperino quanto il Papero lo era rispetto a Topolino», e in un periodo in cui Donald dava il meglio di sé nei cartoni animati e Mickey manifestava i primi segni di invecchiamento, Disney decise di dare una chance a José anche nei fumetti. La sua prima apparizione in una tavola domenicale risale all’11 ottobre del 1942 (addirittura con quattro mesi d’anticipo sul debutto del film negli Stati Uniti), per i testi di Hubie Karp, fratello del più famoso Bob, e i disegni di Bob Grant e Paul Murry.

Settimana dopo settimana, il team di autori provò a creare attorno a lui un vero e proprio microcosmo, com’era già successo dieci anni prima con Topolino. Il primo José Carioca che i lettori nordamericani conobbero era però un po’ diverso da come l’avrebbero rivisto nel film. Distinto e altolocato solo in apparenza, era un giovanotto che viveva di espedienti; abitava in una catapecchia nella periferia di Rio de Janeiro e scroccava i pranzi nei ristoranti di lusso in compagnia degli amici João e Nestor.

Come tutti i dandy spiantati che si rispettino, anche lui aveva un punto debole, fatalmente proprio il più comune: la passione per le belle ragazze. Proprio nella sua storia di debutto conobbe Rosina, una pappagallina di buona famiglia che in seguito sarebbe diventata la sua “fidanzata ufficiale” nei fumetti di produzione brasiliana.

josé carioca
La tavola introduttiva di The Carnival King, l’unica storia breve americana intitolata a José Carioca. Testi e disegni di Carl Buettner

Nel frattempo, sempre sulla scia di quella “politica del buon vicinato” in cui credeva il governo statunitense, Disney aveva messo in produzione un sequel di Saludos Amigos, un nuovo film a episodi che mischiava le caratteristiche vincenti del precedente (tanti inserimenti musicali e scorci di vita quotidiana in live-action) con una cornice leggermente più organica. Paperino fu scelto come protagonista assoluto e al suo fianco, oltre all’ormai canonico José Carioca, fece la sua comparsa Panchito Pistoles, un galletto particolarmente vivace, ideale ambasciatore del Messico come il pappagallo antropomorfo lo era per il Brasile e Donald per gli Stati Uniti. 

I tre caballeros mise definitivamente in luce le potenzialità di José: un personaggio a prima vista svampito ma pieno di risorse, molto buffo nel suo romanticismo da cartolina (spendeva circa cinque minuti per tessere le lodi di una città in cui non era mai stato), più simile a un “vero” dongiovanni di classe che al suo squattrinato omonimo dei fumetti.

Nonostante si stesse facendo le ossa nelle sundays, il meglio di sé lo dava proprio al cinema come spalla/antitesi di Paperino: senza di lui rischiava di assomigliargli un po’ troppo, pigro e sfortunato com’era, e la scrittura di Karp non si avvicinava neanche lontanamente a quella di Gottfredson, Osborne o De Maris, che avevano reso grande Topolino. 

Disney aveva sempre trattato José come un personaggio usa e getta, che gli serviva per raggiungere una platea molto diversa dal solito, e com’era prevedibile, dopo averlo sfruttato a dovere, lo abbandonò al suo destino. Il 1° ottobre 1943, nelle tavole domenicali fu sostituito dal caballero Panchito (un pistolero messicano perfettamente coerente con l’immaginario a stelle e strisce), e nel 1948 gli fu concessa un’ultima apparizione sul grande schermo, in un episodio del film Lo scrigno delle sette perle. Per avere sue notizie si sarebbero dovuti aspettare altri due anni.

Quando José si pronuncia Zé

All’epoca, in America del Sud, il punto di riferimento per la produzione di fumetti era l’Editorial Abril di Cesare Civita, che pubblicava autori come Hugo Pratt, Dino Battaglia, Alberto Breccia e Paul Campani. Civita (ex direttore generale delle Edizioni Walt Disney Mondadori, emigrato in Argentina con la famiglia a causa delle sue origini ebraiche) stava pensando di espandersi nei paesi limitrofi, a cominciare dal Brasile. Ne parlò con suo fratello minore, Vittorio, che nel 1950 si recò a San Paolo, in una zona di provincia, e fondò la quasi omonima Editora Abril

Doveva essere un fallimento, complice l’assenza di giornalisti, grafici e risorse necessarie al settore, e invece esiste ancora oggi ed è la più importante casa editrice dell’America Latina. Tra le sue prime pubblicazioni ci fu un mensile dedicato a Paperino (O Pato Donald) e sulla copertina del primo numero, oltre al titolare, comparve anche José Carioca.

La copertina del primo numero di O Pato Donald (luglio 1950), con José Carioca

José era ancora molto famoso in Brasile, ma per i primi tempi l’editore si limitò a lucrare sulla sua immagine, senza coinvolgerlo in nuove storie. Il fumettista argentino Luis Destuet lo fece interagire con Paperino in un paio di occasioni, ma fu solo negli anni Sessanta che riapparve come protagonista, grazie a Waldyr Igayara de Sousa e all’allievo prediletto di Destuet Jorge Kato. 

Tuttavia, nonostante nel 1961 la Abril avesse dedicato a José un periodico tutto suo, il materiale originale scarseggiava ancora, e gli autori pensarono di realizzare qualche remake “shot for shot” di alcune classiche storie brevi di Carl Barks. Era una semplice operazione di riciclaggio, pensata per risparmiare sui disegni e garantirsi ugualmente un pizzico di qualità (divertitevi a trovare le differenze tra questi due fumetti), ma il messaggio implicito arrivava forte e chiaro: José Carioca e Donald Duck si assomigliavano sempre di più.

Prima di diventare un’icona del fumetto brasiliano, il pappagallo si trasformò lentamente in un cittadino qualunque. Si cacciava nei guai con estrema facilità, si spazientiva nel giro di poche vignette, era allergico al lavoro e accumulava debiti su debiti. Per certi versi assomigliava più al Paperino di Guido Martina che a quello di Barks: non solo era ignorante, era anche fiero di esserlo e passava le proprie giornate a poltrire invece di farsi in quattro per trovare un lavoro (ed evitare di essere licenziato).

Anche il suo look ne risentì: nel giro di pochi anni rinunciò al sigaro, al cravattino, all’ombrello, alla paglietta e alla giacca in favore di jeans attillati, berretti da baseball appariscenti e t-shirt anonime. In parole povere: per rimanere al passo coi tempi perse anche i suoi tratti distintivi residui.

Gli autori si limitarono a ripescare l’universo delle sundays espandendolo a dismisura. Oltre alla fidanzata Rosina e al padre di quest’ultima, il facoltoso Rocha Vaz, nacquero i suoi due nipotini Zico e Zeca (modellati su Qui, Quo e Qua), decine e decine di improbabili cugini provenienti da tutto il Brasile e un’infinità di altri parenti e amici, inclusi gli immancabili João e Nestor. Per le loro fisionomie i disegnatori si ispirarono allo stesso José, proprio come aveva fatto Barks con Paperino quando si era trattato di creare Zio Paperone, Gastone o Amelia.

Il pappagallo antropomorfo, che i lettori abbreviavano in Zé, era diventato il mattone modulare di un nuovo sottobosco disneyano, tanto popolare in patria quanto sconosciuto nel resto del mondo. In Italia, a eccezione di testate “specializzate” come Mega Almanacco e Mega 2000 che traducevano le storie di produzione straniera, regnò il disinteresse generale.

Gli ultimi acuti

In Europa e negli Stati Uniti, del resto, quasi nessuno si ricordava più di José. Era necessario averlo visto al cinema negli anni Quaranta, oppure in una delle sue rare apparizioni televisive (in trasmissioni di nicchia come Walt Disney Presents, del 1960) o ancora nel finale di Chi ha incastrato Roger Rabbit, dove divideva la scena con tanti altri personaggi animati, ma in ogni caso bisognava conoscerlo in anticipo per cogliere il senso dei riferimenti.

Un po’ a sorpresa, nel 1999 fu tra i protagonisti di un episodio della serie tv Mickey Mouse Works, dove riusciva addirittura a sedurre Minni grazie alle sue doti di dongiovanni. Fu forse quello il momento in cui il nuovo pubblico nordamericano ebbe la possibilità di familiarizzare con lui per la prima volta, come sostiene anche lo youtuber e divulgatore Dave Lee Down Under nel suo video dedicato all’evoluzione del personaggio. Da allora, le sue apparizioni nei media statunitensi sono tornate ad aumentare, anche se per poco tempo.

José Carioca stava per fare ritorno anche sulla carta stampata, grazie a Don Rosa. Nel 2000 l’autore della $aga di Paperon de’ Paperoni, che notoriamente considerava apocrifo (e quindi inutilizzabile) tutto ciò che non era stato creato da Carl Barks, decise di infrangere il suo voto e di realizzare una storia che omaggiasse I tre caballeros, uno dei suoi film del cuore. José e Panchito, a detta sua, erano due dei pochissimi amici su cui Paperino poteva contare, gente che sapeva apprezzarlo per quello che era e che non aveva bisogno di farsi perdonare litigi (Paperina), sfruttamenti (Paperone) o umiliazioni (Gastone). Due persone con cui si poteva scherzare in libertà, come tra vecchi compagni di scuola in occasione di una rimpatriata.

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Una tavola tratta dalla prima delle due storie che Don Rosa dedicò ai tre caballeros. Per l’occasione citò fedelmente una delle scene più famose del film

Nonostante fosse scollegata dal “canone” barksiano, I tre caballeros cavalcano ancora era perfettamente coerente con la poetica revisionista del suo autore. Rosa trattò José e Panchito come due icone appartenenti a un’epoca che era tramontata da un pezzo, consapevole della loro indigeribilità presso il pubblico moderno (erano pur sempre gli stessi che nel film davano la caccia alle sventolone in bikini sulla spiaggia di Copacabana).

Le loro vite erano cambiate: Panchito desiderava ritirarsi in un ranch ma non riusciva a raggranellare abbastanza denaro, mentre José doveva fare i conti con i fidanzati gelosi delle ragazze che tentava di far cadere ai suoi piedi. Con simili premesse, era fin troppo palese che lo scopo del fumetto fosse dare spessore alla figura di Paperino, che infatti era anche l’unico a comportarsi da adulto. Rosa avrebbe ribadito questo concetto anni dopo in una seconda storia, I magnifici sette (meno quattro) caballeros, che però non aggiunse granché al discorso generale sui personaggi.

A giudicare dal materiale prodotto nei decenni successivi, pare proprio che José Carioca non possa più fare a meno dei suoi due amici di sempre: un po’ per mancanza di idee, un po’ per sfruttamento consapevole dell’effetto nostalgia, i tre caballeros sono tornati di moda, in tv come nei parchi a tema. Dopo qualche fugace cameo nel reboot di DuckTales e nei corti di Paul Rudish, nel 2017 è stato dato il via libera per uno show tutto loro, La leggenda dei tre caballeros, e sia qui che altrove José è rimasto praticamente lo stesso di un tempo. È vero, ha smesso di fumare il sigaro e dal suo ombrello non escono più le dolci note di un flauto, ma le belle ragazze continuano ad avere un debole per lui.

In Brasile invece sono cambiate molte cose. Rispetto agli anni Ottanta, quando José Carioca vendeva ancora tantissimo ed era il cavallo di battaglia di Abril, il pubblico che intercetta oggi è calato drasticamente e i pochi lettori rimasti non godono certo di un’anagrafe primaverile. Il mancato ricambio generazionale sta penalizzando fortemente il personaggio, tanto che nel 2018, dopo oltre mezzo secolo di pubblicazioni, la testata Zé Carioca ha chiuso i battenti, nell’ambito di una più ampia revisione dell’offerta da parte di Abril. A sorpresa, l’unico paese in cui José appare ancora con regolarità nei fumetti è l’Olanda, che teoricamente ha ben poco a che fare con il suo retroterra culturale.

Fin dagli anni Quaranta sono sempre esistite due versioni differenti dello stesso personaggio, ma da allora in avanti si sono evolute entrambe molto poco, sia nel modo di fare che a livello qualitativo. Da un lato c’è il pappagallo romantico e scanzonato, nato in animazione e sparito quasi subito nel silenzio generale, ripescato solo recentemente. Dall’altro lato c’è lo sfaticato protagonista dei fumetti brasiliani, che in Sudamerica è persino più popolare di Paperino ma non ha mai goduto di una scrittura all’altezza e si sta pian piano spegnendo. 

In entrambi i casi José Carioca resta un’icona difficilmente rimpiazzabile, sia come spalla di Donald, sia come mascotte del Brasile, che come emblema di un certo tipo di fumetto popolare. Un personaggio non privo di difetti (Barks un giorno lo definì «un piccolo snob prepotente, un so-tutto-io», riferendosi chiaramente alla versione animata), ma comunque affascinante, nonostante siano passati 80 anni da quando si presentò per la prima volta al pubblico.

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