La terza età in “Rumic Theater” di Rumiko Takahashi

di Ali Raffaele Matar

rumiko takahashi Rumic Theater

Se la Storia del fumetto fosse trasposta su una mappa, sulla cartina dedicata al versante nipponico, uno dei territori più vasti porterebbe indubbiamente il nome di Rumiko Takahashi, per l’indiscussa fama, la verve e la prolificità che l’hanno sempre contraddistinta dal suo debutto, avvenuto nel 1978. 

Surclassando la quasi totalità dei colleghi uomini, in Giappone e nel mondo, la “Regina del manga” detiene tutt’oggi il merito di essere riuscita a mantenere una presenza costante – ultra-quarantennale – nel mercato editoriale, generando una mole incommensurabile di vendite grazie alle sue lunghissime serie shonen (per ragazzi). 

Nel solo Giappone, si stima che le sue opere siano state stampate in più di duecento milioni di copie. Un record che l’ha resa una delle donne più abbienti dell’arcipelago, il cui successo trascende i confini e dove, all’estero, l’affetto di generazioni di appassionati l’ha incoronata con prestigiosi premi. 

Chi si accosta per la prima volta all’universo iconografico del manga, senza aver necessariamente letto una sola delle sue storie, saprà riconoscere almeno uno dei suoi personaggi più iconici: che sia Lamù, l’aliena dal bikini tigrato, o Ranma, il ragazzo col codino che diventa una donna a contatto con l’acqua, o Inuyasha, il mezzo-demone dalla lunga chioma bianca e la tunica rossa, omaggiato di recente in una canzone (e un fumetto) anche da Mahmood. 

Della sua popolarità si è detto molto nel corso dei decenni, mentre si cercava di decifrare il successo in Occidente del cosiddetto “fenomeno manga”, ma la chiave è da scorgersi senz’altro nel talento di riuscire a navigare con facilità tra registri narrativi diversi: dalla commedia al melò, dalla fantascienza a piccoli drammi quotidiani, introducendo di volta in volta una varietà sterminata di personaggi atipici, di cui accentua tutte le volte, in maniera significativa, pregi e difetti, in modo da renderli memorabili. 

Tra le sue pagine, però, non vi sono solo bizzarrie: tra extraterrestri, esperti di arti marziali, spiriti e studentesse sensitive, sono gli anziani a popolare una larga fetta del suo universo creativo. Difficile trovare artisti che attingano una mole enorme di idee dalle problematiche legate al mondo della terza età quanto lei, che a suocere, vedove e pensionati ha dedicato un’intera sequela di short stories di stampo seinen (per un pubblico adulto) slegate fra loro, realizzate saltuariamente a margine dei suoi titoli mainstream sin dagli anni Ottanta, andando a comporre il Rumic Theater

rumiko takahashi Rumic Theater

Benché il crescente invecchiamento demografico sia tra le questioni che più preoccupano la politica e le cronache giapponesi, è poco frequente l’interesse al tema nel mondo dell’arte o del cinema, così come indegna è la rappresentazione tipica dei personaggi attempati. 

Sul grande schermo, film storici quali Ikiru (Vivere, Kurosawa, 1952), Tokyo Monogatari (Viaggio a Tokyo, Ozu, 1953), Musuko (Yamada Yoji, 1991) e Mori no Iru Basho (Okita Shuichi, 2018) hanno sempre riservato agli anziani un ruolo marginale nella società: mesti e soli, la cui unica funzione pare essere quella di attendere la morte, sballottati tristemente da un figlio all’altro. 

Nel filone di questa visione diffusa, va ad aggiungersi Tempest, una recente storia distopica disegnata da Inio Asano (contenuta nella raccolta Inio Asano Short Stories, Panini, 2018), dove il fumettista immagina un futuro in cui gli anziani vengono privati del diritto a una vita dignitosa, nella circostanza in cui falliscano gli esami pensati dal governo per ridurre le percentuali di popolazione senile, ritenuta gravosa sul bilancio dello Stato. 

A rendere particolarmente spinoso il tema è, in prima battuta, l’ostilità nutrita dalla tradizione nipponica nei confronti di chi risulta a tutti gli effetti improduttivo. Chi non contribuisce attivamente allo sviluppo della società, chi non rende in alcun modo o opta per l’ozio invece del lavoro, non merita spazio alcuno. 

Nei lavori di Takahashi Rumiko, la tendenza procede nel verso contrario alla prassi. Gli anziani sono resi, nella maggior parte dei casi, pari ai restanti personaggi più giovani. Si dimostrano attivi, energici, sfaccettati, talvolta innamorati, talvolta egoisti, rancorosi, vendicativi ma sempre umanissimi e pieni di vita, anche da pensionati. 

Particolarmente esemplificativo dell’archetipo del personaggio attempato caro all’autrice è il nonno protagonista della short story Grandfather realizzata nel 1990 – leggibile in Italia nella raccolta 1 or W, pubblicata da Star Comics nel 1999. Simpatico approfittatore rimasto vedovo, il vecchio Gen passa il tempo a convincere il nipote a giocare a baseball per accaparrarsi i soldi delle vincite e usarli per uscire con una sua coetanea, anch’ella vedova. Quando il nipote deciderà di rifiutarsi, sarà il nonno stesso a scendere in campo in prima persona, malgrado gli acciacchi dell’età, pur di riuscire a guadagnare i soldi del premio e investirli in questo suo amore platonico. 

Sono molti gli uomini anziani che nei racconti di Rumiko Takahashi si innamorano di qualche donna. Come l’ingenuo protagonista di Alla tua età (contenuta in Unmei no tori – Gli uccelli del destino, 2013), un vedovo che finisce per restare ammaliato da una ragazza conosciuta in palestra, alla quale inizia a fare regali sempre più costosi, allarmando la nuora e il figlio. O come l’aspirante romanziere pensionato di Magari morisse (nella raccolta intitolata A cena con la strega, Star Comics 2020) che, presa una cotta per la responsabile del locale di cui è proprietaria sua moglie, finisce per architettare dei piani piuttosto strambi per liberarsi della cinica consorte. 

A questa galleria di affabili anziani, l’autrice non risparmia personaggi spregevoli come la suocera protagonista di una delle sue storie più intense e riuscite: Dentro il vaso (pubblicata su Rumic Theater da Star Comics nel 1998). Nella narrazione di Takahashi Rumiko non vi è traccia di intenti documentaristici ma la sola volontà di dimostrare che gli anziani possono avere, come chiunque altro, ostacoli e problemi e non sono, di certo, loro stessi il problema – come invece è la società, implicitamente, a definirli. 

La stessa mangaka, oggi ultrasessantenne, lavora ancora a ritmi forsennati, esattamente come faceva venti o trent’anni fa, realizzando ogni settimana una storia di almeno una ventina di pagine per la casa editrice Shogakukan. Una contraddizione tutta giapponese che vede nel lavoro, fino allo stremo, l’unica via per la redenzione. Anche in vecchiaia.

Articolo originariamente pubblicato su Diari di Cineclub 104 e qui riproposto in una versione editata.

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